resti_fruttoOra ne sei convinto, eh. Ma ce ne hai messo, Dio se ce ne hai messo.
Ti dovevo prendere a calci nel culo quando ti ho conosciuto. Dodici anni ed eri già odioso. Un bonsai di malvagità, con la faccettina del bravo bambino e la cattiveria sulle spalle come lo zainetto. Il mio incubo.
Noncelafai. Noncelafai. Qualsiasi cosa noncelafai.
E io non ce la facevo per davvero. Perchè quando ero lì a saltare in lungo o a correre nella pista di cemento attorno alla scuola invece di pensare a quello che stavo facendo pensavo a te, a quello che mi dicevi.
E quando ero lì, piegato in due con le mani sullo stomaco a strapparmi il fiato dai polmoni vedevo nel mondo a metà i tuoi piedi che si avvicinavano a me.
Non la alzavo la testa, non te la davo vinta.
Non li avrei fissati i tuoi occhi di bimbo per bene, viziato, cattivo.
Ma a te non serviva incrociare il mio sguardo. Non ti serviva dirmi nulla.
Stavi lì qualche minuto con le tue scarpette da tennis di marca, pochi centimetri dalle mie ereditate da mio fratello.
Ti bastava vedermi piegato. Vedere che ancora una volta non ce l’avevo fatta.
Noncelafai. Noncelafai.
E non ce la facevo neppure nello studio a fare meglio di te.
E dire che eri ottuso, stupido, ignorante. Non avrei scommesso una lira sulle tue interrogazioni, sui tuoi esami, alle medie, al liceo.
Ogni volta ti alzavi per andare alla cattedra e ti voltavi un attimo verso di me, mi fissavi negli occhi. Noncelafai, dicevo tra me senza crederci.
Perchè ormai avevo capito che tu ce la facevi, che vincevi sempre.
Che trovavi nella sfida che mi lanciavi la forza per tirare fuori da te energie, conoscenze insospettabili. E ti godevi quando, al mio turno, tornavo ad essere io a non farcela.
Un giorno ti ho chiesto perchè facevi così. Perchè ce l’avevi con me.
Perchè sei un perdente, mi hai risposto. Hai capito, stronzo? Mi hai detto che ero un perdente. Come cazzo facevi a saperlo? Chi te l’aveva detto?
A un bambino non si dice che è un perdente, lo sai? Perchè un bambino ci crede e se lo porta dietro. E diventa davvero un perdente.
Il giorno dell’esame di maturità ti ho augurato di morire.
Quando ho visto per la millesima volta il tuo ghigno, quando ho capito che mi stavi sussurrando ancora quelle maledette parole ho chiuso gli occhi e ho chiesto a Dio di regalarmi la tua morte.
Ho detto a Dio che te lo meritavi, che eri cattivo.
Tu saresti stato promosso, io bocciato. Ma ti avevo augurato la morte.
A te e a quel tuo fottuto noncelafai.
E’ buffo pensare che sono passati tanti anni da quel giorno.
Quasi mi fa ridere ripensare a un bambino che stringe i pugni e chiede a Dio la morte di un suo compagno, esagerato ed esasperato.
Quasi mi fa incazzare pensare che per tutti questi anni ogni volta che mi venivi in mente, spesso, troppo spesso, mi risaliva in bocca quel sapore di amaro e avevo stampata negli occhi la tua faccia, il tuo ghigno, come un incubo infinito.
L’ho detto ai dottori. Gli ho raccontato tutto.
Di come ogni volta che ero a letto con una donna avevo le mani gelide, la fronte bagnata e nelle orecchie le tue parole. Di tutte le volte che piangevo e sbattevo la testa per i miei fallimenti e mi ripetevo con la tua voce che ancora una volta, una maledettissima volta, non ce l’avevo fatta.
Mi promettevano che ti avrei dimenticato. Mi davano dei farmaci che non ti cancellavano, ti offuscavano un pò, qualche giorno.
Poi veniva la notte che ti sognavo, sognavo una pista di atletica di cemento che girava attorno alla scuola, tanti bambini urlanti, le femmine che ci guardavano.
Sognavo le strisce pitturate per terra, i miei occhi piegati vicino alle ginocchia, l’affanno, le mani sul petto, le scarpe da tennis.
E quando mi svegliavo urlavo, lanciavo oggetti, spaventavo chi mi dormiva vicino, tornavo ogni volta, per colpa tua, solo.
Alla fine l’ho trovato un analista che mi ha aiutato davvero.
Roba moderna, yoga, fiori di Bach. Tutte stronzate, intendiamoci.
Ma almeno mi tenevano il cervello occupato. Sono stato bene per un pò.
Vari mesi. Pensavo di essere guarito. Pensavo.
Fino a quando non ti ho sentito ripetere noncelafai, noncelafai.
Stavo passando lo straccio nel corridoio dell’ospedale, alla sera in tivù c’era la partita, l’avrei vista al bar. O forse avrei dovuto richiamare Silvia.
Stavo meglio, dovevamo riprovarci.
Il direttore dell’ospedale mi ha chiamato due volte prima che mi accorgessi che stava parlando con me. La terza volta hai parlato tu e mi hai spaccato la schiena.
Eri lì, con il camice bianco, la stessa faccia di allora, cresciuta ma inconfondibile, una barbetta bianca, elegante, occhialetti accennati, ma cazzo la stessa bocca, lo stesso ghigno, come avevi fatto a crescere con lo stesso ghigno?
Il direttore ci ha chiesto se ci conoscevamo. Tu mi fissavi incuriosito, hai detto qualcosa. Il direttore ha detto che eri il nuovo primario. Tu continuavi a fissarmi, ora famelico. Io ti guardavo le scarpe e mi sembravano le stesse scarpe da tennis. Ero immobile e tremavo.
Il direttore ha urlato di svegliarmi. Tu hai riso.
Poi ve ne siete andati e io allora mi sono piegato davvero su me stesso, come allora. Sono rimasto lì per un sacco di tempo, finchè non ho visto nel mio campo visivo qualcosa, scarpe da tennis, no, zoccoli bianchi, l’infermiera, l’infermiera mi stava dicendo qualcosa.
Perchè sei tornato? Perchè non hai rinunciato ad essere la mia maledizione?
Era meglio per me, era meglio per te. Stavo bene, stavo bene.
Quella sera ho vomitato. Per strada, nelle scale, nel mio bagno.
Pensavo a te, ti vedevo bambino nella pista di cemento, all’esame, nella corsia.
Magari tu in quel momento eri lontanissimo da me.
Stavi cenando con la tua bella moglie in qualche villa della periferia.
Non ti ricordavi più di me, noncelafai, noncelafai, preso dalle discussioni importanti dei tuoi ospiti.
Oppure stavi ridendo di me.
Raccontavi con il tono di un brillante anfitrione la cosa buffa del giorno. Il fallito dei tempi della scuola che tornava fallito da adulto, che puliva le scale, che ti guardava le scarpe di cuoio, forse diventato pazzo.
Oppure stavi progettando l’inferno che mi avresti fatto passare.
Scherzi, umiliazioni, offese, noncelafai, noncelafai, come quando eravamo bambini. Non potevi farlo, non ne avevi il diritto, non potevi.
E sei stato ridicolo, in fondo, quando mi hai visto nel garage e mi hai chiesto chi ero. Ridicolo, stavolta spaventato, insicuro, mi guardavi stravolto e non capivi che cosa stava succedendo.
Ti ho chiamato per nome, ti ho detto che questa volta ce l’avrei fatta.
Mi hai dato del pazzo, ancora del pazzo, hai detto che ti chiami in un altro modo, buffone, hai detto che non mi hai mai visto, bugiardo, le hai provate tutte, terrorizzato, sudato come non ti avevo mai visto neanche quando correvi, hai fatto cadere gli occhiali, ti sei coperto con le mani, ti ho colpito.
Sono guarito.Tu sei per terra e io sono guarito.
Ce l’ho fatta e tu hai perso. Non mi dirai più che non ce la faccio.
Ne sei convinto, ora?
Mi corrono tutti intorno. Qualcuno mi punta una pistola contro.
Mi tengono in quattro ma io non reagisco. Sono troppo felice.
Dicono che ho ammazzato uno che non c’entrava, un passante, dicono che quell’uomo non sei te, dicono tante cose ma non ho voglia di ascoltarle tutte.
Dicono che sono pazzo, che buffo, proprio ora che sono guarito.
Poi ti vedo arrivare, dal fondo del garage, esci da una bella macchina, giacca, cravatta, valigetta di pelle in mano.
Hai una faccia stravolta, non capisci la situazione, mi guardi, guardi l’uomo a terra. Poi hai come un lampo, arrossisci e mi fissi di nuovo.
Sorridi appena, le labbra socchiuse compongono qualcosa.
Chiudo gli occhi. Urlo. E mi piego, ancora, sulle ginocchia.