A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’é una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce.
È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio.
Alessandro Baricco – Novecento
A come ACQUA, che ad Amsterdam spunta dietro ogni angolo, canale o fiume che sia, mai mare e subito non capisci perché non ci sia il mare e poi capisci che l’hanno semplicemente rapito, ingabbiato e spedito molti chilometri più in là, buono per le barche e le navi ma non per le case e le città. Acqua nella quale si rispecchiano, ancora più lunghe e strette, le case-canale, acqua sulla quale galleggiano le houseboat, che fai fatica a credere che davvero siano comode e spaziose e che ci viva davvero la gente dentro. Acqua su cui galleggia Amsterdam in equilibrio sui mille pali appuntiti che scendono a cercare la terra dura per dare stabilità a chi sta lassù.
Domani, 6 marzo 2009, è il decennale dell’uscita di Q.
Io non mi emoziono mai.
Abbiamo un cuore ipertrofico, così grande che ci esce dal costato e deborda come un gozzo. E’ così pesante che ci tocca sostenerlo con le mani. E spesso le mani non ci bastano e ci vorrebbe una carriola. Ci fa andare in giro zoppicanti, il nostro cuore; zoppichiamo dalla parte sinistra, dalla sua parte, e temo che sarà così per tutta la vita, visto che non abbiamo ancora imparato a metterci una pezza, a farcene una ragione: non abbiamo saputo adattarci a un bastone, una stampella, un sostegno qualsiasi. Non ci siamo mai voluti curare. Quelli come noi non li troverai mai nei reparti di cardiologia e di ortopedia. Così malfermi e acciaccati come siamo, non per questo abbiamo intenzione di arrenderci alla nostra cardiopatia, alla nostra zoppità: lo vedi?