L’uomo dietro al vetro mi sta dicendo qualcosa. Vedo che muove le labbra e sembra infastidito del fatto che non gli rispondo.
Non capisce che sto cercando di non sentire il frastuono della stazione che mi esplode nella testa. Che mi sforzo di non percepire quegli odori, il caldo, il sudore, i bagagli, quegli odori che mi riportano a quel giorno.
Che cerco disperatamente di non vedere le facce dei viaggiatori intorno a me. Le stesse di allora.
Una fitta alla tempia destra accompagna la voce del bigliettaio che è riuscita a farsi largo nel mio cervello. Mi chiede se sono sordo.
“Napoli, solo andata.”
Mi scosto dalla fila tra i commenti a voce alta e lo scuotere delle teste incolonnate dietro di me.
Cammino verso il binario obbligato a passare in mezzo alla gente, ovunque gente che parla, gioca, ovunque bambini. Gli stessi di allora, le stesse voci.
Allungo il passo, non posso sopportare un attimo di più tutto questo senza vomitare.
La mano nella tasca dei Levis stringe la lettera, girandola in continuazione tra le dita. La punta dell’indice scorre avanti e indietro sulla dentellatura del francobollo fino a diventare insensibile.
La tocco per capire che non sto sognando, per avere la certezza che esiste. La tocco per trovare la ragione che mi ha riportato in una stazione, vent’anni dopo.
L’avevo vista lì, sul tavolo. C’era dalla mattina precedente quando avevo vuotato la cassetta della posta dalla pubblicità, o forse da prima, mischiata tra le buste multicolori.
Mi aveva colpito il modo in cui era scritto l’indirizzo, con una grafia ordinata, lettere piccole. Una persona anziana. Un leggero tremolio mentre scriveva il mio nome. Una riga decisa sotto la città. Senza mittente.
Forse già leggendo l’indirizzo, non vedendo chi l’aveva mandata, avevo capito.
Per questo mi ero seduto sulla poltrona ed ero rimasto per quasi un’ora senza il coraggio di aprirla, mentre i miei fantasmi mai sopiti si muovevano via via sempre più vicino a me.
Infine aprii la busta e ne estrassi un foglio di carta elegante. Poche parole.
Era arrivato il momento.
Mi siedo in uno scompartimento vuoto, chiudo la porta scorrevole e tiro le tende. Non sono comunque solo, i miei fantasmi mi fanno compagnia.
Mi rendo conto che sto sorridendo al pensiero che tutto sta per finire.
Tiro fuori la busta, leggo ancora quelle parole che so a memoria. Le ho come tatuate sulla pelle e il tatuaggio sembra bruciare di acido ogni volta che le rileggo.
“Mia figlia era bellissima. Aspettava un bambino.”
A capo, lettera maiuscola.
“Vent’anni ti sono bastati?”
No. Sono stati troppi.
“Due agosto, dieci e venticinque. Ti aspetto all’Albergo Manzoni di Napoli, stanza cinque.”
Quell’orario scritto in lettere.
“So che verrai.”
Nessuna firma. Ma non avrebbe cambiato nulla.
I miei fantasmi mi fissano e sorridono. Sanno che me l’aspettavo.
Non sapevo come sarebbe successo. Potevano essere le sirene dei carabinieri nella notte o un proiettile improvviso alle spalle. Ma qualcosa doveva succedere.
Ogni giorno degli ultimi vent’anni mi sono svegliato aspettando qualcosa e sono andato a letto deluso. Ogni giorno a parte mercoledì scorso.
Fuori dal finestrino la campagna emiliana scorre nel buio interrotto a malapena da qualche casolare. La nebbia scivola su tutto come una bava umida.
Chiudo gli occhi per non vedere i miei fantasmi che mi sorridono.
L’uomo con la valigia rossa mi aveva sorriso subito. Aveva spostato il suo borsone da mare e mi aveva liberato il posto. Cercava di attaccare bottone parlando delle Olimpiadi.
“Ha visto quante medaglie. Uno spettacolo la Simeoni. Speriamo in Oliva, oggi può vincere l’oro!”
Avevo aperto il giornale fingendo di leggere ma mi ritrovavo sempre a guardarmi intorno.
Senza volerlo stavo fotografando le loro facce. Stavo memorizzando le immagini dei fantasmi che mi avrebbero accompagnato per vent’anni.
I due ragazzi che si baciavano, lei con quella pettinatura vaporosa che oggi sembra così strana e lui con la maglietta degli Stones. Sono qui, nel sedile di fronte, e si baciano ancora.
Il vecchio sulla carrozzella che si lamentava con il figlio che aveva sete e caldo e doveva andare in bagno e questi treni quando arrivano. E il figlio che sbuffava. Qui, vicino a me.
La donna che guardava in continuazione l’orologio, impaziente di partire e di arrivare. Guarda ancora l’orologio, ma adesso sembra impaziente per me.
Poi era arrivata l’ora definita, non ricordo di preciso quale. Mi ero alzato, avevo chiesto all’uomo con la valigia rossa se mi guardava i bagagli, avevo inventato una scusa, il telefono o i giornali, non ricordo.
Non mi vergognavo. Non avevo paura. Mi sentivo Dio.
Uscii dalla sala d’aspetto, poi dalla stazione.
Il caldo è soffocante già a quest’ora, pensai mentre attraversavo a passo tranquillo la piazza ed entravo nei portici. Con le mani in tasca giocherellavo con gli spiccioli.
Non ero nervoso.
Il treno corre verso sud. Dobbiamo essere nella campagna romana quando il sole spunta dietro un monte lontano e il suo primo raggio mi regala una fitta di mal di testa.
Non è entrato nessuno nello scompartimento. Nessun viaggiatore, intendo.
L’uomo dalla valigia rossa mi guarda sorridendo, vorrebbe parlare delle Olimpiadi.
Chiudo gli occhi. Li riapro e non c’è più. Mi scoppia la testa.
L’esplosione fu enormemente più forte di quanto mi potessi immaginare.
I passanti si fermarono e ci fu un attimo di stupore, a qualcuno vennero in mente i tuoni e alzò gli occhi verso il cielo, qualcun altro ripensò ai botti di Natale, i più pessimisti immaginarono un terremoto.
Poi tutti, tutti, gridarono e si misero a correre.
Io ero paralizzato, appoggiato alla saracinesca di una farmacia chiusa per ferie.
Vedevo gli altri urlare, sentivo il sapore della polvere in bocca e il fumo negli occhi e nel naso.
Il mondo prese ad andare a velocità folle.
Io solo ero fermo, e lì rimasi per molto tempo, finchè le sirene delle ambulanze e della polizia mi scossero e mi costrinsi ad allontanarmi.
Ero terrorizzato. Ero stato Dio ed ero terrorizzato.
Bussano al vetro dello scompartimento. Tum tum, due fitte alla tempia.
“Signò, vulite u cafè?”
Faccio no con la testa, insiste, alla fine compro un caffè e lo butto appena se ne va.
Fa caldo, lo stesso caldo, mentre il treno entra nella stazione di Napoli. Penso che hanno spento il riscaldamento troppo presto.
Mi alzo lentamente, piego la lettera e la ripongo nella tasca dei Levis. Mi fanno male gli occhi.
E’ ora di andare.
L’uomo era sceso da un’utilitaria verde, parcheggiata accanto alla mia. Una strada deserta.
Mi aveva detto le parole che sapevo, mi aveva dato un numero di conto corrente e qualche consiglio.
Mi aveva ringraziato mentre saliva in macchina e solo allora avevo alzato gli occhi da terra per vedere che faccia potesse avere uno che ti ringraziava per una cosa così.
E nel suo sguardo avevo rivisto gli occhi dell’uomo con la valigia rossa, sulla sua bocca il suo sorriso.
Ero morto quel giorno, peggio, ero entrato nel mio inferno personale.
Vent’anni senza avere la forza di vivere e soprattutto senza avere il coraggio di ammazzarmi.
Ci ho provato tante volte, all’inizio, ma non ce l’ho mai fatta. Dicono che sia l’istinto di sopravvivenza ma io non ci credo. E’ che avevo ancora troppi conti da pagare.
Sono stato vicino ad ammazzarmi, sono stato vicino ad impazzire. Ma non sono né morto né impazzito. Almeno finora.
Per questo quando ho ricevuto la lettera sono stato, per un tempo quasi impercettibile, felice.
La pensione è come mi aspettavo, squallida. Faccio il mio nome e ricevo la chiave della cinque.
Mentre salgo le scale mi accorgo di colpo che sono solo. Il mal di testa se ne è andato con i miei fantasmi.
Infilo la chiave nella porta con il numero cinque scritto a pennarello su una targhetta scrostata. Entro.
L’uomo è seduto sul letto e mi dà le spalle.
Mi dice che sapeva che sarei venuto, che mi ha cercato per vent’anni. Mi dice che ha dedicato tutta la sua vita, mi sono sfatto, dice, per trovarla. Mi dà del lei.
Parla di sua figlia.
Sa com’era brava, e bella, brava e bella… era incinta di cinque mesi ma studiava sempre… aveva preso trenta e lode nell’ultimo esame … studiava e lavorava per pagarsi l’università… Medicina faceva, voleva fare la pediatra… sa come amava i bambini… il suo fidanzato non ce l’ha fatta, povero ragazzo… doveva partire anche lui ma ha avuto un contrattempo… ti raggiungo, le ha detto.. infatti l’ha raggiunta… la pediatra voleva fare e sarebbe stata bravissima… anche mia moglie non ce l’ha fatta… crepacuore diciamo noi…
Un singhiozzo interrompe l’uomo che si copre la faccia con le mani, respira profondamente, continua.
… io invece… capatosta diciamo noi… non sa quanto l’ho odiata, un odio che non credevo possibile… non sa quanto avrei voluto averla tra le mani per vederla soffrire… le avrei fatto tutto il male che potevo immaginare… l’ho cercata… ho seguito i processi, ho guardato negli occhi gli imputati… poi ho avuto il suo nome, non importa come… l’ho trovata
Giro intorno al letto. Lo guardo in faccia e scopro che è come i miei fantasmi. Occhi spenti, labbra tirate. Siamo tutti morti qui, lui, io, quei poveracci alla stazione.
Le nocche delle dita sbiancano stringendo una pistola che va su e giù seguendo il ritmo del suo respiro. Ci siamo.
L’ho trovata, sì sì, brutto bastardo… ora la paga tutta insieme… paga per mia moglie e mia figlia, per mio genero e mio nipotino, per tutta quella gente… tutta quella gente, come ha fatto?
Come ho fatto?
Sono vuoto. Un involucro vuoto che aspetta che tutto finisca. Gli poso una mano sulla spalla e lo imploro in silenzio di aiutarmi, di liberarmi, di uccidermi.
Quando sente il tocco della mia mano ha un sussulto e comincia a tremare. Lascia cadere la pistola e si attacca alla mia gamba. Piange.
Rimaniamo così per non so quanto, lui che piange sul mio ginocchio e io che lo guardo senza parlare, tenendogli la mano sulla spalla.
Poi mi alzo e senza dire niente esco dalla stanza e scendo le scale. Vado alla stazione.
Lui è uscito dal suo inferno, io no. Io ho il mio mal di testa e i miei fantasmi che mi hanno aspettato fuori dalla porta.
Mi ero illuso che fosse finita ma era solo un altro pezzo della mia condanna.
Mi ero illuso di aver scontato la mia pena ma ho capito che non c’è redenzione possibile quando hai giocato a fare Dio.