Marta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Canticchia tra sé una filastrocca di bimba. Dietro, le orme dai contorni netti, un attimo, e subito la sabbia si sfrangia nei bordi, l’acqua che affiora, piano, dal basso, un’onda si allunga, svelta, e cancella.
Marta che cammina sulla spiaggia. Ma tu puoi saperlo solo se la vedi passare, figura colorata nel grigio del cielo, sabbia asciutta e bagnata, vestito sollevato alle ginocchia. Mani sabbiose. Occhi di lacrime. La vedi passare, un attimo solo, la senti cantare, piano, la sua filastrocca.
“Stella di mare, conchiglia piccina,
fatti trovare da questa bambina…”
Marta che non era così, una volta, ci potete giurare. Marta rideva. Era piena di vita che se stavi vicino ti sentivi i brividi incresparti la pelle, il cuore affacciarsi dagli occhi per vederla sorridere. Ti battevi la testa, pensavi, è una pazza, quando si lasciava cadere nell’acqua, ripetendo la sua filastrocca, cercando conchiglie, chiamandoti indietro.
“…fatti trovare da questa bambina…”
Marta che cantava sempre, con quella voce che ti sembra stonata o stridula o quasi ti dà fastidio. Eppure ridevi con lei. Le allungavi la mano per rimetterla in piedi. Ti facevi tirare e magari per finta cascavi anche tu, sulle sue labbra, morbide.
Era difficile non amare Marta, così bella. Così forte. Ti guardava e ti chiedeva l’anima, ma a ragione, la poteva chiedere, perché della tua anima si nutriva, cresceva e te la restituiva intensa come non l’avevi mai avuta prima.
“…conchiglia piccina …”
Marta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Vuota come solo certe spiagge sanno essere. Le spiagge profonde, lunghe, latifondi di sabbia, che se guardi a destra e a sinistra non ne vedi la fine e a volte anche voltandoti, a terra, non vedi altro che dune e canneti. Sembrano piccole d’estate, forse lo fanno apposta a compattarsi per riuscire a reggere il peso eccessivo che si stende su di loro e corre e salta e quasi riesce a soffocarle, infilzate da migliaia di pali di legno come in un rito sacrificale. Sembrano enormi in autunno, svuotate di fuori ma anche di dentro, dell’energia e del calore, a tirare il fiato e pensare non ce la farò a riprendermi. E il mare comprensivo a pulire le orme di Marta, subito, come una governante attenta che passa lo straccio a cancellare le ditate sul tavolo di cristallo, come un amico vero che ti fa rifiatare.
“…fatti trovare…”
Marta che è stata delusa da te che l’hai tradita. Marta che poteva accettarlo da tutti, non certo da te. E non conta se non è colpa tua, se non è giusto dirlo, ora. Ti amava troppo. E tu l’hai tradita. Solo questo conta. Scusami.
Avevate detto un sacco di cose su di voi, sul futuro, su quello che doveva essere e quello che sarebbe stato. Come non saremo mai. Come non potremo non essere felici.
Ci credeva, Marta, e ci credevi anche tu. Per questo quando le hai detto ti amo ci ha creduto. Per questo quando le hai chiesto di essere tua per sempre, tua-per-sempre, ti rendi conto?, lei ti ha guardato quasi stupita come se le avessi parlato nella lingua di un pianeta lontano. Si è voltata verso il mare, è sembrata pensarci davvero, valutare l’ipotesi, soppesare ogni elemento. Ha aspettato qualche istante, magari ti spiava con la coda dell’occhio per vedere la tua reazione, ha scosso la testa.
Poi è scoppiata a ridere di quel suo riso che nessuno ha mai più visto, io, tu, la spiaggia, il mare, nessuno l’ha mai più rivisto anche se è difficile dimenticarlo e il ricordo fa un po’ male allo stomaco. Ha riso, Marta, ti ha abbracciato e ti ha detto quelle parole che ti hanno colpito così tanto, nella loro semplicità, banalità, frase buona per uno scrittore di carta da cioccolatini.
Non esiste un sempre nei sogni, ti ha detto. Prima o poi ci si sveglia, ha aggiunto.
Ma l’importante è ricordarsi del sogno, tenerlo in qualche tasca nascosta di te, magari tra quella volta che tua madre ti aveva lasciato quella lettera sul comodino e quell’altra in cui il tuo migliore amico ti ha chiamato per dirti che stava male. Tienilo in un posto così, mettilo come un tatuaggio sotto la pelle che non vedi ma ne senti il calore e ne indovini i contorni, ha concluso.
“Stella di mare…”
Ti aveva visto spaventato ed era rimasta in silenzio per un po’, tra le tue braccia. Detto così può sembrare una cosa triste ma non la era. Visto ora viene da dire che se lo sentiva, sai quante cose stupide che ci passano per la testa, ora. Invece eravate felici in quel momento. Felici come non eravate stati mai e non sareste mai più stati.
Perché in quel sempre che fingevate di negarvi c’era un altro sempre nel quale pensavate, davvero, di vivere e in quel momento, abbracciati, ne eravate, davvero, convinti.
Chissà perché ha detto quelle cose, Marta, e chissà perché tu me le hai volute dire subito, chiamandomi quella sera stessa. Sono le ultime parole che ho di te e mi rimbalzano in testa come una pallina in un flipper truccato, avanti e indietro. Sogno, sempre, risveglio. Ciao, buonanotte.
“…bambina…”
Marta che mi chiama. Quanto è passato? Minuti, ore, vite? So solo che non è lei quella che sento. Non è la sua voce, non sono le sue parole, non ride, non canta, parla di morte, parla di mare, parla di morte, Marta parlava di vita. Non è Marta, mi scusi, ha sbagliato numero, riattacco…
“Stella di mare, conchiglia piccina,
fatti trovare da questa bambina…”
Marta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Dietro, le orme che spariscono sempre più in fretta, le onde che si fanno coraggio tirandosi su verso riva, verso Marta e lei che va verso di loro.
Marta che canta la sua filastrocca che parla di stelle e conchiglie e la vede, lì in basso, una forma difficile da trovare, affusolata, violacea, si china e la raccoglie e lascia sulla sabbia una striscia del rosso che le scende dal cuore e le scorre sui polsi.
Marta che cammina sulla spiaggia e scivola nell’acqua, piano, mentre il sole discreto scheggia appena le nuvole, in alto, curioso, e la sente cantare, piano, una musica di bambina.
Marta che prima di chiudere gli occhi li fissa nel mare e, piano, gli dice che non esiste un sempre nei sogni.