Novembre 2009


L’uomo che chiamava le montagne per nome lo faceva senza un vero motivo, o almeno non se l’era mai chiesto. Lo aveva sempre fatto, sin da quando, bambino, saliva col padre nelle prime arrampicate della sua vita. E allora, per uno scherzo divenuto poi abitudine, aveva preso a dare un nome alle montagne che scalava. Ma non il nome vero, quello delle cartine, che quello non gli significava nulla. Si inventava nomi di donna, perché, immaginava, le montagne devono essere donne per forza.

L’uomo che chiamava le montagne per nome non aveva mai visto per davvero il mare. Ne aveva sentito parlare, prima, nei racconti di quelli che tornavano in paese a trovare i parenti, ma non aveva saputo immaginarlo. Una volta cresciuto lo aveva visto, in televisione, ma mica ci aveva creduto fino in fondo. Che in televisione si vedevano tante cose inventate, gli extraterrestri e i fantasmi, magari anche il mare era una roba uscita dalla fantasia di qualcuno. E comunque lui non credeva alle cose che non aveva mai visto, era fatto così. (continua…)

Ci sono quelle che hanno voglia di parlare, perchè parte rilevante del loro lavoro è parlare con il cliente e allora sbattono contro il mio mutismo perchè io in nessun posto al mondo più che sulla seggiola del parrucchiere ho voglia di fare in fretta e di stare in silenzio. Ci provano comunque, chiedono un parere sulla canzone che sta passando in radio o sul fatto che è la prima volta che mi vedono. Grugnisco, perchè le sole parole che escono dalla mia bocca, in quel caso, sono “corti dai lati, più lunghi di sopra”.
E questo, non parlare, dovrebbero fare, possibilmente come gli chiedo io. Invece non lo fanno mai. Bene che vada trovi una parsimoniosa, che non taglia niente dicendo stai bene così, cosa li tagli a fare. E quando esci li hai lunghi come quando sei entrato, solo innaturalmente ritti di gel, e fai giusto in tempo a prenotare il prossimo taglio, due giorni dopo. Male che vada trovi le Edward (mani-di-forbice), che rasano senza pietà e ti ritrovi a temere che fuori ci sia un arruolatore dei marines che ti porta via con sè.
Poi c’è il problema dei prodotti, particolarmente specioso per il genere femminile che viene bombardato per tutta la durata delle operazioni da proposte di gel, lucidi, shampoo, trattamenti, colori che tu hai dei capelli bellissimi, è un peccato ridurti come Bersani. E allora in genere le clienti finiscono per trovarsi alla cassa con più extra di quando prenoti un volo con RyanAir.
Aspetto con ansia l’invenzione dei Tagliomat, sportelli automatici nei quali digiti il PIN, selezioni il tipo di taglio (“corti dai lati, più lunghi di sopra”), appoggi la testa e in trenta secondi hai finito. Ma so che finirebbe con una vocina metallica che mi chiede “Un po’ di gel?”.

Ieri nelle Filippine c’è stata una strage di quelle che non stanno sulle prime pagine. Nel regolamento di conti tra due clan mussulmani rivali sono stati massacrati una cinquantina di giornalisti, politici e cittadini comuni. Sui cadaveri delle donne, va da sè, i segni dello stupro subito.
Perchè le donne hanno questo vantaggio. I loro colleghi uomini, nei teatri di guerra, possono essere imprigionati, torturati, uccisi. Loro, oltre a tutto questo, possono – o devono – essere anche violentate. E lo stupro di guerra stupisce per la sua trasversalità. Stuprano i nazisti ma anche i soldati alleati, gli americani in Italia e i russi i Germania. Stuprano cristiani e mussulmani, bianchi e neri, fascisti e comunisti, persino gli italiani brava gente quando volevano fare l’impero. Non si fanno mancare uno stupro nemmeno quelli impegnati nelle pulizie etniche, che sia Ruanda o Cambogia, Bosnia o Palestina
Lo stupro, in guerra, è un bonus per i soldati che, capiamoli, già gli tocca ammazzare per lavoro, almeno lasciamoli divertire. Forse è un modo di riportare a un’animalità carnale la mostruosità che si sta vivendo, forse è la fotografia dell’attimo nel quale ci mostriamo come saremmo se non ci fossero le regole a limitarci gli istinti.
Intanto oggi è la giornata internazionale per la violenza sulle donne.

La prima volta che mi sono collegato a internet, per smontare lo scetticismo di mia moglie, ho digitato www.whitehouse.com. Si è aperto un sito porno.
Da lì in poi la strada è stata tutta in salita.

Io ho una memoria stupida, il che non significa che non mi ricordo le cose ma che mi ricordo le cose sbagliate.
Esempio di cose che mi ricordo: i nomi degli attori, il posto in cui ho letto un determinato libro, cosa ho mangiato in una vacanza di venti anni fa, le figure di merda che ho fatto alle elementari e così via.
Esempio di cose che mi scappano dalla mente: le scadenze di assicurazioni e bolli, di andare a prendere mia suocera che mi aspetta sotto casa alle sette di un mattino d’inverno, di timbrare al lavoro e così via.
Ho invidiato Marco, il mio pizzaiolo preferito, che prendeva venti ordinazioni contemporaneamente per un totale di cinquanta, sessanta pizze diverse e non sbagliava mai. E invidio tuttora la tipa del mercatino della verdura, che alla cassa conosce a memoria tutti i prezzi dei prodotti, distinguendo tra pomodori dentro, pomodori fuori, finocchi in offerta e cavolo in fin di vita.
Anche se a volte penso che lei, la tipa del mercatino, i prezzi se li inventi al momento.

Va bene, io sono uno che odia il rancore, che non sopporta gli strascichi delle litigate. Quando facevo il corso prematrimoniale il prete ci ha detto di non portare i malumori oltre il tramonto del sole e direi che questo è abbastanza in linea con lo stile della famiglia dalla quale provengo e di quella nella quale ho scelto di vivere. Era così con i miei, è così con mia moglie ed è già così con mio figlio, che dopo ogni sgridata si offende, si butta sul letto, aspetta che lo raggiungiamo e che facciamo la pace.
Però. Però ci sono alcune litigate, che potremmo definire necessarie e strutturali, che non dovrebbero risolversi così, all’acqua di rose. Non dovrebbe bastare un toccami e chiudiamola qui. Perchè, pensi, ho speso un sacco di fatica, mi sono rovinato il rito della pizza settimanale, strappo alla dieta, discutendo, alzando la voce, provando a farti capire dove sbagli, sforzandomi di intravedere uno spiraglio di comprensione da parte tua, cazzo, dei motivi per cui io sto facendo raffreddare questa pizza.
E invece no. La controindicazione di vivere con qualcuno che non sa litigare, me incluso, è che si cerca subito il posto dove apporre la firma per l’armistizio. Ci si scambia un bacio, ci si accerta che tutto è come prima, pizza a parte. Di brutto c’è che così un sacco di cose non si chiariranno mai. Di bello c’è che non ci si porta dietro la rabbia. E al limite si prende la pizza anche la sera dopo, fanculo alla dieta.

Io sono uno di quelli che, leggendo un libro o guardando un film, li mette automaticamente a confronto con le opere precedenti dello stesso autore e si fa una automatica (e inutile) classifica mentale. Ecco, se uso questo criterio un film come “Gli abbracci spezzati” meriterebbe, ahimè, una recensione pessima. Perchè è indubbiamente inferiore a quasi tutti i lavori precedenti di Almodovar, lontano soprattutto da quel “Volver” che sapeva far piangere con la storia della madre scomparsa e ritrovata ma anche dai film più estremi come “La mala educacion”.
Il limite principale degli Abbracci è proprio la sua normalità, anomala nel panorama cinematografico almodovariano. La storia d’amore contrastata (ed evidentemente destinata da subito alla tragedia) del regista e della sua musa non decolla mai ed è semmai il contraltare del compagno cornuto, con le sue spiate “mute”, a risaltare maggiormente.
Del film si salva soprattutto la struttura metacinematografica (il film nel film), pure non nuova come idea, che finisce per far venir voglia allo spettatore di vedere il film che stanno girando, evidente tributo alle “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, piuttosto che quello che sta vedendo. Insomma Pedro gioca con gli specchi costruendo all’interno del melodramma un minifilm grottesco, che soprattutto nelle sequenze finali fa nostalgia dell’altro Pedro, quello che si lasciava andare. E si salvano gli attori, su tutti la sempre più bella e brava Penelope Cruz.
La cosa peggiore è invece l’infinito spiegone che precede il finale, dove si dettaglia quello che tutti hanno già capito da un pezzo in una scena al bar lunga e noiosa. La regia è comunque ottima, probabilmente la debolezza di questo film sta più nell’idea che nella sua realizzazione.

C’è la nostalgia per un padre che se ne è andato, per l’ironia con la quale lui avrebbe commentato le buttane, il traffico e la maleducazione. E allora si sceglie di ricordarlo lì, sulla spiaggia, a leggere il giornale con la camicia bianca aperta e cullato dal sole. E gli si chiede di mandarci una cartolina, dal posto in cui si trova.
C’è una signora preoccupata per le sue rose, che non sbocceranno per questa perturbazione atlantica che fa tardare la primavera. E c’è il funerale di uno zio carnefice alla quale si va con il rossetto rosso e sotto il soprabito niente, perchè così si ricorda chi era una persona stimata e rispettabile, almeno quando non aveva la nipotina sulle ginocchia.
C’è una Marie che amiamo nonostante tutto, poesia musicata in arabo, francese e italiano. E c’è la siciliana alla finestra, che guarda la gente sfaccendata e tutto commenta e tutto ci canta, in una lingua mai così dolce e melodiosa.
Ci sono quelli che sperano che un giorno sapranno chiamare col nome giusto, ritrovando la necessaria serenità, il dolore e la passione di oggi. E quelli che si chiedono in fondo che senso ha aspettare l’estate per poi rimpiangere il freddo dell’inverno.
Tutto questo, e altro, nel piccolo e bellissimo cd di Carmen Consoli.

Amore mio,
non sempre tutto volge per il verso giusto:
ma non è soltanto a causa del maltempo
se il raccolto è andato perso.
Ed è buffo come a volte il tempo scorra
meglio del previsto: un panico incombente
ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso.

E’ forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre,
non molto lontano da qui nevica.

Non molto lontano da qui la gente escogita affannose corse
in preda all’ansia di tornare al punto di partenza, e dimentica
il peso della posta in gioco,
e il come e il quando mentre fuori piove.

Amore mio, non è una colpa il non saper gestire la gioia
e il fatto di trovarsi a proprio agio
nel dolore e nella rassegnazione.
Ed è innaturale come a volte ci forziamo di ignorare
il gemito costante delle nostre reali inclinazioni
il margine di errore di un’incessante sottrazione.

E’ forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre,
non molto lontano da qui nevica.

Era una giornata noiosa, noiosissima, almeno fino a che non l’ho visto. Mi direte come faccio ad annoiarmi, mi invidiate. Credetemi, ci si annoia. Pensate che sia divertente stare a toccarsi i piedi tutto il giorno, a vedere quelle strane robe che girano sopra la mia faccia facendo quei tintinnii penosi? No, no, fidatevi. Una noia mortale.
Perciò faccio rumore, piango, urlo, strepito finché qualcuno non si convince a sollevarmi. Che bello. Cambia di colpo la prospettiva, da orizzontale a verticale, vedi un sacco di cose in più. E poi senti il tepore della pelle contro la tua e senti il rumore della voce che ti parla, quello sì, altro che il tintinnio di quella roba che gira. Bello, bello. Perciò rido. Mica per le smorfie che mi fate. Mi avete preso per scemo? (continua…)

Ci sono due teorie in merito, e io sono abbastanza indeciso su quale seguire. La prima è quella che chiameremo “della sedia in fondo al corridoio”, che dice che la nostra vita è come un corridoio con una sedia all’inizio e una alla fine. Possiamo decidere di camminare come vogliamo ma saremo sempre costretti – dal fato o da quello che vi pare – a stare nel corridoio e finiremo comunque su quella sedia in fondo. L’immagine non è mia, l’ho letta su un libro ma non ricordo quale fosse, solo che era edito da Guanda.
L’altra teoria, resa celebre da un film con la Paltrow quando ancora faceva l’attrice, è quella delle sliding doors. Che la vede diversamente, evidenziando come le scelte quotidiane, il caso, la fortuna, le porte che scorrono possano portarci da una parte o dall’altra, quindi in diversissime sedie in fondo a diversissimi corridoi.
Da quando ho visto il film sono diventato un fan di questa seconda teoria (sono molto influenzabile). E nei racconti agli amici e agli occasionali conoscenti mi vantavo delle mie molte sliding doors, a partire da quella che probabilmente ha segnato in modo importante il mio percorso. Quella giornata a Milano in cui andai a un colloquio in Rinascente accompagnato dalla mia futura moglie, che mi aspettava in macchina. E quando la dirigente mi disse ok, è fatta, lei ci piace, venga con me che facciamo un giro dei negozi, fui costretto a rispondere che non potevo, avevo un impegno e dovevo correre via. Bene, le faremo sapere. Non mi fecero mai sapere nulla e da quella sliding door saltò il mio trasferimento a Milano e via andare.
Ho ripensato alle sliding doors l’altra sera, ancora sotto choc per l’incidente del pomeriggio, quando ho ricordato che non dovevo essere in quel posto a quell’ora perché avevo un appuntamento con il dentista dall’altra parte della città. Me ne ero dimenticato, avevo deciso di andare in palestra, ero finito a investire una persona (prova provata che la palestra fa male).
Chissà, forse qualcuno o qualcosa, un dio in vena di scherzi o una combinazione sinaptica del mio usurato cervello, ha cancellato l’appuntamento e mi ha portato lì. O forse il mio corridoio prevedeva quel passaggio. O ancora, boh, è andata così. A che serve chiederselo? (Tipo, per scrivere un post)

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