muro%20di%20berlinoAlex veniva dall’Ungheria e come tanti nostri connazionali era finito in Svizzera. Noi scappavamo dalla fame, loro dalla tirannia. Alla fine gli era andata bene, a Zurigo era diventato un ottimo medico. Avevamo amici comuni e in una sera d’inverno del 1987 stava in casa mia con la Uli, la sua fidanzata non ufficiale che stuzzicava la nostra fantasia per la sua presunta promiscuità.
Quella sera con Alex parlai, mezzo in tedesco e mezzo in inglese, di tante cose. Parlammo del fatto che entrambi condividevamo la passione dei libri ma Alex mi disse che lui riusciva a leggere solo la notte (e questo è il genere di ricordi marginali che chissà perchè restano impressi). E poi mi disse che secondo lui il comunismo non sarebbe mai finito.
Lo interrogai a lungo e mi fece impressione sentire il suo racconto di quasi profugo, la sua rabbia verso l’Unione Sovietica, la sua disillusione verso la possibilità che avrebbe potuto rivedere, un giorno, casa sua. E, per contro, il mio ottimismo per quello che si stava sviluppando, la glasnost, la perestrojka, ottimismo che lui smontava con una rassegnazione che aveva forse qualcosa di scaramantico.
Ecco, la sera di vent’anni fa nella quale guardavo le immagini di Berlino, la gente in festa, ho ripensato a quel signore che non ho mai più rivisto da quella volta. Al fatto che fortunatamente si era sbagliato.
A lui, che chissà dov’è adesso, dedico le immagini della “vera” caduta del muro, da Goodbye Lenin.