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Era una giornata noiosa, noiosissima, almeno fino a che non l’ho visto. Mi direte come faccio ad annoiarmi, mi invidiate. Credetemi, ci si annoia. Pensate che sia divertente stare a toccarsi i piedi tutto il giorno, a vedere quelle strane robe che girano sopra la mia faccia facendo quei tintinnii penosi? No, no, fidatevi. Una noia mortale.
Perciò faccio rumore, piango, urlo, strepito finché qualcuno non si convince a sollevarmi. Che bello. Cambia di colpo la prospettiva, da orizzontale a verticale, vedi un sacco di cose in più. E poi senti il tepore della pelle contro la tua e senti il rumore della voce che ti parla, quello sì, altro che il tintinnio di quella roba che gira. Bello, bello. Perciò rido. Mica per le smorfie che mi fate. Mi avete preso per scemo? (continua…)

Mi rimbalzi dentro
entrando dagli occhi
passandoci in mezzo
scendendo giù, in basso, giù, in fondo,
a un passo dal cuore
che sfiori leggera
temendo di fargli del male, al solo toccarlo
perché non lo sai
che il solo vederti, il solo sapere che esisti
gli basta per farlo morire.

Mi rimbalzi dentro
e temo stavolta
che non ne uscirai
che troverai un posto
nel quale fermarti, nel quale posarti,
a un passo dal cuore,
sicura, stavolta, che non farai male
che tu sei la vita per lui, per il mondo
nel quale io vivo
nel quale io spero di tenerti accanto
di tenerti per sempre in me.

Mi rimbalzi dentro
e sono felice
sentendo che infine
hai trovato il tuo posto e che ci stai bene
a un passo dal cuore
e questo è il momento
nel quale so dirti
che non hai sbagliato
ora che hai capito
che quello era il posto tenuto per te.

Mi rimbalzi dentro
mi piace il respiro
che picchia sul mio
laggiù dal tuo posto dal quale mi nutri
a un passo dal cuore
ti sento chiamarmi
ti trema la voce
nel chiedermi di non scacciarti
di averti per sempre
nel posto che è nato per te.

campetto1“Questo è il Campetto.”
“Questo? Questa specie di savana?”
“Già. Sembra incredibile ma solo pochi anni fa questo era il mitico Campetto di Migliarina. Dove ho passato un sacco di pomeriggi a giocare a pallone.”
“Tu che giochi a pallone? Dai, cerca di essere serio… E poi non sono pochi anni fa. Sei vecchio, cosa credi?”
Barbara ride e poi si avvia verso la macchina. Dice che non c’è tempo per il racconto della mia vita. Dobbiamo passare in lavanderia prima che chiuda. Entra, chiude la portiera, mi guarda fermo con le mani sulla recinzione arrugginita e scuote la testa. Addio lavanderia.
Sto guardando i pali della porta che oggi sono una specie di garanzia di tetano e invece allora erano bianchi e arrivavano fino a terra invece di sparire in un universo confuso di erbacce. A sinistra, all’altezza delle panchine (che non ci sono mai state ma che ci immaginavamo) oggi spuntano dalla vegetazione, come ruderi dell’antichità migliarinese o come macerie di un Atlantide riemersa, gli stand della festa. Messi in piedi l’ultima volta, forse una quindicina di anni fa, e mai più smontati, destinati al loro ruolo di monumento all’incuria e alla stupidità di chi ha potuto lasciare andare in malora il Campetto.
(continua…)

orologioQuando sei in sala d’attesa, dal dottore, tutti odiano quello che sta dentro. Ne parlano male, dubitano delle sue magagne, fanno illazioni sulle sue inutili chiacchiere, biasimano il medico che gli dà corda.
L’altro giorno un tipo, non contento, ha detto “se hai il cancro o un infarto vai all’ospedale, altrimenti se sono cavolate devi fare in fretta”. Frasi tipo: è mezzora che sta dentro, è una questione di educazione e di rispetto per gli altri, cosa avrà da dire. Se è un anziano si tratta di ipocondria, se è un giovane sta raccontando i fatti suoi.
Per contrasto tutti quelli che aspettano promettono ai loro momentanei compagni di sventura che loro, al contrario, faranno velocissimo. Un paio di ricette, la misurazione della pressione, cinque minuti “di orologio”. Magari sperando che qualcuno, commosso, dica “Beh allora vada prima di me” (cosa che a memoria d’uomo non è mai accaduta ma, come si dice, tentar non nuoce). Poi quello che ha promesso una visita lampo entra e viene come fagocitato dalla distorsione temporale che impera nello studio dei medici. Un luogo dove il tempo corre diverso a seconda se stai dentro o fuori dalla porta.
Sempre l’altro giorno la signora che mi precedeva, ipercritica con quelli che c’erano prima di lei (una famiglia di extracomunitari, quindi con aggravante razziale), è entrata per “due ricette” ed è stata dentro mezzora. Giuro, io ero lì fuori e me ne stavo lamentando con gli altri.

conchigliaMarta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Canticchia tra sé una filastrocca di bimba. Dietro, le orme dai contorni netti, un attimo, e subito la sabbia si sfrangia nei bordi, l’acqua che affiora, piano, dal basso, un’onda si allunga, svelta, e cancella.
Marta che cammina sulla spiaggia. Ma tu puoi saperlo solo se la vedi passare, figura colorata nel grigio del cielo, sabbia asciutta e bagnata, vestito sollevato alle ginocchia. Mani sabbiose. Occhi di lacrime. La vedi passare, un attimo solo, la senti cantare, piano, la sua filastrocca.

“Stella di mare, conchiglia piccina,
fatti trovare da questa bambina…”
(continua…)

exodusUna donna si aggrappa al mio braccio e dice qualcosa a proposito dell’odore acre di questo mare, odore di nafta e di alghe. Qualcuno, specialmente tra i bambini, urla quando tra le strisce verdi attaccate al molo fa capolino un pesce, a portare le sue bollicine verso di noi. Tra i più vecchi c’è chi prega, chi bestemmia nel nostro modo che non offende Dio, chi racconta le storie degli shtetl, sentite mille volte eppure ancora capaci di allargare la faccia in un sorriso dal respiro dolente. Quasi nessuno, comunque, guarda la nave che galleggia davanti a noi, ondeggiando leggermente sotto la spinta della corrente che la accarezza provenendo dalla diga. E quasi nessuno, a parte me, si guarda indietro alla ricerca di una faccia tra quelle che ci fissano, di là dalla rete. Nessuno ha voglia di specchiarsi in quelle espressioni disperate di chi rimane. Di chi, a differenza nostra, è persino privo del sogno che sostiene le nostre giornate e ci consente di seppellire nelle nostre memorie ricordi che sarebbero in grado di strozzare l’anima di qualsiasi goym. (continua…)

258042xcgreux93oL’uomo dietro al vetro mi sta dicendo qualcosa. Vedo che muove le labbra e sembra infastidito del fatto che non gli rispondo.
Non capisce che sto cercando di non sentire il frastuono della stazione che mi esplode nella testa. Che mi sforzo di non percepire quegli odori, il caldo, il sudore, i bagagli, quegli odori che mi riportano a quel giorno.
Che cerco disperatamente di non vedere le facce dei viaggiatori intorno a me. Le stesse di allora.
Una fitta alla tempia destra accompagna la voce del bigliettaio che è riuscita a farsi largo nel mio cervello. Mi chiede se sono sordo.
“Napoli, solo andata.”
(continua…)

ams11A come ACQUA, che ad Amsterdam spunta dietro ogni angolo, canale o fiume che sia, mai mare e subito non capisci perché non ci sia il mare e poi capisci che l’hanno semplicemente rapito, ingabbiato e spedito molti chilometri più in là, buono per le barche e le navi ma non per le case e le città. Acqua nella quale si rispecchiano, ancora più lunghe e strette, le case-canale, acqua sulla quale galleggiano le houseboat, che fai fatica a credere che davvero siano comode e spaziose e che ci viva davvero la gente dentro. Acqua su cui galleggia Amsterdam in equilibrio sui mille pali appuntiti che scendono a cercare la terra dura per dare stabilità a chi sta lassù. (continua…)

thaiIo non mi emoziono mai.
Magari non mi butto neanche giù ma di sicuro non sono il tipo che si emoziona. Sai quelli sempre pronti a farsi battere il cuore appena qualcosa va in un modo che non si aspettano. Subito le lacrime agli occhi, il sorriso alle labbra. Poi magari piangono o si disperano.
No, non è il mio caso.
Solo un paio di cose riescono a scuotermi e a farmi sentire qualcosa che potrebbe assomigliare a un’emozione. Una di queste è l’odore del latte sul fuoco.
(continua…)

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