Mi rimbalzi dentro
entrando dagli occhi
passandoci in mezzo
scendendo giù, in basso, giù, in fondo,
a un passo dal cuore
che sfiori leggera
temendo di fargli del male, al solo toccarlo
perché non lo sai
che il solo vederti, il solo sapere che esisti
gli basta per farlo morire.
Mi rimbalzi dentro
e temo stavolta
che non ne uscirai
che troverai un posto
nel quale fermarti, nel quale posarti,
a un passo dal cuore,
sicura, stavolta, che non farai male
che tu sei la vita per lui, per il mondo
nel quale io vivo
nel quale io spero di tenerti accanto
di tenerti per sempre in me.
Mi rimbalzi dentro
e sono felice
sentendo che infine
hai trovato il tuo posto e che ci stai bene
a un passo dal cuore
e questo è il momento
nel quale so dirti
che non hai sbagliato
ora che hai capito
che quello era il posto tenuto per te.
Mi rimbalzi dentro
mi piace il respiro
che picchia sul mio
laggiù dal tuo posto dal quale mi nutri
a un passo dal cuore
ti sento chiamarmi
ti trema la voce
nel chiedermi di non scacciarti
di averti per sempre
nel posto che è nato per te.
“Questo è il Campetto.”
Quando sei in sala d’attesa, dal dottore, tutti odiano quello che sta dentro. Ne parlano male, dubitano delle sue magagne, fanno illazioni sulle sue inutili chiacchiere, biasimano il medico che gli dà corda.
Marta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Canticchia tra sé una filastrocca di bimba. Dietro, le orme dai contorni netti, un attimo, e subito la sabbia si sfrangia nei bordi, l’acqua che affiora, piano, dal basso, un’onda si allunga, svelta, e cancella.
Una donna si aggrappa al mio braccio e dice qualcosa a proposito dell’odore acre di questo mare, odore di nafta e di alghe. Qualcuno, specialmente tra i bambini, urla quando tra le strisce verdi attaccate al molo fa capolino un pesce, a portare le sue bollicine verso di noi. Tra i più vecchi c’è chi prega, chi bestemmia nel nostro modo che non offende Dio, chi racconta le storie degli shtetl, sentite mille volte eppure ancora capaci di allargare la faccia in un sorriso dal respiro dolente. Quasi nessuno, comunque, guarda la nave che galleggia davanti a noi, ondeggiando leggermente sotto la spinta della corrente che la accarezza provenendo dalla diga. E quasi nessuno, a parte me, si guarda indietro alla ricerca di una faccia tra quelle che ci fissano, di là dalla rete. Nessuno ha voglia di specchiarsi in quelle espressioni disperate di chi rimane. Di chi, a differenza nostra, è persino privo del sogno che sostiene le nostre giornate e ci consente di seppellire nelle nostre memorie ricordi che sarebbero in grado di strozzare l’anima di qualsiasi goym.
L’uomo dietro al vetro mi sta dicendo qualcosa. Vedo che muove le labbra e sembra infastidito del fatto che non gli rispondo.
A come ACQUA, che ad Amsterdam spunta dietro ogni angolo, canale o fiume che sia, mai mare e subito non capisci perché non ci sia il mare e poi capisci che l’hanno semplicemente rapito, ingabbiato e spedito molti chilometri più in là, buono per le barche e le navi ma non per le case e le città. Acqua nella quale si rispecchiano, ancora più lunghe e strette, le case-canale, acqua sulla quale galleggiano le houseboat, che fai fatica a credere che davvero siano comode e spaziose e che ci viva davvero la gente dentro. Acqua su cui galleggia Amsterdam in equilibrio sui mille pali appuntiti che scendono a cercare la terra dura per dare stabilità a chi sta lassù.
Io non mi emoziono mai.
Ora ne sei convinto, eh. Ma ce ne hai messo, Dio se ce ne hai messo.