Meditando


Forse la nostra salvezza è nel non credere che la perfezione esista, o semplicemente nel trovarla noiosa.

Ennio Flaiano, Diario degli errori

Ci vorrebbe Mogol
o Montale, o Prevert,
o al limite D’Alessio
o chi le fa per lui.
Ci vorrebbero le parole giuste
e io ce l’ho
ma una mano non sarebbe male
così, per metterle in fila,
spingerle verso di te,
chiederti un po’ scusa,
dirti qualche grazie.
Ci vorrebbe uno bravo,
col dono della sintesi,
con le giuste metafore,
le virgole corrette,
capace di commuovere
ma senza esser patetico,
lontano dalla retorica
ma non per questo banale.
Uno che sappia farti capire,
senza dirlo, l’importanza.
Ci vorrebbe, già.
Ma siccome non c’è,
beccati questa.

muro%20di%20berlinoAlex veniva dall’Ungheria e come tanti nostri connazionali era finito in Svizzera. Noi scappavamo dalla fame, loro dalla tirannia. Alla fine gli era andata bene, a Zurigo era diventato un ottimo medico. Avevamo amici comuni e in una sera d’inverno del 1987 stava in casa mia con la Uli, la sua fidanzata non ufficiale che stuzzicava la nostra fantasia per la sua presunta promiscuità.
Quella sera con Alex parlai, mezzo in tedesco e mezzo in inglese, di tante cose. Parlammo del fatto che entrambi condividevamo la passione dei libri ma Alex mi disse che lui riusciva a leggere solo la notte (e questo è il genere di ricordi marginali che chissà perchè restano impressi). E poi mi disse che secondo lui il comunismo non sarebbe mai finito.
Lo interrogai a lungo e mi fece impressione sentire il suo racconto di quasi profugo, la sua rabbia verso l’Unione Sovietica, la sua disillusione verso la possibilità che avrebbe potuto rivedere, un giorno, casa sua. E, per contro, il mio ottimismo per quello che si stava sviluppando, la glasnost, la perestrojka, ottimismo che lui smontava con una rassegnazione che aveva forse qualcosa di scaramantico.
Ecco, la sera di vent’anni fa nella quale guardavo le immagini di Berlino, la gente in festa, ho ripensato a quel signore che non ho mai più rivisto da quella volta. Al fatto che fortunatamente si era sbagliato.
A lui, che chissà dov’è adesso, dedico le immagini della “vera” caduta del muro, da Goodbye Lenin.

gel-maniIo quando mi lavo le mani di solito non faccio conteggi. Me le lavo svogliatamente, in fretta, per la gioia dei germi e batteri che rimangono solidamente aggrappati alla mia epidermide. Già una volta vidi in una puntata di Quark un tizio che calcolava la correlazione tra intensità del lavaggio e quantità di germi presenti. Ma nemmeno Piero Angela mi convinse fino in fondo.
Ora però la faccenda si fa seria perché il governo del mio Paese mi invita a contare fino a venti prima di togliere le mani dall’acqua, pena contagio pandemico. E addirittura, mi dice Chiaratiz, in Francia invitano a contare fino a trenta, forse per la grandeur o forse perché i numeri francesi sono più veloci da dire. Al che mi sono chiesto a quanto arriveranno in Svizzera (cento?) e mi sono prefigurato la Meliconi che mette in vendita un pratico contanumeri per eliminare la discrezionalità nella velocità dell’esecuzione.
Perché io conterò fino a venti, se mi obbligano, ma lo farò così: undutrequatcinqseisetotnovdiecundidoditrediquattordquindiseddiciassetdiciottdiciannVENTI!
E via, a sfregare le mani sui jeans per asciugarle.

Ps. Questo è un post ironico. Se mai, caro lettore, dovessimo incontrarci fuori da un bagno pubblico stringimi la mano con fiducia. La mani le ho lavate, ehm, abbastanza bene.

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.

Pablo Neruda

cinemaIl risveglio di Francesco è, da un paio di mesi, punteggiato dalla domanda “Ma c’è il cinema?”. Alla quale va risposto “No, oggi no.”
Il fatto è che le maestre dell’asilo hanno ben pensato di risparmiarsi una mattinata di lavoro piazzando i bimbi davanti al maxischermo, di solito il venerdì. E per uno strano motivo Francesco si è fissato che lui al cinema non ci vuole andare.
Dapprima abbiamo pensato che si fosse spaventato per quello che trasmettono, ma pare che la Pimpa possa essere tranquillamente classificata come cartoon innocuo. Poi abbiamo dato la colpa al buio e ancora abbiamo pensato all’eccessivo frastuono. Fatto sta che “Ma c’è il cinema?” è ormai il corollario necessario a qualsiasi frase che contenga la parola “asilo”. C’è da dire che ormai lo sa che lui in ogni caso non ci va, al benedetto cinema, ma sta in classe a disegnare. Eppure lo chiede, sempre.
Periodo di paure questi tre anni e mezzo di mio figlio. Paure che mi mettono subito in ansia perchè riconosco in lui la gemma delle mie insicurezze, dei miei timori nel ricordo di quando io ero bambino, nella consapevolezza di come sono da adulto.
Magari passerà, magari diventerà un intrepido figlio di puttana. Per ora ho solo paura che diventi troppo simile a me, il mio cucciolo d’uomo.

Mio cucciolo d’uomo, così simile a me
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che
ho imparato dai miei errori, dai timori che ho dentro di me.

Ma c’è una cosa sola che ti vorrei insegnare
é di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare
ma anche che certe volte non si può proprio evitare
se diventano incubi li devi sapere affrontare.

E se ci riuscirò
un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento
e salirai nel sole
e quando verrà il momento
spero solo di ricordare
che è ora di farmi da parte
e di lasciarti andare.

(Eugenio Finardi)

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Stamani saluti con Francesco.
Buon asilo.
Buon lavoro. Ah, papà. Ieri ho fatto due disegni. Uno con noi che andiamo all’Esselunga e la troviamo aperta e uno con noi che andiamo all’Esselunga e la troviamo chiusa.
Per propensione ai supermercati e per fantasia direi che posso risparmiarmi la prova del DNA.
(post numero cento, viva viva)

lunaQuando ho sentito scattare la serratura la radiosveglia segnava le quattro. E quando ha sbattuto la porta senza tenerla mi sono detto, ecco, è pure ubriaca. I tacchi sul pavimento del corridoio, il rumore di lei che va al cesso. Sono rimasto immobile, la faccia sul cuscino, finchè il materasso non si è abbassato sotto il suo peso.
Poi ha cominciato a piangere, piano, biascicando parole tra i singhiozzi soffocati. Mi ha appoggiato una mano sulla schiena, alla fine mi ha chiamato due, tre volte a bassa voce. Sentivo l’odore del suo alito, cattivo, vicino al mio orecchio. Non ho risposto, non potevo rispondere. Perchè rispondere avrebbe significato ricominciare a discutere. Dirci le stesse cose che ci siamo detti mille volte. Alla fine urlare, forse svegliare la bambina, sfogarci, abbracciarci, chiederci perdono, fare buoni propositi da buttare nella rumenta già la mattina dopo. No, non ne vale la pena. Non ne vale davvero la pena.
Levami la mano dalla schiena e continua a piangere, che tanto tra un po’ ti addormenti.

Da quando sono usciti gli spot della Barilla con la voce di Mina avevo una fastidiosa sensazione di deja vu. Le immagini stucchevoli, le frasi retoriche su amici e figli, la musichetta noiosa. Poi, guardando questo, ho capito. I nuovi spot della Barilla ricordano quelle odiose presentazioni powerpoint con micetti, bambini e arcobaleni che i colleghi ti mandano sulla mail dell’ufficio. Solo che qui non si può andare avanti veloce.

Papavero%20-%20IMG_5436Ci devo andare, ci devo andare. Solo che non credo nei cimiteri, specie nelle giornate come oggi che li trasformano in passeggi che neanche il giorno dei saldi. Eppure ci devo andare, magari domani, perchè da troppo tempo non vado a trovare mio padre. Poi mi chiedo che senso ha l’andare davanti alla sua fotografia con l’essere vicino a lui. Probabilmente niente, lui è con me ogni giorno, ogni volta che mi manca o che ripenso a quello che gli direi se fosse ancora qui. Eppure ci devo andare, a trovarlo, devo nutrire quella parte di superstizione irrazionale che vuole che lui sia – fisicamente – lì, quella parte di stupida consuetudine che ti fa sentire in colpa se non ci vai.
E io, che sono abbastanza irrazionale e stupido, alla fine ci andrò.

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