Vieni a vedere la mia casa nuova
le foto del giorno della neve
e l’albero che abbiamo decorato,
ad assaggiare i cappelletti
che quest’anno li abbiamo fatti noi
e chissà come sono venuti.
Vieni per renderti conto
di quanto Francesco è cresciuto
da quando l’hai visto, troppo piccolo,
per l’ultima volta,
per sentire le sue bizze di adesso,
piccolo uomo che impara i confini.
Vieni perchè lui sappia di te
non solo come un nome nel ricordo
ma per come eri davvero
per la tua ironia,
per la tua umanità,
per la tua fragilità
che sono passate da me
e forse arriveranno a lui.
Vieni domani, papà,
che senza di te
la tavola mica è completa.
Meditando
24 Dicembre 2009
23 Dicembre 2009
Il giorno della grande nevicata lo vedevi bene, dove abitano i nazisti dell’ordine. Perchè mentre quelli come me stavano a fare fotografie e pupazzi di neve, peraltro con pessimi risultati, loro erano a spalare il vialetto sotto casa, ad asciugare il marciapiede, a liberare l’auto dalla neve. E quando quelli come me, il giorno dopo, capivano che la neve sarebbe rimasta un bel po’ e andavano in ansia al pensiero di rimanere bloccati e si mettevano a raschiare con le unghiette lo strato di ghiaccio sulla loro auto, dovevano pure beccarsi i rimbrotti dei nazisti dell’ordine. “Andava tolta ieri”. “Oggi si graffia”.
C’è che io un po’ li invidio, i nazisti dell’ordine. Io che sono diversamente disordinato, naturalmente pigro, io che per andare da A a B scelgo sempre la strada meno faticosa e mi convinco che lo soluzione giusta sia la mia, quella del risultato imperfettino ma infinitamente meno stressante. Perchè io credo che quelli là patiscano da morire se le cose non gli vengono proprio perfette. E io di patire non ne ho voglia. Quindi li invidio, ma da lontano.
(Per questo non farei mai il triangolino.)
22 Dicembre 2009
20 Dicembre 2009
Che hai voglia di dire, ma quando ti svegli e fuori è tutto bianco il cuore fa uno strano salto nel petto. Alle menate varie, ai tubi congelati, alle strade bloccate, alle piante del giardino che seccano ci penserai il giorno dopo. Quando apri la persiana c’è solo un’emozione fortissima guardando la tua palma innevata.

Chi nasce, come me, nei posti in cui nevica di rado, tipo una volta ogni dieci anni, non riesce a trattenersi dall’andare in soffitta per recuperare la roba da sci e tutti giù, a fare i fessi nella neve manco fossimo bambini di tre anni.
Anzi, il più serio era Francesco, mi sa.
Intanto oggi è già il giorno dopo, e siamo senza acqua.
9 Dicembre 2009
Vedi questi cinesi, che dopo millenni di fame stanno raggiungendo un filo di ricchezza e il mondo gli chiede di rallentare la crescita, che stanno inquinando troppo.
Mi viene in mente quando mia mamma ha potuto permettersi la prima pelliccia, solo che ormai si era nell’era dell’animalismo imperante. E come si incazzava all’idea che finchè le pellicce le compravano le “signore” a nessuno era venuto in mente che venivano da animali morti.
La Cina e mia mamma, due che hanno sbagliato i tempi.
8 Dicembre 2009
Ci sono cose, o persone o situazioni, che guardi per come sei abituato e poi un giorno hai una folgorazione e dici, cavolo come ho fatto fino ad oggi a non accorgermene.
Mi è capitato stamani con il citofono della casa di mia mamma, un palazzo di ventotto appartamenti. Citofono che avevo sempresfiorato distrattamente e solo oggi, complice un attesa di qualche minuto, ho visto nella sua vera natura di raccontatore di fatti altrui.
Perchè i pulsanti di gomma accanto ai nomi delle famiglie sono diversamente consumati, vanno da quelli quasi intonsi che pensi che nessuno mai li abbia suonati a quelli interamente anneriti. E allora mi sono fatto un’idea, una teoria per dirla in modo pomposo, sulla tecnica di lettura della consunzione della pulsantiera dei citofoni, TLCPC in breve.
Quattro fattori incidono sulla consunzione degli stessi:
1) la numerosità della famiglia, perchè più abitanti significa più suonate;
2) la socialità della famiglia, perchè più visite si ricevono e più il pulsante si consuma;
3) la rumorosità della famiglia, perchè il suono sguaiato richiede una maggiore e più prolungata pressione;
4) la pulizia della famiglia, perchè a mio parere nell’annerimento del pulsante un ruolo non marginale è esercitato anche dalla pulizia delle mani.
Ecco, sembra una cazzata ma stamani, in quei pochi minuti di attesa, ho riletto la storia del palazzo attraverso la consunzione dei pulsanti. In particolare ho notato che al primo posto, quanto ad annerimento, è balzata una famiglia giunta da poco nel palazzo, numerosa, ipersociale, rumorosissima. Poi c’è quello di una famiglia meno popolosa ma molto più caotica e zozzarella. E poi, sorpresa, c’è quello di mia mamma, che pur vivendo da sola ha una ricca vita sociale e amici abbastanza casinisti.
Dall’altro capo della classifica i pulsanti quasi intonsi, quelli degli appartamenti rimasti a lungo sfitti ma anche quelli delle famiglie più precisine, che probabilmente hanno a loro volta amici precisini che sfiorano il pulsante con un soffio educato. E passano nella vita leggeri come l’alone che non si attacca al loro pulsante.
(La foto qui sopra non è, per ovvi motivi, quella del citofono di casa di mia mamma. L’ho trovata su internet.)
4 Dicembre 2009
Ho voglia di scrivere un racconto triste, ma mica perchè sono triste davvero. Lo dico perchè l’ultima volta che ho scritto un racconto triste poi mia mamma mi ha chiamato chiedendomi se stavo bene e mia moglie ha detto che da un po’ di tempo penso alla morte. E invece io sto benissimo e mai e poi penso alla morte, cioè ci penso in astratto alle catastrofi ma immagino sempre di uscirne come l’unico illeso, il che fa molto ridere i miei colleghi quando glielo dico, anche perchè faccio che loro muoiono tutti. Solo che mia mamma e mia moglie mica lo sanno dei piccoli trucchi di quelli che scrivono, che pur di estrarre dal lettore una lacrima o un sospiro o una tachicardia sono disposti a inventarsi qualsiasi cosa, anche che non c’entra niente con come si sentono davvero.
Vorrei scrivere un racconto triste, ma davvero tristissimo.
Che so, la storia di un bambino orfano e malato che perde in un terremoto l’unico parente che gli era rimasto e sta pure sul cazzo a Bertolaso che non gli dà gli aiuti. O quella di un’antilope abbandonata dal suo branco che si trova di fronte a un gruppo di leoni affamati e resta immobile fingendosi un cartonato e però un leone mezzo orbo ci sbatte contro, si accorge che è viva e la sbrana. O ancora il racconto in soggettiva di un condannato a morte che non ha avuto la grazia per un errore di battitura della segretaria del governatore, distratta dalla lettura di una mail nella quale il fidanzato la lasciava per sua sorella e allora lei va sulla sedia elettrica al posto del condannato.
Niente, non sono abbastanza tristi. Ma almeno stavolta mia mamma non si preoccupa.
26 Novembre 2009
Ci sono quelle che hanno voglia di parlare, perchè parte rilevante del loro lavoro è parlare con il cliente e allora sbattono contro il mio mutismo perchè io in nessun posto al mondo più che sulla seggiola del parrucchiere ho voglia di fare in fretta e di stare in silenzio. Ci provano comunque, chiedono un parere sulla canzone che sta passando in radio o sul fatto che è la prima volta che mi vedono. Grugnisco, perchè le sole parole che escono dalla mia bocca, in quel caso, sono “corti dai lati, più lunghi di sopra”.
E questo, non parlare, dovrebbero fare, possibilmente come gli chiedo io. Invece non lo fanno mai. Bene che vada trovi una parsimoniosa, che non taglia niente dicendo stai bene così, cosa li tagli a fare. E quando esci li hai lunghi come quando sei entrato, solo innaturalmente ritti di gel, e fai giusto in tempo a prenotare il prossimo taglio, due giorni dopo. Male che vada trovi le Edward (mani-di-forbice), che rasano senza pietà e ti ritrovi a temere che fuori ci sia un arruolatore dei marines che ti porta via con sè.
Poi c’è il problema dei prodotti, particolarmente specioso per il genere femminile che viene bombardato per tutta la durata delle operazioni da proposte di gel, lucidi, shampoo, trattamenti, colori che tu hai dei capelli bellissimi, è un peccato ridurti come Bersani. E allora in genere le clienti finiscono per trovarsi alla cassa con più extra di quando prenoti un volo con RyanAir.
Aspetto con ansia l’invenzione dei Tagliomat, sportelli automatici nei quali digiti il PIN, selezioni il tipo di taglio (“corti dai lati, più lunghi di sopra”), appoggi la testa e in trenta secondi hai finito. Ma so che finirebbe con una vocina metallica che mi chiede “Un po’ di gel?”.
25 Novembre 2009
Ieri nelle Filippine c’è stata una strage di quelle che non stanno sulle prime pagine. Nel regolamento di conti tra due clan mussulmani rivali sono stati massacrati una cinquantina di giornalisti, politici e cittadini comuni. Sui cadaveri delle donne, va da sè, i segni dello stupro subito.
Perchè le donne hanno questo vantaggio. I loro colleghi uomini, nei teatri di guerra, possono essere imprigionati, torturati, uccisi. Loro, oltre a tutto questo, possono – o devono – essere anche violentate. E lo stupro di guerra stupisce per la sua trasversalità. Stuprano i nazisti ma anche i soldati alleati, gli americani in Italia e i russi i Germania. Stuprano cristiani e mussulmani, bianchi e neri, fascisti e comunisti, persino gli italiani brava gente quando volevano fare l’impero. Non si fanno mancare uno stupro nemmeno quelli impegnati nelle pulizie etniche, che sia Ruanda o Cambogia, Bosnia o Palestina
Lo stupro, in guerra, è un bonus per i soldati che, capiamoli, già gli tocca ammazzare per lavoro, almeno lasciamoli divertire. Forse è un modo di riportare a un’animalità carnale la mostruosità che si sta vivendo, forse è la fotografia dell’attimo nel quale ci mostriamo come saremmo se non ci fossero le regole a limitarci gli istinti.
Intanto oggi è la giornata internazionale per la violenza sulle donne.
24 Novembre 2009
La prima volta che mi sono collegato a internet, per smontare lo scetticismo di mia moglie, ho digitato www.whitehouse.com. Si è aperto un sito porno.
Da lì in poi la strada è stata tutta in salita.

