Quel pomeriggio fui davvero vicino all’obiettivo. Stavo per convincere i miei genitori a mandarmi dai Ragazzi di Migliarina a imparare la chitarra. E tutto grazie a un tizio col riporto e a una batteria di pentole antiaderenti.
Ma andiamo per gradi. Intanto spieghiamo che nel quartiere in cui sono nato, e che ho descritto in un racconto che sta qua da qualche parte, c’era questo gruppo dal nome non particolarmente originale. I Ragazzi di Migliarina, per noi un mito. Animavano le nostre domeniche a base di film di Ciccio e Franco e di pizza fatta in casa. Organizzavano sontuose gite come quella all’allenamento della Juventus, poi abortita in extremis causando uno dei grandi traumi della mia infanzia. Mettevano in scena l’annuale festa del Giugno Migliarinese e un po’ tutti gli eventi che animavano il quartiere. Soprattutto insegnavano ai bambini, gratuitamente, a suonare e cantare grazie al genio e alla generosità di un signore, il Maestro Castellani, che tenne persino a battesimo artistico una bimbetta di nome Alessia destinata un giorno a vincere Sanremo.
Torniamo però al nostro piccolo eroe e al suo sogno di suonare uno strumento. Dapprima ci provai con la batteria, per la quale tuttora sono convinto di avere un talento innato (almeno lo penso ogni volta che, fermo ai semafori, tamburello con le mani sul volante seguendo a meraviglia le basi ritmiche delle canzoni). Una promettente carriera nelle percussioni tarpata alle radici: troppo rumore, troppo spazio, troppo costosa, tanto poi ti stufi, conoscendoti. Ecco, su questo ultimo punto si fondava, soprattutto, la barriera che i due ancor giovani genitori alzavano davanti alle mie idee. I malvagi, infatti, puntavano tutto sulle insicurezze del loro pargolo, consci che su un eventuale abbandono avrebbe costruito mostruosi sensi di colpa. E allora addio alla batteria.
Ma la chitarra, cavolo. La chitarra costa poco, occupa uno spazio limitato e non è affatto rumorosa. Quasi mi sarei sentito abbastanza forte da garantire una sufficiente continuità nella nascente passione, che non mi sarei stufato, attratto com’era dall’idea di strimpellare le canzoni che ascoltavo, Guccini, De Andrè, Battisti. Sì, papà, mamma, mandatemi dai Ragazzi di Migliarina. Pausa di valutazione. Scambio di occhiate. No, poi ti stufi. Depressione. Forse quel giorno è nato un movimento sotterraneo di frustrazione e malinconia che sarebbe esploso molti anni dopo nel fenomeno degli emo.
Poi venne il pomeriggio nel quale fui più vicino alla chitarra. C’è da dire che i miei amavano ricevere in casa testimoni di geova e venditori di ogni genere, forse per la curiosità che abbiamo nel DNA o forse perché troppo poco bastardi per chiudergli la porta in faccia. Quel giorno venne un venditore di pentole antiaderenti, che aveva il non trascurabile pregio di essere il papà di Cinzia, una delle cantanti di punta dei Ragazzi di Migliarina. Della quale ero peraltro perdutamente innamorato da quando aveva cantato, sul pulmino per la colonia, “Il cielo in una stanza” e mi ero immaginato una sua occhiata malandrina. Nel corso della sua presentazione il venditore, sistemando il riporto, aveva accarezzato per diversi minuti il sogno di aver venduto un’intera batteria di pentole e, nell’impeto dell’entusiasmo, aveva perorato la causa della mia iscrizione ai Ragazzi di Migliarina. Non costa niente, occupa poco spazio, e lui mica si stufa, si vede che è motivato. Bingo.
Quando ci salutò eravamo entrambi raggianti. Lui, con la sua promessa di acquisto, sulla quale i miei – pur consci dell’eccezionale proposta – avevano bisogno di un supplemento di valutazione visto l’alto costo della batteria di pentole. E io, che già mi vedevo nel giro di poche settimane ad arpeggiare accompagnando Cinzia che cantava il nostro cavallo di battaglia. Ma appena la porta si chiuse capimmo entrambi la vacuità delle nostre speranze. I miei dissero vediamo, forse, ma sei sicuro e terminarono con il noto “tanto poi ti stufi”. Non comprarono nemmeno le pentole. Io non ebbi mai la mia chitarra. E alla fine pure i Ragazzi di Migliarina andarono a puttane, molti anni dopo, con una incredibile disavventura giudiziaria per il loro fondatore.
Ma in un certo senso un lieto fine c’è: sulle macerie delle mie delusioni si costruirono le basi che portarono mio fratello, più piccolo di otto anni, a infilare lezioni di piano, chitarre classiche ed elettriche, gruppi e concerti, Battisti sulla spiaggia e canzoni di capodanno.
Il lieto fine, ovvio, non è per me. Che tanto mi sarei stufato, conoscendomi.