racconti


“No ghe siàn bastansa baumen”, disse Tommaso in quel dialetto mezzo veneziano e mezzo tedesco che gli veniva quando, nonostante le esortazioni del barista e degli altri presenti, preoccupati che esaurisse tutte le scorte, esagerava col rosso. “No ghe siàn bastansa baumen”, ripetè con tono sconsolato. Era un mercoledì di fine novembre nel paese di Pignasecca, da qualche parte tra i monti.

Ma gli altri non diedero retta a Tommaso. Un po’ perché non si usa dare retta allo scemo del paese. E un po’ perché, anche se gli avessero dato retta, nessuno sapeva cosa fossero i baumen visto che le uniche lingue conosciute in paese erano quelle delle zitelle Bergonzi, lunghissime e taglienti, e che mai nessun pignese si era spinto oltre la valle. Tranne Tommaso, appunto, che una volta era finito chissà come alla più vicina stazione ferroviaria dove era salito su un treno che lo aveva portato in Germania. Lì si era innamorato di una bellissima crucca, della birra e di una cinquantina di parole necessarie (tra le quali stranamente finì anche baumen, alberi) prima di essere, in qualche modo che qui non ci interessa, rispedito a casa. (continua…)

L’uomo che chiamava le montagne per nome lo faceva senza un vero motivo, o almeno non se l’era mai chiesto. Lo aveva sempre fatto, sin da quando, bambino, saliva col padre nelle prime arrampicate della sua vita. E allora, per uno scherzo divenuto poi abitudine, aveva preso a dare un nome alle montagne che scalava. Ma non il nome vero, quello delle cartine, che quello non gli significava nulla. Si inventava nomi di donna, perché, immaginava, le montagne devono essere donne per forza.

L’uomo che chiamava le montagne per nome non aveva mai visto per davvero il mare. Ne aveva sentito parlare, prima, nei racconti di quelli che tornavano in paese a trovare i parenti, ma non aveva saputo immaginarlo. Una volta cresciuto lo aveva visto, in televisione, ma mica ci aveva creduto fino in fondo. Che in televisione si vedevano tante cose inventate, gli extraterrestri e i fantasmi, magari anche il mare era una roba uscita dalla fantasia di qualcuno. E comunque lui non credeva alle cose che non aveva mai visto, era fatto così. (continua…)

Io ho una memoria stupida, il che non significa che non mi ricordo le cose ma che mi ricordo le cose sbagliate.
Esempio di cose che mi ricordo: i nomi degli attori, il posto in cui ho letto un determinato libro, cosa ho mangiato in una vacanza di venti anni fa, le figure di merda che ho fatto alle elementari e così via.
Esempio di cose che mi scappano dalla mente: le scadenze di assicurazioni e bolli, di andare a prendere mia suocera che mi aspetta sotto casa alle sette di un mattino d’inverno, di timbrare al lavoro e così via.
Ho invidiato Marco, il mio pizzaiolo preferito, che prendeva venti ordinazioni contemporaneamente per un totale di cinquanta, sessanta pizze diverse e non sbagliava mai. E invidio tuttora la tipa del mercatino della verdura, che alla cassa conosce a memoria tutti i prezzi dei prodotti, distinguendo tra pomodori dentro, pomodori fuori, finocchi in offerta e cavolo in fin di vita.
Anche se a volte penso che lei, la tipa del mercatino, i prezzi se li inventi al momento.

Era una giornata noiosa, noiosissima, almeno fino a che non l’ho visto. Mi direte come faccio ad annoiarmi, mi invidiate. Credetemi, ci si annoia. Pensate che sia divertente stare a toccarsi i piedi tutto il giorno, a vedere quelle strane robe che girano sopra la mia faccia facendo quei tintinnii penosi? No, no, fidatevi. Una noia mortale.
Perciò faccio rumore, piango, urlo, strepito finché qualcuno non si convince a sollevarmi. Che bello. Cambia di colpo la prospettiva, da orizzontale a verticale, vedi un sacco di cose in più. E poi senti il tepore della pelle contro la tua e senti il rumore della voce che ti parla, quello sì, altro che il tintinnio di quella roba che gira. Bello, bello. Perciò rido. Mica per le smorfie che mi fate. Mi avete preso per scemo? (continua…)

Esci dalla stazione di corsa santiando perchè il treno come sempre si è fermato dieci minuti a pochi metri dalla stazione, aspettando che un deficiente che chissà cosa sta facendo accenda un semaforo verde e ti faccia entrare in una stazione con dodici binari vuoti.
Giù per le le scalette di corsa slalomando tra la gente che scende e corre come te perchè vuole andare a casa e la gente che sale e corre come te perchè deve prendere il treno.
Passo rapido, macchina, due click sulla chiave sennò la portiera non si apre. Auto troppo intelligenti che se clicchi una volta sola aprono solo il guidatore e tu anche se sei guidatore devi mettere la valigetta dietro.
Traffico, coda, come fa a esserci tutta ’sta gente a Spezia. Centomila abitanti che si trasformano in dieci milioni di macchine. Tutte in coda davanti a me.
Galleria, semaforo, coda, semaforo.
Alla fine in un modo o nell’altro ci arrivi, al supermercato.
Prendi la rampa per il parcheggio alto ma c’è uno che sta scendendo e in due non si passa. Metteresti la retromarcia ma dietro c’è un terzo che aspetta di salire. Respiro profondo, manovra sbrogliata.
Parcheggio, borse, carrello. Un euro. Dov’è un euro? Dove sono cinquanta centesimi? Dove sono quei maledetti chili di spiccioli che ti deformano le tasche, quelli che sembrano niente e invece sono due o trecentomila delle vecchie lire? Ecco finalmente che dal fondo della tasca spunta una moneta che prontamente inserisci nel carrello. Sbuffi, corri verso il…
…tapis roulant.
Che è lentissimo, la prima cosa lenta della tua giornata.
Percorre i suoi pochi metri in un quarto d’ora trattendendo nella morsa magnetica le ruote del tuo carrello. E tu non puoi fare altro che aspettare, costretto a un’attesa che ti sembra incomprensibile. Certo, potresti tirare fuori le rotelle dal binario e farle scivolare. Ma hai già provato e sai che non ne vale la pena.
Allora ti rassegni, ti fermi, ti rilassi.
Guardi il mondo salire lentissimo in senso contrario, alla tua sinistra e per un attimo ti chiedi che senso abbia correre sempre.
Per un attimo, perchè appena tocchi terra parti a razzo. C’è ancora un sacco di corsa che ti aspetta.

Quel pomeriggio fui davvero vicino all’obiettivo. Stavo per convincere i miei genitori a mandarmi dai Ragazzi di Migliarina a imparare la chitarra. E tutto grazie a un tizio col riporto e a una batteria di pentole antiaderenti.

Ma andiamo per gradi. Intanto spieghiamo che nel quartiere in cui sono nato, e che ho descritto in un racconto che sta qua da qualche parte, c’era questo gruppo dal nome non particolarmente originale. I Ragazzi di Migliarina, per noi un mito. Animavano le nostre domeniche a base di film di Ciccio e Franco e di pizza fatta in casa. Organizzavano sontuose gite come quella all’allenamento della Juventus, poi abortita in extremis causando uno dei grandi traumi della mia infanzia. Mettevano in scena l’annuale festa del Giugno Migliarinese e un po’ tutti gli eventi che animavano il quartiere. Soprattutto insegnavano ai bambini, gratuitamente, a suonare e cantare grazie al genio e alla generosità di un signore, il Maestro Castellani, che tenne persino a battesimo artistico una bimbetta di nome Alessia destinata un giorno a vincere Sanremo.

Torniamo però al nostro piccolo eroe e al suo sogno di suonare uno strumento. Dapprima ci provai con la batteria, per la quale tuttora sono convinto di avere un talento innato (almeno lo penso ogni volta che, fermo ai semafori, tamburello con le mani sul volante seguendo a meraviglia le basi ritmiche delle canzoni). Una promettente carriera nelle percussioni tarpata alle radici: troppo rumore, troppo spazio, troppo costosa, tanto poi ti stufi, conoscendoti. Ecco, su questo ultimo punto si fondava, soprattutto, la barriera che i due ancor giovani genitori alzavano davanti alle mie idee. I malvagi, infatti, puntavano tutto sulle insicurezze del loro pargolo, consci che su un eventuale abbandono avrebbe costruito mostruosi sensi di colpa. E allora addio alla batteria.

Ma la chitarra, cavolo. La chitarra costa poco, occupa uno spazio limitato e non è affatto rumorosa. Quasi mi sarei sentito abbastanza forte da garantire una sufficiente continuità nella nascente passione, che non mi sarei stufato, attratto com’era dall’idea di strimpellare le canzoni che ascoltavo, Guccini, De Andrè, Battisti. Sì, papà, mamma, mandatemi dai Ragazzi di Migliarina. Pausa di valutazione. Scambio di occhiate. No, poi ti stufi. Depressione. Forse quel giorno è nato un movimento sotterraneo di frustrazione e malinconia che sarebbe esploso molti anni dopo nel fenomeno degli emo.

Poi venne il pomeriggio nel quale fui più vicino alla chitarra. C’è da dire che i miei amavano ricevere in casa testimoni di geova e venditori di ogni genere, forse per la curiosità che abbiamo nel DNA o forse perché troppo poco bastardi per chiudergli la porta in faccia. Quel giorno venne un venditore di pentole antiaderenti, che aveva il non trascurabile pregio di essere il papà di Cinzia, una delle cantanti di punta dei Ragazzi di Migliarina. Della quale ero peraltro perdutamente innamorato da quando aveva cantato, sul pulmino per la colonia, “Il cielo in una stanza” e mi ero immaginato una sua occhiata malandrina. Nel corso della sua presentazione il venditore, sistemando il riporto, aveva accarezzato per diversi minuti il sogno di aver venduto un’intera batteria di pentole e, nell’impeto dell’entusiasmo, aveva perorato la causa della mia iscrizione ai Ragazzi di Migliarina. Non costa niente, occupa poco spazio, e lui mica si stufa, si vede che è motivato. Bingo.

Quando ci salutò eravamo entrambi raggianti. Lui, con la sua promessa di acquisto, sulla quale i miei – pur consci dell’eccezionale proposta – avevano bisogno di un supplemento di valutazione visto l’alto costo della batteria di pentole. E io, che già mi vedevo nel giro di poche settimane ad arpeggiare accompagnando Cinzia che cantava il nostro cavallo di battaglia. Ma appena la porta si chiuse capimmo entrambi la vacuità delle nostre speranze. I miei dissero vediamo, forse, ma sei sicuro e terminarono con il noto “tanto poi ti stufi”. Non comprarono nemmeno le pentole. Io non ebbi mai la mia chitarra. E alla fine pure i Ragazzi di Migliarina andarono a puttane, molti anni dopo, con una incredibile disavventura giudiziaria per il loro fondatore.

Ma in un certo senso un lieto fine c’è: sulle macerie delle mie delusioni si costruirono le basi che portarono mio fratello, più piccolo di otto anni, a infilare lezioni di piano, chitarre classiche ed elettriche, gruppi e concerti, Battisti sulla spiaggia e canzoni di capodanno.
Il lieto fine, ovvio, non è per me. Che tanto mi sarei stufato, conoscendomi.

imm%5Cgru_cieloAppoggiato alla rete del cantiere, in cima al viottolo polveroso, affondato nel verde che sembra davvero vicino, guardo il buco invisibile. Sarà quello il punto esatto in cui nascerà la mia casa, il mio amore, un nuovo quartiere che si chiamerà Pieve come la chiesa romanica che da sempre dà il nome alle poche case lungo la stradina a senso unico quasi obbligato.
Prima di arrivare a quella rete ci sono stati mesi di discussione intraparentale per decidere se davvero vogliamo comprarci una casa. Se abbiamo tutta questa voglia di iniziare un mutuo che ci accompagnerà per vent’anni di vita con i suoi cartellini semestrali.
“Alla Pieve?”, chiede mio padre nel ruolo di quello che va con i piedi di piombo. “Sì, in mezzo al verde”, risponde la coraggiosa di casa che ben decisa a trascinarci nell’azzardo ci ingolosisce prospettando un emozionante futuro di quasi campagna con gli alberi che si vedono dalla finestra, concetto pressoché rivoluzionario per migliarinesi convinti come noi.
(continua…)

campetto1“Questo è il Campetto.”
“Questo? Questa specie di savana?”
“Già. Sembra incredibile ma solo pochi anni fa questo era il mitico Campetto di Migliarina. Dove ho passato un sacco di pomeriggi a giocare a pallone.”
“Tu che giochi a pallone? Dai, cerca di essere serio… E poi non sono pochi anni fa. Sei vecchio, cosa credi?”
Barbara ride e poi si avvia verso la macchina. Dice che non c’è tempo per il racconto della mia vita. Dobbiamo passare in lavanderia prima che chiuda. Entra, chiude la portiera, mi guarda fermo con le mani sulla recinzione arrugginita e scuote la testa. Addio lavanderia.
Sto guardando i pali della porta che oggi sono una specie di garanzia di tetano e invece allora erano bianchi e arrivavano fino a terra invece di sparire in un universo confuso di erbacce. A sinistra, all’altezza delle panchine (che non ci sono mai state ma che ci immaginavamo) oggi spuntano dalla vegetazione, come ruderi dell’antichità migliarinese o come macerie di un Atlantide riemersa, gli stand della festa. Messi in piedi l’ultima volta, forse una quindicina di anni fa, e mai più smontati, destinati al loro ruolo di monumento all’incuria e alla stupidità di chi ha potuto lasciare andare in malora il Campetto.
(continua…)

orologioQuando sei in sala d’attesa, dal dottore, tutti odiano quello che sta dentro. Ne parlano male, dubitano delle sue magagne, fanno illazioni sulle sue inutili chiacchiere, biasimano il medico che gli dà corda.
L’altro giorno un tipo, non contento, ha detto “se hai il cancro o un infarto vai all’ospedale, altrimenti se sono cavolate devi fare in fretta”. Frasi tipo: è mezzora che sta dentro, è una questione di educazione e di rispetto per gli altri, cosa avrà da dire. Se è un anziano si tratta di ipocondria, se è un giovane sta raccontando i fatti suoi.
Per contrasto tutti quelli che aspettano promettono ai loro momentanei compagni di sventura che loro, al contrario, faranno velocissimo. Un paio di ricette, la misurazione della pressione, cinque minuti “di orologio”. Magari sperando che qualcuno, commosso, dica “Beh allora vada prima di me” (cosa che a memoria d’uomo non è mai accaduta ma, come si dice, tentar non nuoce). Poi quello che ha promesso una visita lampo entra e viene come fagocitato dalla distorsione temporale che impera nello studio dei medici. Un luogo dove il tempo corre diverso a seconda se stai dentro o fuori dalla porta.
Sempre l’altro giorno la signora che mi precedeva, ipercritica con quelli che c’erano prima di lei (una famiglia di extracomunitari, quindi con aggravante razziale), è entrata per “due ricette” ed è stata dentro mezzora. Giuro, io ero lì fuori e me ne stavo lamentando con gli altri.

conchigliaMarta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Canticchia tra sé una filastrocca di bimba. Dietro, le orme dai contorni netti, un attimo, e subito la sabbia si sfrangia nei bordi, l’acqua che affiora, piano, dal basso, un’onda si allunga, svelta, e cancella.
Marta che cammina sulla spiaggia. Ma tu puoi saperlo solo se la vedi passare, figura colorata nel grigio del cielo, sabbia asciutta e bagnata, vestito sollevato alle ginocchia. Mani sabbiose. Occhi di lacrime. La vedi passare, un attimo solo, la senti cantare, piano, la sua filastrocca.

“Stella di mare, conchiglia piccina,
fatti trovare da questa bambina…”
(continua…)

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