Recefilmes


Io sono uno di quelli che, leggendo un libro o guardando un film, li mette automaticamente a confronto con le opere precedenti dello stesso autore e si fa una automatica (e inutile) classifica mentale. Ecco, se uso questo criterio un film come “Gli abbracci spezzati” meriterebbe, ahimè, una recensione pessima. Perchè è indubbiamente inferiore a quasi tutti i lavori precedenti di Almodovar, lontano soprattutto da quel “Volver” che sapeva far piangere con la storia della madre scomparsa e ritrovata ma anche dai film più estremi come “La mala educacion”.
Il limite principale degli Abbracci è proprio la sua normalità, anomala nel panorama cinematografico almodovariano. La storia d’amore contrastata (ed evidentemente destinata da subito alla tragedia) del regista e della sua musa non decolla mai ed è semmai il contraltare del compagno cornuto, con le sue spiate “mute”, a risaltare maggiormente.
Del film si salva soprattutto la struttura metacinematografica (il film nel film), pure non nuova come idea, che finisce per far venir voglia allo spettatore di vedere il film che stanno girando, evidente tributo alle “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, piuttosto che quello che sta vedendo. Insomma Pedro gioca con gli specchi costruendo all’interno del melodramma un minifilm grottesco, che soprattutto nelle sequenze finali fa nostalgia dell’altro Pedro, quello che si lasciava andare. E si salvano gli attori, su tutti la sempre più bella e brava Penelope Cruz.
La cosa peggiore è invece l’infinito spiegone che precede il finale, dove si dettaglia quello che tutti hanno già capito da un pezzo in una scena al bar lunga e noiosa. La regia è comunque ottima, probabilmente la debolezza di questo film sta più nell’idea che nella sua realizzazione.

C’è questo indiano che un giorno, frugando nel pozzo, lo scopre pieno di neutrini. E capisce che nel 2012 il mondo finirà, che quello lo sanno cani e porci da quando l’ha detto Giacobbo, solo che tutti pensano che sia una cazzata. L’indiano lo dice al suo amico negro, che stiamo sempre a dir male di negri e indiani e invece la morale è che a volte sono utili come il pane. Insomma il negro lo va a dire al suo capo, che lo dice al presidente degli Stati Uniti, che è tipo il nonno di Obama. La voce gira e tutti i capi di Stato dicono ok, facciamo delle arche e salviamoci il culo. Anche alla Regina d’Inghilterra?, chiede uno. Sì, anche a lei e pure ai suoi cani.

Fatto sta che quando il mondo finisce tutti sono presi di sorpresa tranne i cinesi, che belli tranquilli avevano preparato tutto. Quello preso di sorpresa più di tutti è uno scrittore sfigato interpretato da un attore sfigato. Nonostante abbia scritto diversi libri sul tema rimane abbastanza basito quando gli si sfalda davanti la California, che come al solito nei film è la prima a saltare in uno squaglio generale che nemmeno la sbrisolona (noto dolce ferrarese). Fortunatamente il nostro eroe, destinato a salvare il mondo già dal primo ingresso in scena, imbarca figliofigliamoglieeamantedellamoglie su un aerino minuscolo e vola a Las Vegas, come a dire fanculo se dobbiamo morire almeno divertiamoci.

Ahimè anche Las Vegas non sta messa benissimo (nel senso che sta esplodendo) ma il caso vuole che l’amante della moglie dell’eroe incontri una tipa alla quale ha rifatto le tette e che lei sia la ganza di un miliardario russo e che lui possieda un gigantesco aereo (improbabile? Dai, noi abbiamo Calderoli ministro!). E allora via, verso la Cina. Che c’entra la Cina? Non lo sappiamo noi e non lo sa nemmeno lo sceneggiatore che pure intuisce che lì doveva starci qualcosa e ce li manda. Intanto il mondo si sbriciola e se si sono abituati loro che ci stanno figurati noi che lo vediamo al cinema.

I potenti del mondo, escluso quello italiano che ha scelto di stare a pregare (il che ci fa intuire che anche nel 2012 non vincerà Bersani) scappano come topi raggiungendo la base nascosta nell’Himalaya dove le gigantesche ondate sarebbero dovute arrivare tra sei mesi e invece, per il solito errore degli scienziati, arrivano tra dieci minuti. Lì si ritrovano il negro di cui sopra, che nel frattempo ha deciso di spendere le ultime ore impalmando la figlia del presidente degli USA, e il nostro eroe con famiglia a seguito. Il primo sta sull’arca e cerca di convincere gli altri che è da bastardi scappare lasciando quelle due-trecento persone a crepare sotto le passerelle.

Il nostro eroe invece, dopo un atterraggio tra i ghiacciai che Bond gli fa una pippa, incontra un paio di tibetani che si erano procurati un passaggio a ufo sulle arche e si accoda a loro (improbabile? Dai, noi abbiamo Minzolini al TG1). Purtroppo poco prima dell’arrivo delle onde lo stesso eroe ha inavvertitamente bloccato il portellone, rischiando di mandare a puttane una roba tipo tre anni di preparativi mondiali e la salvezza dell’umanità. A questo punto il film diventa Titanic con l’Everest al posto dell’iceberg e il nostro eroe impegnato a riparare la cazzata che ha fatto. Forse ci riuscirà o forse no, e comunque vedendo questo film pensi che anche se la razza umana si estingue non è che perdiamo granchè.

Ah, il vecchio monaco tibetano sapeva tutto ma è crepato lo stesso.

Immaginate la coppia più strampalata e patetica della storia del cinema. Lei, Louise, era in realtà un lui di nome Jean Pierre. Operaia analfabeta si ritrova disoccupata dopo che la sua fabbrica ha chiuso. Lui, Michel, era in realtà una lei e si è ritrovato a lavorare nel campo dell’investigazione e forse della criminalità.
Di se stesso Michel racconta che ha ucciso Kennedy ma è meglio che non si sappia in giro. Un curriculum straordinario, quindi. La persona giusta a cui affidarsi quando Louise propone alle sue ex colleghe di investire la buonuscita, ventimila euro in tutto, in un killer che uccida il loro padrone colpevole di averle svendute a una multinazionale.
Louise e Michel inizieranno quindi un viaggio surreale alla ricerca dell’obiettivo da assassinare. E parte integrante del viaggio sarà la scoperta del vero sesso del proprio partner, scoperta che nella sua perfetta simmetria non gli impedirà di amarsi.
Il film è una stratosferica carambola di trovate surreali, confezionate in un packaging apparentemente sciatto e orribile come i due protagonisti e un po’ tutti i personaggi che gli gravitano attorno. Impressione fuorviante, perchè al contrario il film di Delèpine e de Kervern, premio per l’originalità al Sundance Festival, è un perfetto meccanismo di dialoghi folli e di situazioni paradossali, che è bene non svelare perchè lo choc dello spettatore è, qui più che mai, fondamentale per la riuscita del gioco.
Louise-Michel è un film anarchico, a partire dal titolo che omaggia l’anarchica francese Louise Michel, fino all’idea che lo sostiene: i destinati alla sconfitta che cercano il riscatto contro i padroni che ne ignorano l’esistenza. Tema pesante, atmosfera leggerissima, nera, cattiva.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, di Audrey Niffenegger, è uno dei cinque libri che mi hanno più emozionato (qui c’è la mia recensione di allora). Ovvio che da un libro che hai amato così tanto vorresti che venisse tratto un film che sappia darti le stesse sensazioni o, in alternativa, che resti sulla carta.
Invece capita che da quel romanzo, profondissimo nel raccontare la storia d’amore cronoalterata di Henry e Clare, venga fuori una commedia romantica con un titolo ridicolo (“Un amore all’improvviso”) e con un cast leggerino: Rachel McAdams, bellissima e impalpabile, e Eric Bana, già visto – meglio – in Munich.
Ma la cosa più sconcertante è la scelta di sceneggiatura. Il romanzo viene prosciugato e ridotto a un film di un’ora e mezza. Del quale la prima metà è pochissima cosa, con un inizio costellato di ridondanti spiegazioni per far capire allo spettatore, che si presume quello – idiota? – delle commedie rosa, qualcosa di complesso come i viaggi nel tempo di Henry.
Poi il film – come anche il libro – entra in una parte più sostanziosa che consente ai modesti sceneggiatori di infilare una buona chiusura, con un finale decisamente commovente (anche se non paragonabile a quello del libro, molto più centrato ma che sarebbe risultato poco congruente con la scelta fatta dalla produzione).
Che dire? Speriamo che qualche spettatore o spettatrice finito al cinema in cerca di tutt’altro, ingannato dal titolo, si innamori di questa storia e abbia voglia di prendere in mano il libro. Che, davvero, è indimenticabile.

CLARE “Tanto tempo fa, quando gli uomini andavano per mare, le donne li aspettavano sulla spiaggia, scrutavano l’orizzonte in cerca della piccola imbarcazione. Adesso io aspetto Henry. Lui scompare senza preavviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto di attesa dura un anno, un’eternità. Ogni minuto scorre lento, trasparente come vetro. Attraverso ogni minuto vedo un’infinità di minuti in fila, in attesa. Perchè se ne va dove io non posso seguirlo?”

HENRY “E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata. Clare con le braccia affondate nella tinozza per la fabbricazione della carta, che estrae la massa informe e la manipola per mescolarne le fibre. Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia, mentre massaggia le mani screpolate con un balsamo prima di andare a letto. La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

da “La moglie che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger

AcrossTheUniverseLa prima volta che ho sentito parlare dei Beatles è stato quando è morto John Lennon. (Lo so che sembra impossibile, ma in casa mia si sentivano solo i cantautori italiani, la musica in inglese non aveva diritto d’accesso). La seconda è stata quando la mia amica Rita mi ha fatto una cassetta, il peer-to-peer dell’epoca, con le loro migliori canzoni. Da lì in poi è stato innamoramento, amore e passione. Scivolando, come naturale, verso gli album più difficili, “Sergent Pepper’s” e “White Album”, così difficili che ai primi ascolti li consideri folli fino a quando cominci a perdere a tua volta la testa per loro.
Ieri sera ho rivisto “Across the Universe”, il film del 2007 che trasforma la discografia dei Beatles in musical, mettendo in scena le avventure di un gruppo di ragazzi dai nomi evocativi come Jude, Lucy, Max, Prudence, Sadie. Dalla Liverpool degli anni Sessanta parte alla volta dell’America Jude, alla ricerca di un padre lontano. Troverà invece l’amore, l’amicizia e lo sballo ma anche la guerra del Vietnam, più vicina di quanto sembrasse, e le violenze delle manifestazioni di protesta.
Il film non è sempre riuscitissimo, a tratti si perde (specie quando scimmiotta “Hair”). Ma la commistione della musica dei Beatles con la storia, quella sì, è perfetta. Le parole delle canzoni sono intatte, è il film ad adagiarsi su di esse. Dall’iniziale “Is there anybody going to listen to my story all about the girl who came to stay?” (da “Girl”) fino al cartartico finale con “All you need is love”. In mezzo la sequenza migliore del film, con il rosso delle fragole di “Strawberry fields forever” che si fonde col sangue dei soldati morti in Vietnam.
Un film da non perdere per chi, in qualche momento della sua vita, ha sbattuto contro la musica dei Beatles e non ne ha più saputo fare a meno.

Tra l’altro leggendo il testo di “Across the universe” ho scoperto queste bellissime parole che volano via come pioggia infinita in un bicchiere di carta e scivolano attraverso l’universo.

Words are flying out like
endless rain into a paper cup
They slither while they pass
They slip away across the universe
Pools of sorrow waves of joy
are drifting thorough my open mind
Possessing and caressing me.

up-pixar-movie_lUp – Un vecchio vola via trascinando con i palloncini la sua casa, incontra cani parlanti e diventa Indiana Jones. L’INPS, giustamente, gli leva la pensione.

District 9 – In Sudafrica gli alieni vivono chiusi nei ghetti, schifati anche dai negri. Le immagini del loro orribile incontro con gli esseri umani, girate col cellulare, sono state rifiutate persino da Alfonso Signorini.

Ricatto d’amore – Sandra Bullock pensa di essere simpatica, figa e divertente. Non è nessuna delle tre cose e allora si rifà sul suo assistente obbligandolo a innamorarsi di lei. Nostalgia per quando stava su un autobus pieno di tritolo.

gli_amici_del_bar_margherita1Ieri sera potevo finire il libro della Nothomb o iniziare il nuovo di Benni o guardare l’Inter soffrire in Champions League o, ancora, stare su Friendfeed. Invece – sbagliando – ho visto l’ultimo film di Pupi Avati, “Gli amici del Bar Margherita”. Un filmotto scemo, con un bel cast (bravi Lo Cascio e Marcorè) che però viene fagocitato da una trama di un’ovvietà imbarazzante. Magari avrà un senso diverso per i bolognesi, che si saranno emozionati rivedendo la loro città negli anni Cinquanta. Per gli altri, un’ora e mezzo buttata. (C’è da dire che forse “Gli amici del Bar Margherita” è il film meno indicato da vedere 48 ore dopo essersi ubriacati dei bastardi di Tarantino).

BastardiCi sono tabu per eccellenza e il nazismo, specie quando si parla di Shoah, è uno di questi. Poi ci sono degli artisti che riescono a dissacrare i tabu in modo intelligente: era stato il caso di Benigni e di “Train de vie”, oggi è il caso di Quentin Tarantino e dei suoi Bastardi.
Tarantino, è il caso di dire, non sbaglia un colpo. Ancora non so dire in che posizione si collochi “Bastardi senza gloria” nella sua filmografia. Quello che però posso già dire è che è un film perfetto.
Nella Francia occupata dai nazisti si incrocia la storia di una ragazza la cui famiglia è stata sterminata dai nazisti con quella di un gruppo di americani, i Bastardi, paracadutati in territorio nemico con l’obiettivo di ammazzare più nazisti possibile. E siccome il capo di questi è di discendenza indiane (uno strepitoso Brad Pitt) presteranno il loro contributo al pulp tarantiniano togliendo lo scalpo gli avversari.
Le due storie si intrecciano fino a incontrare la Storia con la s maiuscola, nelle ridicole vesti di Hitler e dei suoi gerarchi, dipinti in modo iperrealistico eppure credibile.
Su tutto l’amore tarantiniano per il cinema, mai così alto come in “Bastardi senza gloria”. Il cinema come fonte di ispirazione e di innumerevoli citazioni, ma anche il cinema come unico possibile luogo di catarsi di fronte all’orrore della guerra e della violenza.
La regia è impeccabile, coerente con lo stile del regista ma forse più matura. Le caratteristiche che amano i fans ci sono tutte ma il regista trattiene la sua voglia di fare il buffone, limitandola a una o due sequenze paradossali.
La scena nella locanda è strordinariamente tarantiniana, con i suoi dialoghi surreali (il gioco delle carte) e la tensione che sale. Shosanna è un’altra fantastica vendicatrice, dopo la sposa.

slumdogmillionaire1Jamal viene dalle baraccopoli di Bombay e finisce alla finale dell’edizione indiana di “Chi vuol esser milionario”. Le sa tutte, le risposte. Come ha fatto? Solo fortuna? O sta barando? O forse è scritto che vada così?
Ecco un film strepitoso, la sorpresa di questo Natale cinematografico. (continua…)

Leonida!

A scuola tifavo per gli ateniesi. I professori, probabilmente comunisti, contrapponevano la leggiadra cultura del popolo di Fidia alla brutale violenza degli spartani. E tutti noi stavamo con Atene. Cioè, quasi tutti perché già allora qualcuno, tipo il giovane Dell’Utri, probabilmente tifava Sparta. Gli altri, la maggioranza di allora, stava con l’asse del bene (Atene e i Beatles) contro i simpatizzanti del diavolo (Sparta e i Rolling Stones). Ma il tempo passa e dopo lo sdoganamento di Salò è arrivato quello di Sparta (in rigoroso ordine alfabetico, saltando Sodoma).. (continua…)