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“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, di Audrey Niffenegger, è uno dei cinque libri che mi hanno più emozionato (qui c’è la mia recensione di allora). Ovvio che da un libro che hai amato così tanto vorresti che venisse tratto un film che sappia darti le stesse sensazioni o, in alternativa, che resti sulla carta.
Invece capita che da quel romanzo, profondissimo nel raccontare la storia d’amore cronoalterata di Henry e Clare, venga fuori una commedia romantica con un titolo ridicolo (“Un amore all’improvviso”) e con un cast leggerino: Rachel McAdams, bellissima e impalpabile, e Eric Bana, già visto – meglio – in Munich.
Ma la cosa più sconcertante è la scelta di sceneggiatura. Il romanzo viene prosciugato e ridotto a un film di un’ora e mezza. Del quale la prima metà è pochissima cosa, con un inizio costellato di ridondanti spiegazioni per far capire allo spettatore, che si presume quello – idiota? – delle commedie rosa, qualcosa di complesso come i viaggi nel tempo di Henry.
Poi il film – come anche il libro – entra in una parte più sostanziosa che consente ai modesti sceneggiatori di infilare una buona chiusura, con un finale decisamente commovente (anche se non paragonabile a quello del libro, molto più centrato ma che sarebbe risultato poco congruente con la scelta fatta dalla produzione).
Che dire? Speriamo che qualche spettatore o spettatrice finito al cinema in cerca di tutt’altro, ingannato dal titolo, si innamori di questa storia e abbia voglia di prendere in mano il libro. Che, davvero, è indimenticabile.

CLARE “Tanto tempo fa, quando gli uomini andavano per mare, le donne li aspettavano sulla spiaggia, scrutavano l’orizzonte in cerca della piccola imbarcazione. Adesso io aspetto Henry. Lui scompare senza preavviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto di attesa dura un anno, un’eternità. Ogni minuto scorre lento, trasparente come vetro. Attraverso ogni minuto vedo un’infinità di minuti in fila, in attesa. Perchè se ne va dove io non posso seguirlo?”

HENRY “E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata. Clare con le braccia affondate nella tinozza per la fabbricazione della carta, che estrae la massa informe e la manipola per mescolarne le fibre. Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia, mentre massaggia le mani screpolate con un balsamo prima di andare a letto. La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

da “La moglie che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger

AcrossTheUniverseLa prima volta che ho sentito parlare dei Beatles è stato quando è morto John Lennon. (Lo so che sembra impossibile, ma in casa mia si sentivano solo i cantautori italiani, la musica in inglese non aveva diritto d’accesso). La seconda è stata quando la mia amica Rita mi ha fatto una cassetta, il peer-to-peer dell’epoca, con le loro migliori canzoni. Da lì in poi è stato innamoramento, amore e passione. Scivolando, come naturale, verso gli album più difficili, “Sergent Pepper’s” e “White Album”, così difficili che ai primi ascolti li consideri folli fino a quando cominci a perdere a tua volta la testa per loro.
Ieri sera ho rivisto “Across the Universe”, il film del 2007 che trasforma la discografia dei Beatles in musical, mettendo in scena le avventure di un gruppo di ragazzi dai nomi evocativi come Jude, Lucy, Max, Prudence, Sadie. Dalla Liverpool degli anni Sessanta parte alla volta dell’America Jude, alla ricerca di un padre lontano. Troverà invece l’amore, l’amicizia e lo sballo ma anche la guerra del Vietnam, più vicina di quanto sembrasse, e le violenze delle manifestazioni di protesta.
Il film non è sempre riuscitissimo, a tratti si perde (specie quando scimmiotta “Hair”). Ma la commistione della musica dei Beatles con la storia, quella sì, è perfetta. Le parole delle canzoni sono intatte, è il film ad adagiarsi su di esse. Dall’iniziale “Is there anybody going to listen to my story all about the girl who came to stay?” (da “Girl”) fino al cartartico finale con “All you need is love”. In mezzo la sequenza migliore del film, con il rosso delle fragole di “Strawberry fields forever” che si fonde col sangue dei soldati morti in Vietnam.
Un film da non perdere per chi, in qualche momento della sua vita, ha sbattuto contro la musica dei Beatles e non ne ha più saputo fare a meno.

Tra l’altro leggendo il testo di “Across the universe” ho scoperto queste bellissime parole che volano via come pioggia infinita in un bicchiere di carta e scivolano attraverso l’universo.

Words are flying out like
endless rain into a paper cup
They slither while they pass
They slip away across the universe
Pools of sorrow waves of joy
are drifting thorough my open mind
Possessing and caressing me.

up-pixar-movie_lUp – Un vecchio vola via trascinando con i palloncini la sua casa, incontra cani parlanti e diventa Indiana Jones. L’INPS, giustamente, gli leva la pensione.

District 9 – In Sudafrica gli alieni vivono chiusi nei ghetti, schifati anche dai negri. Le immagini del loro orribile incontro con gli esseri umani, girate col cellulare, sono state rifiutate persino da Alfonso Signorini.

Ricatto d’amore – Sandra Bullock pensa di essere simpatica, figa e divertente. Non è nessuna delle tre cose e allora si rifà sul suo assistente obbligandolo a innamorarsi di lei. Nostalgia per quando stava su un autobus pieno di tritolo.

gli_amici_del_bar_margherita1Ieri sera potevo finire il libro della Nothomb o iniziare il nuovo di Benni o guardare l’Inter soffrire in Champions League o, ancora, stare su Friendfeed. Invece – sbagliando – ho visto l’ultimo film di Pupi Avati, “Gli amici del Bar Margherita”. Un filmotto scemo, con un bel cast (bravi Lo Cascio e Marcorè) che però viene fagocitato da una trama di un’ovvietà imbarazzante. Magari avrà un senso diverso per i bolognesi, che si saranno emozionati rivedendo la loro città negli anni Cinquanta. Per gli altri, un’ora e mezzo buttata. (C’è da dire che forse “Gli amici del Bar Margherita” è il film meno indicato da vedere 48 ore dopo essersi ubriacati dei bastardi di Tarantino).

BastardiCi sono tabu per eccellenza e il nazismo, specie quando si parla di Shoah, è uno di questi. Poi ci sono degli artisti che riescono a dissacrare i tabu in modo intelligente: era stato il caso di Benigni e di “Train de vie”, oggi è il caso di Quentin Tarantino e dei suoi Bastardi.
Tarantino, è il caso di dire, non sbaglia un colpo. Ancora non so dire in che posizione si collochi “Bastardi senza gloria” nella sua filmografia. Quello che però posso già dire è che è un film perfetto.
Nella Francia occupata dai nazisti si incrocia la storia di una ragazza la cui famiglia è stata sterminata dai nazisti con quella di un gruppo di americani, i Bastardi, paracadutati in territorio nemico con l’obiettivo di ammazzare più nazisti possibile. E siccome il capo di questi è di discendenza indiane (uno strepitoso Brad Pitt) presteranno il loro contributo al pulp tarantiniano togliendo lo scalpo gli avversari.
Le due storie si intrecciano fino a incontrare la Storia con la s maiuscola, nelle ridicole vesti di Hitler e dei suoi gerarchi, dipinti in modo iperrealistico eppure credibile.
Su tutto l’amore tarantiniano per il cinema, mai così alto come in “Bastardi senza gloria”. Il cinema come fonte di ispirazione e di innumerevoli citazioni, ma anche il cinema come unico possibile luogo di catarsi di fronte all’orrore della guerra e della violenza.
La regia è impeccabile, coerente con lo stile del regista ma forse più matura. Le caratteristiche che amano i fans ci sono tutte ma il regista trattiene la sua voglia di fare il buffone, limitandola a una o due sequenze paradossali.
La scena nella locanda è strordinariamente tarantiniana, con i suoi dialoghi surreali (il gioco delle carte) e la tensione che sale. Shosanna è un’altra fantastica vendicatrice, dopo la sposa.

slumdogmillionaire1Jamal viene dalle baraccopoli di Bombay e finisce alla finale dell’edizione indiana di “Chi vuol esser milionario”. Le sa tutte, le risposte. Come ha fatto? Solo fortuna? O sta barando? O forse è scritto che vada così?
Ecco un film strepitoso, la sorpresa di questo Natale cinematografico. (continua…)

Leonida!

A scuola tifavo per gli ateniesi. I professori, probabilmente comunisti, contrapponevano la leggiadra cultura del popolo di Fidia alla brutale violenza degli spartani. E tutti noi stavamo con Atene. Cioè, quasi tutti perché già allora qualcuno, tipo il giovane Dell’Utri, probabilmente tifava Sparta. Gli altri, la maggioranza di allora, stava con l’asse del bene (Atene e i Beatles) contro i simpatizzanti del diavolo (Sparta e i Rolling Stones). Ma il tempo passa e dopo lo sdoganamento di Salò è arrivato quello di Sparta (in rigoroso ordine alfabetico, saltando Sodoma).. (continua…)