Recevaries


C’è la nostalgia per un padre che se ne è andato, per l’ironia con la quale lui avrebbe commentato le buttane, il traffico e la maleducazione. E allora si sceglie di ricordarlo lì, sulla spiaggia, a leggere il giornale con la camicia bianca aperta e cullato dal sole. E gli si chiede di mandarci una cartolina, dal posto in cui si trova.
C’è una signora preoccupata per le sue rose, che non sbocceranno per questa perturbazione atlantica che fa tardare la primavera. E c’è il funerale di uno zio carnefice alla quale si va con il rossetto rosso e sotto il soprabito niente, perchè così si ricorda chi era una persona stimata e rispettabile, almeno quando non aveva la nipotina sulle ginocchia.
C’è una Marie che amiamo nonostante tutto, poesia musicata in arabo, francese e italiano. E c’è la siciliana alla finestra, che guarda la gente sfaccendata e tutto commenta e tutto ci canta, in una lingua mai così dolce e melodiosa.
Ci sono quelli che sperano che un giorno sapranno chiamare col nome giusto, ritrovando la necessaria serenità, il dolore e la passione di oggi. E quelli che si chiedono in fondo che senso ha aspettare l’estate per poi rimpiangere il freddo dell’inverno.
Tutto questo, e altro, nel piccolo e bellissimo cd di Carmen Consoli.

Amore mio,
non sempre tutto volge per il verso giusto:
ma non è soltanto a causa del maltempo
se il raccolto è andato perso.
Ed è buffo come a volte il tempo scorra
meglio del previsto: un panico incombente
ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso.

E’ forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre,
non molto lontano da qui nevica.

Non molto lontano da qui la gente escogita affannose corse
in preda all’ansia di tornare al punto di partenza, e dimentica
il peso della posta in gioco,
e il come e il quando mentre fuori piove.

Amore mio, non è una colpa il non saper gestire la gioia
e il fatto di trovarsi a proprio agio
nel dolore e nella rassegnazione.
Ed è innaturale come a volte ci forziamo di ignorare
il gemito costante delle nostre reali inclinazioni
il margine di errore di un’incessante sottrazione.

E’ forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre,
non molto lontano da qui nevica.

bersaniSiamo abituati alle canzoni d’amore, quelle nelle quali si dice alla persona amata che vorresti donare il suo sorriso alla luna perchè di notte chi la guarda possa pensare a lei. Poi ci sono le canzoni dedicate agli amici, che l’amico è la cosa che più ce n’è meglio è. E, meno frequenti, quelle per il figlio o la figlia appena nati, che avranno sorrisi sul loro viso come ad agosto grilli e stelle.
Ma sono rare, e di solito bellissime, le canzoni dedicate a chi ti ha lasciato. E non dico quelle, facili, nelle quali il cantante si strugge per essere lasciato e prende a calci la sua porta chiusa e tira sassi alla finestra accesa. Dico quelle nelle quali il cantante dà, melodicamente, della stronza alla tipa che l’ha mollato.
Capostipite del gruppo è “Bella senz’anima” di Cocciante, che già si preoccupa di quando a letto lui le chiederà di più ed è certo che lui glielo concederà (perchè lei fa così). La più intensa quanto a incazzatura è “Quattro stracci”, dedicata da Guccini alla ex moglie, che pure aveva avuto nella sua carriera di amata canzoni bellissime e anche uno struggente “Farewell”, ancora quasi d’amore. Poi qualcosa si deve essere rotto se finisce a cantarne come di nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d’ esser puttana e lì la inchioda a quei suoi pensieri, quei quattro stracci in cui ha buttato l’ieri persa a cercar per sempre quello che non c’è.
Ultima arrivata di questa serie è “Un periodo pieno di sorprese” di Samuele Bersani, che ieri mi risuonava nell’i-pod e mi ha fatto venir voglia di scrivere questo post. Bisogna aver sofferto parecchio per scrivere una canzone così bella.

Comincia a ingiallirsi il nero del livido
non è più così tanto nitido
e da oggi il dolore ritorna
semplicemente sottocutaneo.
Ho cambiato la scheda al telefono
ho lavato nel lago lo spirito
e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo.

E´ un periodo pieno di sorprese
e non si contano più le offese
che per decenza mi rimangerei.
Ma ero stanco di sentirmi come
uno straccio sotto a tuoi piedi
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi.

Alla parte non mi presto del povero Cristo
e perchè mai tu l´hai data a me
vuoi rispondere perchè
io dove finisco
in quale labirinto
se non c´è
uscita o speranza di evadere.

Continua a ingiallirsi il nero del livido
non è più di dominio pubblico
e da oggi il ricordo diventa
eternamente contemporaneo.
La vendetta è sevita sul tavolo
da strapparti dei fili dal cofano
ma nel farlo il piacere sarà
quello si momentaneo.