Appoggiato alla rete del cantiere, in cima al viottolo polveroso, affondato nel verde che sembra davvero vicino, guardo il buco invisibile. Sarà quello il punto esatto in cui nascerà la mia casa, il mio amore, un nuovo quartiere che si chiamerà Pieve come la chiesa romanica che da sempre dà il nome alle poche case lungo la stradina a senso unico quasi obbligato.
Prima di arrivare a quella rete ci sono stati mesi di discussione intraparentale per decidere se davvero vogliamo comprarci una casa. Se abbiamo tutta questa voglia di iniziare un mutuo che ci accompagnerà per vent’anni di vita con i suoi cartellini semestrali.
“Alla Pieve?”, chiede mio padre nel ruolo di quello che va con i piedi di piombo. “Sì, in mezzo al verde”, risponde la coraggiosa di casa che ben decisa a trascinarci nell’azzardo ci ingolosisce prospettando un emozionante futuro di quasi campagna con gli alberi che si vedono dalla finestra, concetto pressoché rivoluzionario per migliarinesi convinti come noi.
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Robaseria
3 Novembre 2009
14 Ottobre 2009
“Questo è il Campetto.”
“Questo? Questa specie di savana?”
“Già. Sembra incredibile ma solo pochi anni fa questo era il mitico Campetto di Migliarina. Dove ho passato un sacco di pomeriggi a giocare a pallone.”
“Tu che giochi a pallone? Dai, cerca di essere serio… E poi non sono pochi anni fa. Sei vecchio, cosa credi?”
Barbara ride e poi si avvia verso la macchina. Dice che non c’è tempo per il racconto della mia vita. Dobbiamo passare in lavanderia prima che chiuda. Entra, chiude la portiera, mi guarda fermo con le mani sulla recinzione arrugginita e scuote la testa. Addio lavanderia.
Sto guardando i pali della porta che oggi sono una specie di garanzia di tetano e invece allora erano bianchi e arrivavano fino a terra invece di sparire in un universo confuso di erbacce. A sinistra, all’altezza delle panchine (che non ci sono mai state ma che ci immaginavamo) oggi spuntano dalla vegetazione, come ruderi dell’antichità migliarinese o come macerie di un Atlantide riemersa, gli stand della festa. Messi in piedi l’ultima volta, forse una quindicina di anni fa, e mai più smontati, destinati al loro ruolo di monumento all’incuria e alla stupidità di chi ha potuto lasciare andare in malora il Campetto.
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16 Giugno 2009
12 Giugno 2009
Marta che cammina sulla spiaggia. Vuota. Canticchia tra sé una filastrocca di bimba. Dietro, le orme dai contorni netti, un attimo, e subito la sabbia si sfrangia nei bordi, l’acqua che affiora, piano, dal basso, un’onda si allunga, svelta, e cancella.
Marta che cammina sulla spiaggia. Ma tu puoi saperlo solo se la vedi passare, figura colorata nel grigio del cielo, sabbia asciutta e bagnata, vestito sollevato alle ginocchia. Mani sabbiose. Occhi di lacrime. La vedi passare, un attimo solo, la senti cantare, piano, la sua filastrocca.
“Stella di mare, conchiglia piccina,
fatti trovare da questa bambina…” (continua…)
30 Aprile 2009
Una donna si aggrappa al mio braccio e dice qualcosa a proposito dell’odore acre di questo mare, odore di nafta e di alghe. Qualcuno, specialmente tra i bambini, urla quando tra le strisce verdi attaccate al molo fa capolino un pesce, a portare le sue bollicine verso di noi. Tra i più vecchi c’è chi prega, chi bestemmia nel nostro modo che non offende Dio, chi racconta le storie degli shtetl, sentite mille volte eppure ancora capaci di allargare la faccia in un sorriso dal respiro dolente. Quasi nessuno, comunque, guarda la nave che galleggia davanti a noi, ondeggiando leggermente sotto la spinta della corrente che la accarezza provenendo dalla diga. E quasi nessuno, a parte me, si guarda indietro alla ricerca di una faccia tra quelle che ci fissano, di là dalla rete. Nessuno ha voglia di specchiarsi in quelle espressioni disperate di chi rimane. Di chi, a differenza nostra, è persino privo del sogno che sostiene le nostre giornate e ci consente di seppellire nelle nostre memorie ricordi che sarebbero in grado di strozzare l’anima di qualsiasi goym. (continua…)
14 Aprile 2009
L’uomo dietro al vetro mi sta dicendo qualcosa. Vedo che muove le labbra e sembra infastidito del fatto che non gli rispondo.
Non capisce che sto cercando di non sentire il frastuono della stazione che mi esplode nella testa. Che mi sforzo di non percepire quegli odori, il caldo, il sudore, i bagagli, quegli odori che mi riportano a quel giorno.
Che cerco disperatamente di non vedere le facce dei viaggiatori intorno a me. Le stesse di allora.
Una fitta alla tempia destra accompagna la voce del bigliettaio che è riuscita a farsi largo nel mio cervello. Mi chiede se sono sordo.
“Napoli, solo andata.”
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4 Marzo 2009
Io non mi emoziono mai.
Magari non mi butto neanche giù ma di sicuro non sono il tipo che si emoziona. Sai quelli sempre pronti a farsi battere il cuore appena qualcosa va in un modo che non si aspettano. Subito le lacrime agli occhi, il sorriso alle labbra. Poi magari piangono o si disperano.
No, non è il mio caso.
Solo un paio di cose riescono a scuotermi e a farmi sentire qualcosa che potrebbe assomigliare a un’emozione. Una di queste è l’odore del latte sul fuoco.
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12 Febbraio 2009
Ora ne sei convinto, eh. Ma ce ne hai messo, Dio se ce ne hai messo.
Ti dovevo prendere a calci nel culo quando ti ho conosciuto. Dodici anni ed eri già odioso. Un bonsai di malvagità, con la faccettina del bravo bambino e la cattiveria sulle spalle come lo zainetto. Il mio incubo.
Noncelafai. Noncelafai. Qualsiasi cosa noncelafai.
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14 Gennaio 2009
Il momento più emozionante della serata di domenica è stato, per me, quando hanno letto a Maurizio Maggiani le parole che De Andrè aveva scritto sul suo libro. E Maggiani ha pianto. Per questo ho recuperato il suo “Coraggio del pettirosso”, che avevo iniziato e mai concluso tanti anni fa. Ripromettendomi, stavolta, di finirlo.
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22 Dicembre 2008
Il vento che viene dal mare mi sferza la faccia incurante del bavero del giaccone di pelle. Mi rintano nella balaustra della fermata dell’autobus 35. Batto le mani una contro l’altra per non sentire il freddo.
La vecchia con gli occhi di mia nonna mi fissa da un po’ con le borse della spesa piene, una per mano. Fa una smorfia verso di me, forse un sorriso o forse di freddo.
Nel dubbio le restituisco la smorfia e vedo i suoi dentini bianchi spuntare tra le labbra sottili e arrossate un attimo prima che i suoi occhi la riportino verso la facciata del palazzo di fronte che si accende e si spegne di enormi tabelloni pubblicitari.
Sony. Buio. Sony. (continua…)