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Stamani saluti con Francesco.
Buon asilo.
Buon lavoro. Ah, papà. Ieri ho fatto due disegni. Uno con noi che andiamo all’Esselunga e la troviamo aperta e uno con noi che andiamo all’Esselunga e la troviamo chiusa.
Per propensione ai supermercati e per fantasia direi che posso risparmiarmi la prova del DNA.
(post numero cento, viva viva)

lunaQuando ho sentito scattare la serratura la radiosveglia segnava le quattro. E quando ha sbattuto la porta senza tenerla mi sono detto, ecco, è pure ubriaca. I tacchi sul pavimento del corridoio, il rumore di lei che va al cesso. Sono rimasto immobile, la faccia sul cuscino, finchè il materasso non si è abbassato sotto il suo peso.
Poi ha cominciato a piangere, piano, biascicando parole tra i singhiozzi soffocati. Mi ha appoggiato una mano sulla schiena, alla fine mi ha chiamato due, tre volte a bassa voce. Sentivo l’odore del suo alito, cattivo, vicino al mio orecchio. Non ho risposto, non potevo rispondere. Perchè rispondere avrebbe significato ricominciare a discutere. Dirci le stesse cose che ci siamo detti mille volte. Alla fine urlare, forse svegliare la bambina, sfogarci, abbracciarci, chiederci perdono, fare buoni propositi da buttare nella rumenta già la mattina dopo. No, non ne vale la pena. Non ne vale davvero la pena.
Levami la mano dalla schiena e continua a piangere, che tanto tra un po’ ti addormenti.

imm%5Cgru_cieloAppoggiato alla rete del cantiere, in cima al viottolo polveroso, affondato nel verde che sembra davvero vicino, guardo il buco invisibile. Sarà quello il punto esatto in cui nascerà la mia casa, il mio amore, un nuovo quartiere che si chiamerà Pieve come la chiesa romanica che da sempre dà il nome alle poche case lungo la stradina a senso unico quasi obbligato.
Prima di arrivare a quella rete ci sono stati mesi di discussione intraparentale per decidere se davvero vogliamo comprarci una casa. Se abbiamo tutta questa voglia di iniziare un mutuo che ci accompagnerà per vent’anni di vita con i suoi cartellini semestrali.
“Alla Pieve?”, chiede mio padre nel ruolo di quello che va con i piedi di piombo. “Sì, in mezzo al verde”, risponde la coraggiosa di casa che ben decisa a trascinarci nell’azzardo ci ingolosisce prospettando un emozionante futuro di quasi campagna con gli alberi che si vedono dalla finestra, concetto pressoché rivoluzionario per migliarinesi convinti come noi.
(continua…)

AcrossTheUniverseLa prima volta che ho sentito parlare dei Beatles è stato quando è morto John Lennon. (Lo so che sembra impossibile, ma in casa mia si sentivano solo i cantautori italiani, la musica in inglese non aveva diritto d’accesso). La seconda è stata quando la mia amica Rita mi ha fatto una cassetta, il peer-to-peer dell’epoca, con le loro migliori canzoni. Da lì in poi è stato innamoramento, amore e passione. Scivolando, come naturale, verso gli album più difficili, “Sergent Pepper’s” e “White Album”, così difficili che ai primi ascolti li consideri folli fino a quando cominci a perdere a tua volta la testa per loro.
Ieri sera ho rivisto “Across the Universe”, il film del 2007 che trasforma la discografia dei Beatles in musical, mettendo in scena le avventure di un gruppo di ragazzi dai nomi evocativi come Jude, Lucy, Max, Prudence, Sadie. Dalla Liverpool degli anni Sessanta parte alla volta dell’America Jude, alla ricerca di un padre lontano. Troverà invece l’amore, l’amicizia e lo sballo ma anche la guerra del Vietnam, più vicina di quanto sembrasse, e le violenze delle manifestazioni di protesta.
Il film non è sempre riuscitissimo, a tratti si perde (specie quando scimmiotta “Hair”). Ma la commistione della musica dei Beatles con la storia, quella sì, è perfetta. Le parole delle canzoni sono intatte, è il film ad adagiarsi su di esse. Dall’iniziale “Is there anybody going to listen to my story all about the girl who came to stay?” (da “Girl”) fino al cartartico finale con “All you need is love”. In mezzo la sequenza migliore del film, con il rosso delle fragole di “Strawberry fields forever” che si fonde col sangue dei soldati morti in Vietnam.
Un film da non perdere per chi, in qualche momento della sua vita, ha sbattuto contro la musica dei Beatles e non ne ha più saputo fare a meno.

Tra l’altro leggendo il testo di “Across the universe” ho scoperto queste bellissime parole che volano via come pioggia infinita in un bicchiere di carta e scivolano attraverso l’universo.

Words are flying out like
endless rain into a paper cup
They slither while they pass
They slip away across the universe
Pools of sorrow waves of joy
are drifting thorough my open mind
Possessing and caressing me.

Da quando sono usciti gli spot della Barilla con la voce di Mina avevo una fastidiosa sensazione di deja vu. Le immagini stucchevoli, le frasi retoriche su amici e figli, la musichetta noiosa. Poi, guardando questo, ho capito. I nuovi spot della Barilla ricordano quelle odiose presentazioni powerpoint con micetti, bambini e arcobaleni che i colleghi ti mandano sulla mail dell’ufficio. Solo che qui non si può andare avanti veloce.

Papavero%20-%20IMG_5436Ci devo andare, ci devo andare. Solo che non credo nei cimiteri, specie nelle giornate come oggi che li trasformano in passeggi che neanche il giorno dei saldi. Eppure ci devo andare, magari domani, perchè da troppo tempo non vado a trovare mio padre. Poi mi chiedo che senso ha l’andare davanti alla sua fotografia con l’essere vicino a lui. Probabilmente niente, lui è con me ogni giorno, ogni volta che mi manca o che ripenso a quello che gli direi se fosse ancora qui. Eppure ci devo andare, a trovarlo, devo nutrire quella parte di superstizione irrazionale che vuole che lui sia – fisicamente – lì, quella parte di stupida consuetudine che ti fa sentire in colpa se non ci vai.
E io, che sono abbastanza irrazionale e stupido, alla fine ci andrò.

Pensiero,io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero,dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell’antro della follia.

Ci ha lasciato Alda Merini, grande poetessa.

Capisci che stai invecchiando quando ti suonano alla porta alle undici e mezzo di sera per chiederti dolcetto o scherzetto e tu pensi che:
a) Halloween non esiste perchè quando eri piccolo non c’era
b) alla loro età non andavi in giro per il quartiere a quell’ora
c) avresti voglia di gettargli addosso una pentolata d’acqua, a titolo di scherzetto.
Sì, sto invecchiando.

Secondo me la scritta più ripetuta del mondo è “Non gettate la carta delle mani nel water”. Da alcuni anni ha soppiantato la goliardica “Non vi chiedo di fare centro ma almeno di farla dentro” e la ormai politicamente scorretta “Gettate gli assorbenti nel cestino”. I più burloni cancellano il “non”, i più estrosi la trasformano in “Gettate le mani nel water”. Fatto sta che, se quel cartello è così diffuso, ci devono essere milioni di persone che gettano la carta per le mani nel water. A questo punto converrebbe fare la carta per le mani biodegradabile come la carta igienica ma, forse, ci sarebbero cartelli tipo “Ora potete gettare la carta per le mani nel water”. Forse ho capito chi getta la carta delle mani nel water. La lobby degli idraulici.

bersaniSiamo abituati alle canzoni d’amore, quelle nelle quali si dice alla persona amata che vorresti donare il suo sorriso alla luna perchè di notte chi la guarda possa pensare a lei. Poi ci sono le canzoni dedicate agli amici, che l’amico è la cosa che più ce n’è meglio è. E, meno frequenti, quelle per il figlio o la figlia appena nati, che avranno sorrisi sul loro viso come ad agosto grilli e stelle.
Ma sono rare, e di solito bellissime, le canzoni dedicate a chi ti ha lasciato. E non dico quelle, facili, nelle quali il cantante si strugge per essere lasciato e prende a calci la sua porta chiusa e tira sassi alla finestra accesa. Dico quelle nelle quali il cantante dà, melodicamente, della stronza alla tipa che l’ha mollato.
Capostipite del gruppo è “Bella senz’anima” di Cocciante, che già si preoccupa di quando a letto lui le chiederà di più ed è certo che lui glielo concederà (perchè lei fa così). La più intensa quanto a incazzatura è “Quattro stracci”, dedicata da Guccini alla ex moglie, che pure aveva avuto nella sua carriera di amata canzoni bellissime e anche uno struggente “Farewell”, ancora quasi d’amore. Poi qualcosa si deve essere rotto se finisce a cantarne come di nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d’ esser puttana e lì la inchioda a quei suoi pensieri, quei quattro stracci in cui ha buttato l’ieri persa a cercar per sempre quello che non c’è.
Ultima arrivata di questa serie è “Un periodo pieno di sorprese” di Samuele Bersani, che ieri mi risuonava nell’i-pod e mi ha fatto venir voglia di scrivere questo post. Bisogna aver sofferto parecchio per scrivere una canzone così bella.

Comincia a ingiallirsi il nero del livido
non è più così tanto nitido
e da oggi il dolore ritorna
semplicemente sottocutaneo.
Ho cambiato la scheda al telefono
ho lavato nel lago lo spirito
e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo.

E´ un periodo pieno di sorprese
e non si contano più le offese
che per decenza mi rimangerei.
Ma ero stanco di sentirmi come
uno straccio sotto a tuoi piedi
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi.

Alla parte non mi presto del povero Cristo
e perchè mai tu l´hai data a me
vuoi rispondere perchè
io dove finisco
in quale labirinto
se non c´è
uscita o speranza di evadere.

Continua a ingiallirsi il nero del livido
non è più di dominio pubblico
e da oggi il ricordo diventa
eternamente contemporaneo.
La vendetta è sevita sul tavolo
da strapparti dei fili dal cofano
ma nel farlo il piacere sarà
quello si momentaneo.

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