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La sera della Befana

Da sempre ho un difetto, uno tra i tanti. Quando mi sto godendo una vacanza comincio a un certo punto a fare il conto alla rovescia di quanto manca alla sua fine e già quando si supera la metà comincia la malinconia.

Questo probabilmente ha le sue radici nelle vacanze scolastiche di quando ero bambino.

Il primo momento malinconico delle vacanze di Natale era la mattina del 26, quando ti svegliavi e percepivi che qualcosa era svanito. Che in realtà eri solo a +4 dall’inizio delle vacanze, ma forse il fatto che avevi scartato i regali (anche in quell’epoca meno consumistica) e che fosse passato il pranzo con i parenti contribuivano a creare la sensazione dello scivolo verso l’inevitabile.

Mi ricordo che mi sdraiavo sul divano, la testa appoggiata alla spalliera e un braccio indietro a stuzzicare le palline dell’albero. L’altra mano già a sfogliare uno dei libri che mi avevano regalato.

Poi però realizzavi che in effetti eri a -11 dalla fine delle vacanze e ricominciavi a godertele, i compiti, il veglione di fine anno, -6, la malinconia che si riaffaccia, le calze della Befana, il drammone.

Ecco, il giorno della Befana io di solito piangevo perché quello era il momento della vera fine del mondo-vacanza.

La sera prima dell’inizio della scuola preparavo lo zaino per il giorno dopo, poi tutti davanti alla televisione per la serata finale di Fantastico (o programma analogo). In tivù era una sera di evento televisivo, si rideva, si scopriva che anche quell’anno non saremmo diventati miliardari, aria di festa.

Ma non per me, che al mattino dopo sarei tornato a scuola, ed ero disperato. Che poi io a scuola ci stavo bene e già alla seconda ora tutto sarebbe tornato normale, ma in quel momento, con quella testa, percepivi solo l’ingiustizia della vita.

 

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Anche questa volta da solo

L’ha sentita uscire, sbattendo la porta.

Ogni volta la stessa storia, le promesse. Non ti lascerò mai, sei troppo importante per me. E lui che sempre ci ricadeva come un cretino, come se non fossero bastate tutte le volte che lo aveva tradito e se ne era andata, certa che al ritorno lui l’avrebbe perdonata.

Solo che stasera era tutto più difficile. Perché l’appartamento era illuminato a intermittenza dalle luci dell’albero di Natale, rosso, poi blu, poi verde, di nuovo rosso, luci che avrebbero dovuto essere per loro due, insieme.

Ci aveva sperato nelle ore del pomeriggio, guardandola che si aggirava per la casa annoiata e sbattendo le cose per terra. Entrava e usciva dalla camera, lanciandogli sguardi di sottecchi. Stavolta resta, è nervosa, resta.

Lui era rimasto immobile, sul divano, il cuore gonfio di speranza.  Stavolta resta, rinuncia a quelle cose stupide che l’aspettano là fuori e sceglie me.

Avevano cenato insieme, in silenzio. L’aveva  poi guardata riporre i piatti nella lavastoviglie, chiudersi in bagno. Aveva sperato, abituato ad essere deluso ma ancora aveva sperato, che idiota.

Poi alla fine lei si era decisa a vestirsi, con quell’abito di velluto che le lasciava scoperte le spalle, le sue scarpe preferite ancora lucide di vernice. I capelli raccolti in uno chignon, un trucco leggero, la collana colorata.

L’aveva guardata mettersi la giacca, avvolgersi la sciarpa attorno al collo, avviarsi verso la porta e poi, come per un ripensamento, tornare verso di lui e salutarlo con una carezza, senza una parola, come se fosse sufficiente a pagarlo.

La porta sbattuta, le luci dell’albero, fuori dalla finestra la neve che scendeva. Solo.

Rimase così, alla finestra, fino a quando cominciarono a risuonare i botti dalle case vicine. Si avvicinava la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno e anche questa volta non l’avrebbero passata assieme.

Cercò di controllare il tremore che quei rumori forti gli causavano. Gli umani sapevano che loro non sopportavano i botti ma continuavano a spararli fregandosene.

Infine dovette desistere e si allontanò dalla finestra. Attraversò la casa e saltò sul letto, il muso sul cuscino di lei.

“Niente cuccia stanotte, mi troverai qui.”

Fu un Capodanno strano nella città di S.

Perché era il primo Natale da quando – dopo anni di polemica – erano stati infine collocati nella piazza principale una serie di archi che, a parere degli esteti, dovevano rappresentare un’installazione di arte moderna in grado di liberare nella città un respiro culturale fino ad allora sopito.

Da un lato questi archi avevano dei curiosi colori pastello, forse non perfettamente in linea con i gusti dei più ma di certo allegri e a loro modo provocatori. Dall’altro c’erano dei grandi specchi, che coprivano tutto lo spazio dell’arco e riflettevano la piazza alle loro spalle con i confratelli archi, gente che si faceva selfie, fontane a rischio caduta di bambini, autobus di passaggio con autisti si spera lucidi.

Tutto bene, insomma, o così pareva. Alla fine la città si era abituata a questa novità e i primi mesi  di vita degli archi erano scorsi sereni.

Ma quella di Capodanno fu davvero una notte strana, per la città di S.

La gente era riunita nella piazza, dove da una postazione collocata in alto arrivavano luci e musica caotica. Tutti si stringevano nei cappotti, perché era un Capodanno gelido, oltre che strano, evitando i botti che esplodevano tra la gente ignari delle ordinanze del sindaco che li aveva vietati.

Presto fu il conto alla rovescia e arrivò la mezzanotte, i tappi degli spumanti nelle bottiglie di vetro in attesa di divenire cocci a terra, i baci, quest’anno sarà meglio del precedente, sì, credici, amore mio non ti lascerò nei prossimi dodici mesi, promesso, troverò lavoro, bona, e così via.

Poi uno che non stava facendo promesse e guardava la folla si voltò verso uno degli specchi e vide qualcosa di strano. Si avvicinò, guardò meglio e, dopo essere impallidito, se ne allontanò di corsa.

Ma subito altri, che passavano davanti agli specchi, notavano la stessa cosa. Si sparse la voce, la gente cominciò ad accalcarsi, a spingersi, erano tutti curiosi. Ma appena capivano cosa si vedeva nello specchio si affrettavano ad andare via.

Perché negli specchi degli archi della piazza, in quella strana notte di Capodanno nella città di S., ciascuno vedeva il peggio di sé. Vedeva quello che di solito riesce a seppellire dietro la facciata di ipocrisia che consente a ciascuno di stare in pace con sé stesso.

In quella notte, in quegli specchi, molti videro il proprio miserabile egoismo, l’intolleranza che ogni giorno sempre più a fatica soffocavano, intolleranza contro il nemico e l’amico, contro il diverso, il simile e l’uguale, persino contro chi si ama quando non si ama a sufficienza. Videro la loro incapacità di essere felici, la loro inadeguatezza ad accettare la propria fortuna. Videro, in una parola, l’orrore.

E, come è naturale, ne furono spaventati e scapparono via, dando la colpa a un’allucinazione delle luci, dello spumante, dei botti. Ma andarono via, provando a dimenticarsi di quell’immagine, non sempre riuscendoci, tornarono a casa, molti si sognarono per come si erano visti.

Qualcuno di loro, prendendo coraggio, tornò nei giorni successivi, con la luce del sole, a specchiarsi negli archi della piazza. E con sollievo scoprì che, finita quella notte, era tornato a vedersi come era prima, diciamo normale.

Ma non seppe che per le altre persone non sarebbe più stato lo stesso, che per nessuno sarebbe stato più, diciamo, normale.

 

(Buon Natale 2017 e grazie a Carlo per l’idea)

Anche i modem lo sanno

Qui raccontavo di come i capelli sanno di quanto li devo tagliare e si aggiustano sembrando perfetti per evitare di essere tagliati.

In questi giorni ho scoperto che anche i modem lo sanno.

Dopo mesi di collegamento a singhiozzo, nell’impossibilità di capire se la colpa fosse del modem o della rete, ho scelto la soluzione più semplice e ho comprato un nuovo modem.

Ecco, dal giorno in cui ho ordinato il nuovo modem a ieri il vecchio modem è stato impeccabile, la linea non è più saltata, Franci non me l’ha più menata perché Fifa perde la connessione, Netflix è andato a meraviglia.

Ieri dopo dieci giorni (nuovo record di Amazon Prime!) sono entrato in casa con il nuovo vistoso modem rosso di marca Fritz! e ho posato il cartone accanto al pc.

Mi piace pensare di aver causato una scenata di gelosia, perché per tutta la sera il vecchio modem ha avuto continui singulti, accendendosi e spegnendosi, la linea è saltata, Franci me l’ha menata, ecc. ecc.

Oggi lo cambio.

(Non mi meraviglierei che abbia pure gufato e che alla fine la colpa sia di Infostrada.)

 

Milioni di pagine di blog mai lette se non dall’autore sono state sprecate per spiegare i pregi delle serie tv americane e, soprattutto, per confrontare impietosamente la povertà assoluta di mezzi e idee dei loro corrispettivi italiani (con poche eccezioni tra cui Gomorra).

Visto che la gente ha sempre meno voglia di aprire i blog (ma questo non è un blog) fornisco un comodo specchietto riassuntivo di pregi delle une e difetti delle altre, premettendo che è come confrontare un piatto da duecento euro fatto da uno chef stellato in un ristorante con vetrata sulla baia di Copacabana con un sacchetto di fagiolini del Lidl ancora surgelati.

(Con il massimo rispetto per i milioni di anziani che continuano a godersi i fagiolini surgelati perché l’artrosi gli impedisce di cliccare sul telecomando tasti diversi dall’1.)

SERIEVSFICTION

Tarzan

C’era un bambino che era molto bravo a scuola ma completamente negato nelle attività pratiche.

C’era suo papà, che invece sapeva fare un po’ di tutto in casa ma soprattutto era bravo a mettere la tappezzeria, come usava in quegli anni. Questa sua abilità non era innata, ma frutto del fatto che da ragazzino aveva dovuto lavorare e glielo avevano insegnato. E del fatto che allora con uno stipendio di postino non si riusciva a tirare granché avanti se uno non affiancava un altro lavoro nel pomeriggio.

Quel papà avrebbe forse voluto che suo figlio fosse un po’ meno immerso nei libri e un po’ più “sgruppato”, avrebbe detto lui, nei lavori pratici. E allora lo portava talvolta con sé nei pomeriggi di lavoro.

Gli appartamenti in genere erano vuoti, con odore di pittura e di polvere. Quel papà trasportava in casa i secchi e il borsone degli attrezzi. Poi scaricava dal portapacchi della Escort la scala e il bancone di lavoro, una cosa pesantissima e magica che si apriva in tre formando un lungo tavolone su cui stendere la carta da parati.

Anche quello che seguiva in quel pomeriggio era vagamente magico. La perizia di quel papà nel tendere il filo colorato per fare i segni sul muro (“Dai, aiutami a tenderlo”) e poi tutta la manovra della carta da parati srotolata sul bancone, cosparsa di colla e ripiegata con sapienza in tre. Poi saliva sulla scala e mantenendo l’equilibrio attaccava la carta in alto, seguendo il segno sul muro, e poi apriva il pacchetto facendo aderire la carta al muro in modo che nemmeno un millimetro rimanesse rispetto alla striscia già attaccata a sinistra, né un millimetro si sovrapponesse ad essa.

Quel bambino osservava tutto questo per un po’, poi si annoiava e guardava l’orologio in attesa della fine di quell’interminabile pomeriggio. Non avrebbe imparato mai a mettere cura nel lavoro e ancora oggi, che è grande, fa fatica anche a non mettersi l’Attak sul polpastrello o a tagliare bene lo scotch.

Un pomeriggio quel bambino portò con sé il libro di Tarzan, che stava in casa nel mobiletto del corridoio in mezzo ai fumetti che aveva già letto. Il libro era alto e scritto fitto, in effetti non lo lesse mai, ma quel pomeriggio lo portò nell’idea di farlo.

Mentre Tarzan stava abbandonato sul bancone una goccia di pittura cadde dal soffitto e finì al centro della copertina, quasi a riprendersi un po’ del suo e a scacciare quell’oggetto evidentemente incongruo con l’ambiente e su quella copertina rimase per sempre e sarà anche oggi chissà dove.

(Auguri Papà, oggi sarebbero 76. Brutte notizie, anche Franci mi sa che non diventerà un buon tappezziere.)

Il grammofono di Putignano

Per il piccolo Gianluca la gita dai parenti pisani era comunque un’avventura, agognata e attesa per giorni dal momento dell’annuncio, come si conviene a uno che già da piccolo avrebbe venduto un organo inutilizzato per fare un viaggio.

Viaggio, poi. Si andava vicino a Pisa, nello strano borgo di Putignano caratterizzato da belle casette indipendenti sparse per la campagna attorno agli argini dell’Arno.

Una delle attrazioni per me e mio fratello erano proprio quegli argini. Per noi, che grazie a Dio che non ringrazieremo mai abbastanza viviamo SUL MARE, vedere il fiume era comunque una roba strana.

La seconda attrazione era il passaggio a livello. La casa degli zii era su una strada tagliata dalla ferrovia e i nostri pomeriggi lì fuori erano caratterizzati dallo scampanare della sbarra che si abbassava (e noi fantasticavamo che ci fosse un minuscolo Giovanni che ne determinava il movimento) e dal passaggio, vicinissimo, del treno.

Poi c’era casa degli zii Edgardo e Pieranna (nomi che, come capirete, erano perfettamente congruenti con il clima da favola di quella giornata fuoriporta). La casa ci sembrava bellissima, nientemeno che una villetta a due piani con l’ingresso da una parte e dall’altra (!), insomma una roba tipo Trump Tower per noi che venivamo dai tre vani di Via Sarzana, Migliarina.

Entrando in casa, su un mobile a destra, lo sguardo era rapito da un meraviglioso grammofono, con la tromba (si chiamerà così?) di ottone lucido, il piatto che da chissà quanto non aveva ospitato dischi, ma sufficiente a farmi sognare se solo chiudevo gli occhi le arie di lirica che lo zio Edgardo amava. Lo zio Edgardo, con il suo humor toscanaccio, che diceva “un esercito di brodi” invece che “di prodi” e “com’è stata quella guerra? mondiale!” a me che non ridevo perchè non le capivo.

Poi il bagno al piano di sopra, con la scala che saliva e pensavi di essere nel Qualcosashire invece che a Putignano.

Accessori alla visita agli zii erano in genere la parentesi shopping alla Stalla Toscana (che era davvero una stalla con la roba alla rinfusa) e nei negozi di scarpe della vicina Titignano, dove i prezzi erano eccezionali e io ottenevo qualche adesivo per la mia collezione.

E poi la visita all’aeroporto, dove davvero diventavamo selvaggi con mutande di foglie di bambu che aprono la bocca davanti al grande uccello volante, in quell’epoca in cui Ryan Air era ancora nei pensieri di Gesù.

Quando le visite coincidevano con l’estate c’erano le feste dell’Unità, dove degustavamo il “pane pomodorato”, che mi sembrava una cosa buonissima e irripetibile e invece era solo pane bagnato di pomodoro (non bisognerebbe mai spiegarsi i ricordi troppo romantici).

Il viaggio a Pisa finiva di sera, con il ritorno a casa sulla nostra Ford Escort, io seduto dietro a leggere i miei Zagor se c’era luce, a guardare le stelle sperando di vedere un UFO se era buio, infine ad addormentarmi.

 

(PS Mentre scrivevo avevo la sensazione di aver già scritto qualcosa su Putignano, ma tra i difetti di diventare vecchio, oltre a scoprire il segreto del pane pomodorato, c’è che non ti ricordi più un cazzo.)

(PS2 La cugina Antonella, figlia di Edgardo e Pieranna, mi manda la foto del grammofono)