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La piaga del randagismo

Molte cose sono cambiate da quando il veterinario ci ha di fatto vietato di dare a Paciugo, il nostro gatto sedicenne, le crocchette industriali.

La prima è che non c’è più la ciotolina piena di crocchette 24/7, che era abituato a vedere dalla nascita gestendosi secondo la fame gli spuntini. Ora invece dipende da noi e per soddisfare la fame deve aspettare che gli prepariamo il succulento piatto con pastina all’uovo e nasello bollito.

Quando vede che iniziamo la manovra si avvicina e comincia un miagolio invero senza senso, perché semmai dovrebbe miagolare quando NON gliene diamo. Invece gli viene la prescia e chiede finché non vede il piattino davanti, che i gatti, si sa, sono tanto svegli in alcune cose ma tonti in altre.

La seconda cosa che è cambiata è che è diventato un randagio in perenne ricerca di cibo. Ormai per noi pranzare o cenare è diventata una lotta impari perché lui si avvicina mendicando qualsiasi cosa, che ora gli piace qualsiasi cosa, dalla carne al pesce (e fin qui), ma anche formaggi, verdure, torte salate e dolci. Qualsiasi cosa gli piace, come se nel suo piccolo cervello pensasse che la sua sopravvivenza dipenda da questo ultimo cibo che si sta procurando.

Il randagismo è emerso anche per quanto riguarda l’eventuale cibo che può trovare in giro per casa. Guai a dimenticarsi di coprire il cibo: lo troverà evidenziando un olfatto finora poco usato e sarà suo. La plastica in attesa della differenziata nasconde qualche sapore o odore che ricorda cibo? Tutto per aria.

La terza cosa è che per un paio di mesi gli ho dovuto dare il Maalox, che è una cosa che fa sempre molto ridere quando la dico. Come si dà il Maalox a un gatto? (Tutorial) Si raccoglie con una siringa e dopo averlo immobilizzato si spruzza in bocca/gola/trachea. Immobilizzare il gatto non è mai facilissimo ma in quest’ultima fase ho elaborato una manovra che prevede il blocco delle zampe anteriori – che poi sono quelle che possono offendere – e lo spruzzino in bocca.

Paciugo non ama il Maalox, anche se probabilmente se vedesse che lo prendiamo noi lo vorrebbe. Si nasconde in modo improbabile sotto il tavolo, ma è abbastanza peloso da essere visto e catturato. Dopo aver preso la medicina fa dei versi che secondo me un giorno verranno tradotti come insulti.

Poi si rimette in caccia, che da qualche parte c’è del cibo che lo aspetta.

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É vero, sto scrivendo un libro.

E siccome il mio primo problema è l’ansia da lunghezza questo libro sarà pieno di personaggi, in genere ne comparirà uno nuovo ogni dieci pagine e dopo altre dieci verrà dimenticato. Metà saranno di colore, ancora devo decidere quale. Metà saranno donne, alcune faranno persino la carbonara con la panna.

I personaggi saranno apparentemente slegati tra loro, ognuno con la sua storia che sembra non incrociarsi mai con le altre. Ma è solo un’apparenza: tutto segue un disegno orizzontale che porta a un obiettivo che non so io, figuratevi loro.

(In verità non tutti i personaggi sono slegati tra loro. Ci saranno cinque storie d’amore sorteggiate a caso tra i personaggi, vietati i derby e concesso un amore omosessuale. Ci saranno due parti, un aborto e una gravidanza isterica, scene di sesso esplicito e una spesa all’ipercoop.)

Il narratore cambierà ad ogni capitolo e talvolta parlerà di cose che accadono in altri libri, creando un effetto confusivo che è voluto dall’autore, che sono io. Voluta anche una certa trasandatezza nell’ortografia, con verbi avere senza acca rilasciati con fare svogliato come a dire io lo so che è sbagliato, punto.

L’idea è che sia il primo di una trilogia, o quadrilogia, forse di una saga, vediamo come va. Ogni capitolo finirà con un colpo di scena e il finale del libro sarà il colpo di scena più clamoroso di tutti, che direte che cagata i colpi di scena finora. Almeno credo, perché non ho ancora pensato al finale.

Sarà un romanzo di formazione, anche se non ho mai capito cosa significhi, forse è la volta buona. Sarà targetizzato sugli Young Adult, che vuol dire che lo leggeranno i vecchi per sentirti giovani perché i giovani hanno ben altro da fare. I diritti cinematografici saranno venduti a una major, ma il film non si farà mai perché non mi andrà bene nessun regista.

Sarà il più bel libro che abbia mai letto, perché è impossibile scrivere senza leggere. Cioè io ci provo, che odio rileggere le mie cose, ma mi sa che sarò obbligato. Voi invece che non l’avete scritto lo leggerete direttamente e sarà una rivelazione, soprattutto quando Jane incontra Mark e dice quella cosa del cane.

Ma non voglio anticipare nulla, come mi ha detto l’editore.

E chissà cosa ci aspetta ancora là davanti, non lo so e non lo sa nessuno, però sappiamo quel che abbiamo dietro, quello che abbiamo fatto giorno dopo giorno, che poi è la grande storia di come siamo arrivati fino qui. E ogni mattina ci alziamo e facciamo un altro passo, e la nostra storia è la magia che trasforma questo passo corto e scemo in una roba gigantesca, che è la nostra direzione. Verso dove non è mica chiaro, ma intanto si va, e questa magia dietro non la vedi ma ti spinge, uguale identica a quella che stai in mezzo al mare, e lì per lì pensi di andare a fondo e invece no, perché qualcosa ti tiene a galla, senza fiato e però vivo, con gli occhi spalancati all’orizzonte.

Tutti con gli occhi che frizzavano, ad aspettare, aspettare fortissimo.
E non importa se non sapevamo quando sarebbe successo e come: era la cosa più stupenda del mondo, così tanto che la seconda in classifica era stare qui, tutti insieme, ad aspettarla.

Anche se gli zii mi avevano spiegato che un uomo non deve dirlo mai, che un altro uomo è bello. Simpatico sì, bravo pure, ma bello no, un uomo non lo dice. Così come un uomo non stira, non lava i piatti, non scrive le poesie.

…poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre.

Mi piacciono le isole, perché non puoi capitarci per caso.

Prima devi decidere di andarci, e non è mai una cosa semplice anche quando l’isola sta lì, appena a pochi metri dalla terra su cui posi i piedi. Figuriamoci quando invece l’isola la vedi lontana, piccola, o non la vedi neppure e sai solo in quale direzione la troverai.

Sai che tra questa terra che lasci e quella dell’isola che ti aspetta c’è il vuoto del mare, sul quale dovrai volare su una barca di legno e si sa che volare non è mai una cosa che piaccia troppo a noi umani da quella volta che siamo andati troppo vicini al sole.

Allora perché mai uno dovrebbe prendersi il rischio di lasciare un appoggio sicuro per affrontare il volo sulle onde e poi magari finire su una terra diversa, circondata dall’acqua e che magari galleggia per miracolo?

Perché le isole compensano il loro istinto a starsene da sole, connaturato al loro essere appunto isole, con un’insopprimibile necessità di essere raggiunte da qualcuno che parte apposta, stacca i piedi, vola, solo per andare da loro. Dio, che sensazione deve essere.

E allora le isole cedono alla loro vanità e attivano la loro forza di attrazione, il magnetismo che da sempre ha portato qualche matto a lasciare la terra e partire per mare.

Quando hai ceduto a questa attrazione e sei sceso sull’isola sei di nuovo su una terra, ma lo senti che è una terra diversa. Una terra staccata che ti abbraccia e ti coccola perché ti vuole far venir voglia di non andare più via, almeno finché non lo decide lei.

E allora ti fa dimenticare la terra da cui sei partito, senza bisogno di mangiare il loto come i marinai di Ulisse, ti fa dimenticare i pensieri che hai lasciato laggiù, le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare.

Finché lo decide lei penserai che non te ne andrai mai, che sei arrivato nel posto che cercavi.

Ma le isole dopo un po’ si annoiano, hanno esaurito la loro vanità e hanno bisogno di ricaricarla con nuovi viaggiatori da attrarre.

Allora ti fanno tornare la nostalgia di casa, ti fanno ricordare le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare e penserai che forse erano le stesse persone, e forse fai bene a tornare da loro.

Allora prendi coraggio per il volo di ritorno, stacchi di nuovo i piedi dalla terra e parti.

Ma prima hai l’istinto di voltarti un’ultima volta, perché l’isola ti chiede un ultimo omaggio alla sua vanità.

Inutili voti

Non me lo ricordo quel 16 marzo 1978.

Mi ricordo bene cosa stavo facendo il giorno di Capaci o l’11 settembre, ma non il 16 marzo 1978.

In compenso mi ricordo bene i giorni successivi, il mio spasmodico assorbimento di notizie dalle rare fonti di informazioni di allora (ma come siamo sopravvissuti a un’era in cui non si sapeva tutto nell’istante in cui accade?).

Mi ricordo la speranza di ogni giorni, le lettere e le foto col giornale, le fughe di notizie e le illusioni di averlo trovato. Tutta roba che rivista oggi, dopo averne letto sui libri e visto nei film, sembra quasi una presa in giro. Loro sapevano dov’era e non lo volevano trovare, noi piangevamo nelle nostre cucine come delle stupide pecore incapaci di capire il gioco del pastore.

Ma soprattutto di quei giorni mi ricordo le notti. Quando mi coricavo in sala e dedicavo le mie preghiere a Aldo Moro, pregando Gesù che lo riportasse a casa, promettendo che se lo avesse fatto avrei rinunciato alle figurine, impegnandomi a non fare questa o quella cosa convinto che così gli avrei salvato la vita.

Tutta roba che, rivista oggi, mi fa sentire un coglione. Ma avevo undici anni, gli undici anni di allora, e quindi ero autorizzato ad esserlo.

Poi mi ricordo il pomeriggio del 9 maggio, il ritrovamento del corpo.

A Spezia arrivava il Giro d’Italia e io dovevo andare con i miei compagni a vederlo, in Viale Italia. Avevo già l’appuntamento con Luca, che cinque anni dopo sarebbe stato spazzato da un male bastardo.

Poi arrivò la notizia. I telegiornali partirono con le edizioni straordinarie.

E i miei genitori mi dissero no, non si va al Giro d’Italia. Potrebbero esserci manifestazioni, casini. Non si va. Gli altri sono andati, io no.

Io ero davanti al tg, a pensare a tutti i miei inutili voti che non gli avevano salvato la vita.

A poesia de Lisboa

La poesia di Lisbona è nell’acqua su cui si affaccia, il Tago, largo e profondo come un mare che raccoglie le forze prima di tuffarsi nell’oceano pauroso che lo aspetta poco più in là. Acqua rubata dalle installazioni portuali e a tratti recuperata e goduta come nel quartiere di Belem. Acqua trafitta dai due grandi ponti, il Vasco de Gama bianco e lunghissimo e il 25 Aprile, rosso come fossimo a San Francisco, che ti porta ai piedi del Cristo Re, alto e benedicente come fossimo a Rio.

La poesia di Lisbona è nella terra che non sta mai ferma, si muove nervosa su e giù per i colli e le strade all’improvviso si tuffano come piste di ottovolante, planano e risalgono arrampicandosi fino al prossimo dosso. La terra sovrastata da case, chiese e castello sopravvissuti ai terremoti, in particolare a quello grande del 1755, quando la terra non si accontentò dei suoi saliscendi e si prese la libertà di dare uno scossone a cambiare la faccia di una città.

 

La poesia di Lisbona è in un passato che si aggrappa ai muri piastrellati delle case per non venire portato via dalle sferzate del vento dell’Atlantico. Il passato dei tram gialli che sferragliano su e giù e degli elevatori che ti evitano le brusche salite. Delle piazze con i pavimenti maiolicati e i monumenti dei re che ricordano quando il Portogallo era una potenza. Ma qui la gente non sembra ricordarlo con nostalgia, al viaggiatore sembra gente troppo tranquilla per doversi occupare di un impero. Meglio guardare la Torre di Belem e pensare, con Saramago, che una torre difensiva così bella non può essere stata costruita da un popolo che ha voglia di guerra.

La poesia di Lisbona è nelle parole dei suoi poeti. Da quelli del passato, Luis de Camoes che guardando l’infinito da Cabo de Roca, davvero la fine del mondo, scrisse “aqui, onde la terra se acaba, el mar comenca”. Fino ad arrivare a Fernando Pessoa, con le sue descrizioni della luce di Lisbona che è più bella del più bello dei fiori, la sua statua che ti offre una limonata al Chiado, la sua tomba al Monastero de los Jeronimos. E Saramago, che con il suo “Lisbona” mi ha introdotto a questa città, e che ora “abita” con la sua Fondazione nella Casa de Bico dalla parete ricoperta di diamanti.

20180218_1409041508795412.jpgLa poesia di Lisbona non può non essere nei suoi dolci, nel latte cremoso dei Pateis de Nata della Manteiqaria o di Belem, nella cannella delle Queijadas e nell’uovo dei Traveisseros. Ma è poesia anche il salato delle sue sardine ritratte ovunque, vero simbolo della città, e del suo bacalhau fritto o grigliato. E come può non essere poetico un liquore alle ciliegie, la Ginja, che per tradizione viene servito da banconi lungo la strada in bicchierini, sotto forma di ginjinhas?

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La poesia di Lisbona è nella gentilezza con cui vieni accolto e ascoltato in italiano, spagnolo maccheronico, inglese, sparando ogni tanto qualche oui che chissà come ci finisce in mezzo e in qualche modo però ti capiscono o ci provano. E’ nel fado, suadente musica di nostalgia che si sente ovunque come una colonna sonora dolce e straziante. Nelle azulejos colorate che decorano i muri. Nel volo delle mante nell’Oceanario. Nelle aquile (vere) che vivono nello stadio del Benfica, gloria calcistica della città segnata da infiniti successi e da una maledizione centenaria.

Troppa poesia, insomma, per non venir via con la saudade di Lisbona nel cuore.

La sera della Befana

Da sempre ho un difetto, uno tra i tanti. Quando mi sto godendo una vacanza comincio a un certo punto a fare il conto alla rovescia di quanto manca alla sua fine e già quando si supera la metà comincia la malinconia.

Questo probabilmente ha le sue radici nelle vacanze scolastiche di quando ero bambino.

Il primo momento malinconico delle vacanze di Natale era la mattina del 26, quando ti svegliavi e percepivi che qualcosa era svanito. Che in realtà eri solo a +4 dall’inizio delle vacanze, ma forse il fatto che avevi scartato i regali (anche in quell’epoca meno consumistica) e che fosse passato il pranzo con i parenti contribuivano a creare la sensazione dello scivolo verso l’inevitabile.

Mi ricordo che mi sdraiavo sul divano, la testa appoggiata alla spalliera e un braccio indietro a stuzzicare le palline dell’albero. L’altra mano già a sfogliare uno dei libri che mi avevano regalato.

Poi però realizzavi che in effetti eri a -11 dalla fine delle vacanze e ricominciavi a godertele, i compiti, il veglione di fine anno, -6, la malinconia che si riaffaccia, le calze della Befana, il drammone.

Ecco, il giorno della Befana io di solito piangevo perché quello era il momento della vera fine del mondo-vacanza.

La sera prima dell’inizio della scuola preparavo lo zaino per il giorno dopo, poi tutti davanti alla televisione per la serata finale di Fantastico (o programma analogo). In tivù era una sera di evento televisivo, si rideva, si scopriva che anche quell’anno non saremmo diventati miliardari, aria di festa.

Ma non per me, che al mattino dopo sarei tornato a scuola, ed ero disperato. Che poi io a scuola ci stavo bene e già alla seconda ora tutto sarebbe tornato normale, ma in quel momento, con quella testa, percepivi solo l’ingiustizia della vita.