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S.

Ho visto i tuoi occhi in un sogno, in una di quelle notti in cui ti sembra che non prenderai mai sonno perché i pensieri sono pesanti, e quasi hai deciso di arrenderti, di lasciare andare la testa sott’acqua, di mandare tutto al diavolo, anche se non è giusto, e pensi, pensi, e poi all’improvviso ti ritrovi addormentato che non sai nemmeno come è successo, ma meglio così.

Ecco, a quel punto ho visto i tuoi occhi, e la prima cosa che ho notato è stato il loro colore che ora saprei riconoscere in un campionario, un colore che secondo me merita un nome suo perché i nomi che già esistono per i colori sono troppo banali, già usati mille volte per altri miliardi di occhi e invece tu ne meriti uno tutto per te, nuovo, magari uno di questi giorni lo invento.

Non saprei dire ora cosa ci fosse in quel sogno, se eravamo sul mare o in un centro commerciale, non lo so, davvero. So che quando sono riuscito a rinvenire dal tuo sguardo ti ho vista tutta insieme, che mi sorridevi, che mi tendevi una mano come ora fai normalmente ma in quel momento mi sembrava una visione impossibile, giusto uno di quei sogni che poi ti svegli e sei arrabbiato perché non è reale.

Ti ho preso la mano, nel sogno, e nel momento in cui mi hai sorriso ho capito che eri nostra figlia. Ti ho chiesto dov’eri, ti ho detto che ti stavamo aspettando, ti avrei forse implorato di venire in fretta. Ma tu nel sogno eri solo una bambina, e che ne sa una bambina della fatica dell’attesa, che ne sa dei pianti, delle speranze, delle delusioni, della pazienza. Una bambina si limita a sorridere e a stringere la tua mano, specie in un sogno.

Poi mi sono svegliato e ho dimenticato. Noi grandi siamo fatti male, abbiamo sempre troppe cose per la testa e finiamo per mescolare tutto e infilare quelle importanti in qualche angolo che chissà dov’è. Eppure quegli occhi sono rimasti da qualche parte della mia memoria, perché li ho riconosciuti appena li ho rivisti un po’ di tempo dopo, in una fotografia, in un video e poi, finalmente, quando sei uscita dall’aereo.

E ho capito che anche quando si è stremati bisogna continuare a nuotare. Che lasciare la testa sott’acqua non è mai la soluzione giusta. Che magari a riva troverai occhi come i tuoi, con il loro colore dal nome nuovo, ad aspettarti.

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La bellezza di Auronzo

Oggi il mio amico Carlo era al bar della Bocconi e a noi non interessa perchè fosse lì, alla sua età, sono cose che vedrà lui in famiglia.

A un certo punto lo sguardo viene rapito dalla tshirt di una studentessa, che immaginiamo a fini narrativi come attillata su base prosperosa e la sua attenzione viene per un attimo catturata dalla scritta Cadore.

Il passo che lo separava da una gaffe memorabile a quel punto era minimo: un attimo e ti ritrovavi a chiederle se anche lei è di Auronzo, se ha visitato il museo della Prima Guerra Mondiale, quale fosse il suo lago preferito, se nel Cadore si sta meglio in estate o in inverno, così, per fare conversazione.

Invece, un attimo prima dell’irreparabile, un movimento del corpo e la maglietta si distende rivelando una “J” apostrofata e imprevedibile che ricolloca la fanciulla dal piacevole ambiente predolomitico a una più normale passione per profumi e brand di alta moda.

J’adore. Non fidatevi mai della prima impressione, specie con le studentesse della Bocconi.

Buonuomo

La premessa è che mi hanno craccato o hackerato o boh il mio profilo Netflix e con esso la mia carta di credito abbinata.

Quindi, e qui arriviamo a noi, ieri sono dovuto andare in questura a denunciare il tutto. Per assicurare alla giustizia i ragazzetti venezuelani, colombiani o peruviani che stavano guardando le peggio cazzate su Netflix a mie spese? Ma figuriamoci. Sono andato perché sennò la Visa non mi ridà i 9,70 euro (39,99 lire turche) del mio addebito e già il fatto che io mi sbatta per una cifra così da poveri rende merito ai ragazzetti che mi hanno fregato.

Se anche mi fossi aspettato un CSI Cyber pronto a soccorrermi questa immagine sarebbe stata immediatamente cancellata dalla faccia scazzata del poliziotto che mi ha preso la denuncia. L’espressione di chi è stato appena sottratto a una improrogabile partita di Candy Crush (gioco forse troppo intellettuale) in un placido pomeriggio di settembre in una questura abbandonata e buia in una città dove non succede mai niente.

Salve buonuomo, ha esordito l’ispettore per chiarire subito che avrebbe fatto il brillante, e appena ho detto di che si trattava ha cercato di deviarmi verso la polizia postale, immaginandosi di tornare presto al suo Ruzzle (no, questo è davvero troppo intellettuale) in un placido eccetera eccetera.

Io ho insistito, lui ha alternato domande incongrue del tipo “ma com’è questo Netflix? ci sono bei film” e bonarie battute per chiarire chi comandava (“che dice, un documento me lo vuole dare”). Poi ha stampato il verbale, riletto due volte come ci fossero verità nascoste, firmato e consegnato.

Lo accompagni alla porta, agente, si è rivolto all’addetta all’ingresso (probabilmente l’unico essere vivente oltre a me e lui nel palazzo). Lei ha detto certo ispettore, e ha fatto un passo verso la porta di uscita che già stava davanti a me. Lui con un sospiro ha raccolto lo sguardo bovino e l’orecchino ed è tornato a combattere il crimine, sotto forma probabilmente di Pokemon (troppo intellettuale, dite?).

 

 

 

La penale

Il ragazzo sale sul treno. Si siede ancora accaldato dalla corsa e si sporge nel corridoio cercando di attirare l’attenzione del controllore. Non ha il biglietto, non ha fatto in tempo a farlo. Sa che se lo fai sul treno c’è una penale di cinquanta euro ma non vuole fare il viaggio nascosto nel cesso. Pagherà quello che deve pagare, ma non poteva perdere questo treno. Lo aspetta la coincidenza a Viareggio e poi l’altro treno fino a Lucca. Dove c’è l’appuntamento imperdibile, quello che vale il prezzo della penale. 

La ragazza è seduta dall’altra parte del corridoio. Lo vede salire, sbuffare, annusarsi con circospezione per capire se è sudato. Lo vede confabulare con il controllore che lo tratta come un terrorista prima di riscuotere la penale. Lei deve fare tutto il tragitto fino a Roma. Poi deve aspettare un cambio e scendere ancora fino alla sua città, dove non ha voglia di andare. 

Dopo poco gli chiede il caricabatterie del cellulare, forse è una scusa visto che ha ancora mezza carica. Lui glielo dà anche se invece il suo è scarico, non sa opporsi alla gentilezza. Poi il ghiaccio è rotto. Lei gli chiede come mai abbia pagato la penale invece di aspettare il treno successivo. Lui dice che deve essere a Lucca prima delle sette, non dice perché. Poi lei gli dice il suo nome e inizia a raccontare. Lui ascolta, poi parla anche lui, ma non di quello che lo aspetta a Lucca. 

Lui non scenderà  a Viareggio. Perderà  la coincidenza. Non sarà a Lucca prima delle sette. 

Forse perché un raggio alieno avrà portato via il treno poco prima, impedendo che lui incontri quel suo destino. 

O, più probabilmente, perché quando il treno sarà nella stazione di Viareggio il ragazzo e la ragazza si staranno baciando e lui avrà deciso di proseguire il viaggio con lei. 

Che tanto la penale è già pagata. 

Tornare sul treno sul quale hai trascorso mezza vita al giorno per quasi sette anni fa comunque impressione (che poi non è proprio quello perché nel frattempo sei diventato uno della kasta e ti pagano l’Intercity e non più il direttino marcio delle sei e mezzo).

Fa comunque impressione, anche se ora i sedili sono più puliti, perché tornano alla memoria le IOB (infinite ore buttate), sacrificate sull’altare di Trenitalia, dei ritardi non per loro colpa, dei locomotori in fiamme, della scortesia gratuita dei controllori che per l’amor del cielo faranno una vita di merda ma perché se la devono prendere con me. 

Fa impressione anche se oggi sembrano tutti in orario e arriverò in tempo per la fine dell’allenamento di Franci ma non so se posso dirlo, che siamo appena a Sturla e il Dio dei treni può prepararmi rappresaglie in ogni momento. 

Fa impressione ma anche sollievo, soprattutto se riconosci tra le facce dei pendolari quelle di qualche disgraziato che condivideva il tuo dramma undici anni fa. Ed è ancora qua, più vecchio ma non più saggio, gonfio di IOB,  a urlare ogni giorno contro il cielo maledizioni che nessuno sentirà.

Ecco, non dovevo dirlo. Siamo a Quarto e il treno, la ‘freccia’, è quasi fermo. Non dovevo sbilanciarmi sulla puntualità.  Il Dio dei treni non ha il senso dell’umorismo. 

Dancing in the dark

Crescere un figlio è come imparare a ballare. Più il ritmo si fa complicato e più ti ritrovi a guardarti i piedi per vedere se i passi sono giusti, e più guardi in basso e meno riesci a stare al ritmo.

Poi ti guardi intorno, cerchi negli altri il modo giusto di ballare ma impari che ciascuno ha il suo.

E per quante lezioni tu possa prendere imparerai a ballare solo quanto saprai trovare il tuo movimento, quando saprai ignorare gli spettatori ai bordi della pista, quando saprai essere il più possibile spontaneo dimenticando le regole, lasciandoti portare, seguendo l’istinto.

Non mancherà qualche inciampo, servirà comunque un buon partner e un po’ di fortuna.

Ma a quel punto ci sarà soltanto la musica e sarà perfettamente intonata con le tue sensazioni, volerai, volerete.

E invece

01BoF

Avrei potuto incontrarti in cima a un sentiero. In quel momento in cui ti siedi sul prato e finalmente ti levi le scarpe e le calze scalciandole via. Le gambe si rilassano, i piedi hanno ancora i segni della salita eppure sembrano prendere vita a sentire l’erba che solletica la pianta. Avrei potuto sdraiarmi sulla schiena, le gambe piegate, respirando un’aria che non conosco e guardando un cielo che così bello e vicino forse non l’ho mai visto. E mentre ripensavo al fiatone dei punti più impervi e alla pace di camminare senza nessuno attorno avrei potuto vederti spuntare dall’imbocco del sentiero, guardarmi, sorridermi. Da non darmi nemmeno tempo di pensare che palle, volevo stare solo, io odio l’umanità, anche qua anche qua. No, non mi avresti dato tempo. Saresti venuta vicino dicendomi ciao, mi chiamo, posso sedermi qua, e ti saresti seduta accanto a me, senza nemmeno stendere il plaid. Avresti chiesto il mio nome e poi, strano, cosa ci facessi lassù tutto da solo. Forse non avresti nemmeno aspettato la mia risposta, mi avresti detto che tu ogni tanto sali su quel sentiero e lo percorri da sola, da quella volta in cui c’eri stata con altre persone e avevi avvertito un senso di saturazione e la sensazione che ti stessi perdendo qualcosa. Ci eri tornata il giorno successivo, un giorno di ferie dal lavoro, ne era valsa la pena. Posso togliermi le scarpe, mi avresti chiesto, ma te l’eri già tolte prima che potessi rispondere. Poi ti saresti sdraiata anche tu sull’erba, accanto a me, le gambe piegate, e io mi sarei accorto che non percepivo imbarazzo per quella vicinanza così intima. Avremmo parlato per un paio d’ore. Mi avresti preso in giro per le mie paure che sono così visibili da notarsi anche guardando il cielo su un prato di montagna. Mi avresti raccontato delle tue, di come è stato difficile e poi facile individuarle, capirle, accettarle, vincerle ed esserne vinte. Avresti riso alla mia domanda sulle ricette, perché ricette non ce ne sono, ci sono gli ingredienti e la voglia di lavorarli. Alla fine saremmo scesi insieme da quel sentiero, e non ci saremmo più persi.