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Archive for marzo 2009

Fran

chiodoA me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’é una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce.

È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio.

Alessandro Baricco – Novecento

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Lettere da Amsterdam

ams11A come ACQUA, che ad Amsterdam spunta dietro ogni angolo, canale o fiume che sia, mai mare e subito non capisci perché non ci sia il mare e poi capisci che l’hanno semplicemente rapito, ingabbiato e spedito molti chilometri più in là, buono per le barche e le navi ma non per le case e le città. Acqua nella quale si rispecchiano, ancora più lunghe e strette, le case-canale, acqua sulla quale galleggiano le houseboat, che fai fatica a credere che davvero siano comode e spaziose e che ci viva davvero la gente dentro. Acqua su cui galleggia Amsterdam in equilibrio sui mille pali appuntiti che scendono a cercare la terra dura per dare stabilità a chi sta lassù. (altro…)

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Q

copj13Domani, 6 marzo 2009, è il decennale dell’uscita di Q.
I Wu Ming festeggiano con un numero speciale di Giap nel quale si parla di Chiapas, Seattle, Genova e Munster. Tra l’altro.

Qualche tempo fa, su lettidarifare, ne ho scritto così.

Ecco un altro capolavoro, meritevole delle 5 copertine. I Wu Ming (all’epoca in 4 e col nome Luther Blisset) usano il passato per raccontare il presente. Con il loro punto di vista dichiaratamente parziale ci fanno capire come le contraddizioni odierne (l’incapacità dei popoli di reggere al potere, all’origine della delusione comunista, l’ingerenza della Chiesa, l’emergere degli egoismo) abbiano radici ben radicate nei secoli. La genialità del collettivo (come poi in Manituana) sta nel costruire accurate trame di fantasia usando episodi veri, personaggi realmente esistiti, e il tutto con un linguaggio (un registro di scrittura, dicono loro) moderno. I dialoghi delle osterie di Munster sono gli stessi di un pub di Bologna di oggi, i massacri di Frankenhausen sono parenti stretti di quelli di Falluja. Il protagonista, che per la maggior parte delle pagine è Gert dal Pozzo, non è un buono nè sta sempre dalla parte giusta. Semplicemente cerca di capire, di galleggiare sulle onde della storia evitando di accettare quella soluzione troppo facile che qualcuno cerca di imporre. Il Medioevo europeo, tempo di massacri preventivi, ha il suo grande romanzo in Q.

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thaiIo non mi emoziono mai.
Magari non mi butto neanche giù ma di sicuro non sono il tipo che si emoziona. Sai quelli sempre pronti a farsi battere il cuore appena qualcosa va in un modo che non si aspettano. Subito le lacrime agli occhi, il sorriso alle labbra. Poi magari piangono o si disperano.
No, non è il mio caso.
Solo un paio di cose riescono a scuotermi e a farmi sentire qualcosa che potrebbe assomigliare a un’emozione. Una di queste è l’odore del latte sul fuoco.
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Un cuore ipertrofico

cuorecerottoAbbiamo un cuore ipertrofico, così grande che ci esce dal costato e deborda come un gozzo. E’ così pesante che ci tocca sostenerlo con le mani. E spesso le mani non ci bastano e ci vorrebbe una carriola. Ci fa andare in giro zoppicanti, il nostro cuore; zoppichiamo dalla parte sinistra, dalla sua parte, e temo che sarà così per tutta la vita, visto che non abbiamo ancora imparato a metterci una pezza, a farcene una ragione: non abbiamo saputo adattarci a un bastone, una stampella, un sostegno qualsiasi. Non ci siamo mai voluti curare. Quelli come noi non li troverai mai nei reparti di cardiologia e di ortopedia. Così malfermi e acciaccati come siamo, non per questo abbiamo intenzione di arrenderci alla nostra cardiopatia, alla nostra zoppità: lo vedi?

(Maurizio Maggiani)

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