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Archive for aprile 2009

Micol

Una donna si aggrappa al mio braccio e dice qualcosa a proposito dell’odore acre di questo mare, odore di nafta e di alghe. Qualcuno, specialmente tra i bambini, urla quando tra le strisce verdi attaccate al molo fa capolino un pesce, a portare le sue bollicine verso di noi. Tra i più vecchi c’è chi prega, chi bestemmia nel nostro modo che non offende Dio, chi racconta le storie degli shtetl, sentite mille volte eppure ancora capaci di allargare la faccia in un sorriso dal respiro dolente. Quasi nessuno, comunque, guarda la nave che galleggia davanti a noi, ondeggiando leggermente sotto la spinta della corrente che la accarezza provenendo dalla diga. E quasi nessuno, a parte me, si guarda indietro alla ricerca di una faccia tra quelle che ci fissano, di là dalla rete. Nessuno ha voglia di specchiarsi in quelle espressioni disperate di chi rimane. Di chi, a differenza nostra, è persino privo del sogno che sostiene le nostre giornate e ci consente di seppellire nelle nostre memorie ricordi che sarebbero in grado di strozzare l’anima di qualsiasi goym.
Io invece mi sono voltata e frugo tra quelle facce di operai e pescatori che fumano parlando piano finché non trovo i suoi occhi, discosti dagli altri e piantati sulla mia magrezza che mi fa così brutta. Risponde a un mio cenno, abbozza una smorfia come a dire che lui le mantiene, le promesse. Scuoto la testa. Gli avevo detto di non venire alla partenza, l’avevo scongiurato. Di noi doveva restare solo il brivido di un bacio raccolto per caso, tra le macerie di questa città della quale non conoscevo nemmeno il nome e che pure non dimenticherò mai più, per i giorni che Dio ancora vorrà donarmi. Un bacio che non sa guarire nessuna ferita, come potrebbe guarire tali ferite. Ma che è riuscito nella sua silenziosa missione di farmi tornare, per alcuni istanti, a sentire vivi i miei sensi senza bisogno di piantare le unghie sul dorso della mano. Non venire, l’avevo scongiurato. Ma che fosse testardo l’avevo capito in quella strana domenica nella quale l’ho visto la prima volta, una vita fa, solo il mese scorso.

Eravamo arrivati da poche ore da Magenta, scaricati come pacchi su questo molo, davanti a una nave che ci sembrava bellissima, illusi dalle parole di chi ci aveva detto essere tutto pronto per la partenza verso la Terra Promessa. Guardavamo le corde che legavano la nave al molo come fossero le ultime, simboliche, catene che ferivano le nostre carni ancora capaci di sanguinare. Aspettavamo che qualcuno, finalmente, le sciogliesse.
Poi sentimmo le grida, terribili, arrivare dalle strada. D’istinto ci stringemmo tra noi, solo la forza di tremare e di piangere ma non di domandarci chi fossero quelle persone che correvano verso il molo urlandoci contro, chi fossero quei cacciatori che, ancora, erano a braccarci. Brandivano bastoni, remi, alcune pistole i cui spari ferivano il cielo. Lo vidi in quel momento, tra i primi della fila. Vidi la sua faccia e quella degli altri passare dalla rabbia allo sconcerto mentre avvicinandosi al molo si resero conto di chi eravamo, lo vidi avvicinarsi e parlare con quelli di noi che si erano messi davanti, a protezione delle donne e dei bambini. Dopo ci spiegarono che si era sparsa la voce che una colonna di fascisti stesse lasciando la città su una nave diretta in Spagna. Ci dissero che quegli uomini avevano lasciato le fabbriche, fermato i cantieri, gettato a terra i secchi di cemento. Che erano corsi al nostro molo per impedire l’intollerabile che rappresentava la fuga degli stessi assassini che avevano condotto al disastro il loro paese, la loro stessa vita.
Invece una volta arrivati avevano trovato noi, su quel molo. Vecchi, donne, pochi ragazzi e pochissimi uomini. Più di mille corpi asciugati fin nell’anima che nulla chiedevano se non di lasciare le sponde di quel continente che li aveva visti braccati e marchiati come bestie e come bestie rinchiusi nei recinti e macellati.
In mezzo a quella gente lui mi vide e fu come se riconoscesse nel mio sguardo tagliato di pianto una parte di sé. Si avvicinò, tagliando il gruppo dei miei compagni che lo guardarono con disprezzo, chiese se parlavo italiano, domandò il mio nome. Micol, risposi. Poi tornò a guardare i nostri, la maggior parte dei quali ancora biascicava in yiddish domande a mezza voce. Parlò a voce alta, in un italiano lento che non tutti compresero. Chiese perdono per la gazzarra di poco prima, per la paura che avevano causato. Disse che da quel momento in poi avremmo diviso il poco che era rimasto dalla follia che ci aveva spazzato la vita, che le case del Canaletto sarebbero state le loro case, le loro famiglie le nostre. Poi se ne andarono, tutti, senza che nessuno dicesse loro grazie. Qualcuno perché troppo confuso per riconoscere il bene dal male, i più perché pensavano alla partenza, che sarebbe stata questione di ore.

Invece non partimmo e lo rividi diciotto giorni dopo, quando le famiglie che abitavano le case vicine vennero a festeggiare la nostra Pasqua su quel molo che ogni giorno diventava più simile a un nuovo, ennesimo recinto che ci stringeva la gola. Davanti il mare, l’inutile rollare della nave che non poteva lasciare le corde fino a quando qualcuno, lontano, non lo avesse consentito. Dietro il mondo che non volevamo più, la prospettiva di tornare in un campo. Ma anche la generosità della gente del Canaletto che ogni giorno ci portava il pane, l’acqua, quel poco che riusciva a strappare alla propria miseria. E che pregava i nostri uomini affinché accettassero, sbattendo quella strana focaccia in faccia all’idea che la nostra unica via di fuga fosse quella di lasciarci morire di fame, un po’ alla volta, paradossale e inutile grido destinato a chi neppure ci ascoltava. Quel giorno, mentre i vecchi spezzavano il pane azzimo sognando un nuovo Esodo, lui mi parlò a lungo di sé. Della sua casa distrutta, di una donna che non aveva ritrovato, della sua città che quasi più nessuno sapeva riconoscere. Di me non chiese nulla, gliene fui grata.
Da quel giorno passammo molto tempo assieme, lui concentrato nel raccontare storie che mi facessero sorridere e io nell’ignorare gli sguardi delle donne che mi pensavano puttana. Poche volte lo seguii, camminando sui moli e fissando i relitti delle navi bombardate che sembravano scogli innaturali. Una volta mi baciò, all’improvviso. Poi mi chiese di restare con lui, cieco e sordo alla realtà che per me prevedeva come sola alternativa alla partenza la morte. Mi promise che mi avrebbe raggiunto e allora, per la prima volta, davvero mi strappò un sorriso mentre per un attimo svelava l’ingenuità che in tutto quel tempo aveva tenuto nascosto. Gli chiesi di non venire, quando fosse stato il momento.
E invece ora è qui, mentre finalmente le cime che ci legano a questa terra sbagliata si sciolgono. Mentre la nave scivola via dal molo qualcuno piange, i bimbi ridono, i vecchi bestemmiano o pregano. Io cerco i suoi occhi e gli dico addio.

Alle ore 10 dell’8 maggio 1946 le motonavi “Fede” e “Fenice” lasciarono il Molo Pagliari del Canaletto, con il loro carico di oltre mille persone, per lo più reduci dai campi di sterminio nazisti. Alcuni giorni più tardi sarebbero stati autorizzati a sbarcare in Palestina, dove avrebbero contribuito alla nascita dello Stato d’Israele. Da allora La Spezia è stata nominata dal popolo ebraico come “Porta di Sion”.

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Solo andata

258042xcgreux93oL’uomo dietro al vetro mi sta dicendo qualcosa. Vedo che muove le labbra e sembra infastidito del fatto che non gli rispondo.
Non capisce che sto cercando di non sentire il frastuono della stazione che mi esplode nella testa. Che mi sforzo di non percepire quegli odori, il caldo, il sudore, i bagagli, quegli odori che mi riportano a quel giorno.
Che cerco disperatamente di non vedere le facce dei viaggiatori intorno a me. Le stesse di allora.
Una fitta alla tempia destra accompagna la voce del bigliettaio che è riuscita a farsi largo nel mio cervello. Mi chiede se sono sordo.
“Napoli, solo andata.”
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