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Archive for ottobre 2009

Avvisi ai naviganti

Secondo me la scritta più ripetuta del mondo è “Non gettate la carta delle mani nel water”. Da alcuni anni ha soppiantato la goliardica “Non vi chiedo di fare centro ma almeno di farla dentro” e la ormai politicamente scorretta “Gettate gli assorbenti nel cestino”. I più burloni cancellano il “non”, i più estrosi la trasformano in “Gettate le mani nel water”. Fatto sta che, se quel cartello è così diffuso, ci devono essere milioni di persone che gettano la carta per le mani nel water. A questo punto converrebbe fare la carta per le mani biodegradabile come la carta igienica ma, forse, ci sarebbero cartelli tipo “Ora potete gettare la carta per le mani nel water”. Forse ho capito chi getta la carta delle mani nel water. La lobby degli idraulici.

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bersaniSiamo abituati alle canzoni d’amore, quelle nelle quali si dice alla persona amata che vorresti donare il suo sorriso alla luna perchè di notte chi la guarda possa pensare a lei. Poi ci sono le canzoni dedicate agli amici, che l’amico è la cosa che più ce n’è meglio è. E, meno frequenti, quelle per il figlio o la figlia appena nati, che avranno sorrisi sul loro viso come ad agosto grilli e stelle.
Ma sono rare, e di solito bellissime, le canzoni dedicate a chi ti ha lasciato. E non dico quelle, facili, nelle quali il cantante si strugge per essere lasciato e prende a calci la sua porta chiusa e tira sassi alla finestra accesa. Dico quelle nelle quali il cantante dà, melodicamente, della stronza alla tipa che l’ha mollato.
Capostipite del gruppo è “Bella senz’anima” di Cocciante, che già si preoccupa di quando a letto lui le chiederà di più ed è certo che lui glielo concederà (perchè lei fa così). La più intensa quanto a incazzatura è “Quattro stracci”, dedicata da Guccini alla ex moglie, che pure aveva avuto nella sua carriera di amata canzoni bellissime e anche uno struggente “Farewell”, ancora quasi d’amore. Poi qualcosa si deve essere rotto se finisce a cantarne come di nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d’ esser puttana e lì la inchioda a quei suoi pensieri, quei quattro stracci in cui ha buttato l’ieri persa a cercar per sempre quello che non c’è.
Ultima arrivata di questa serie è “Un periodo pieno di sorprese” di Samuele Bersani, che ieri mi risuonava nell’i-pod e mi ha fatto venir voglia di scrivere questo post. Bisogna aver sofferto parecchio per scrivere una canzone così bella.

Comincia a ingiallirsi il nero del livido
non è più così tanto nitido
e da oggi il dolore ritorna
semplicemente sottocutaneo.
Ho cambiato la scheda al telefono
ho lavato nel lago lo spirito
e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo.

E´ un periodo pieno di sorprese
e non si contano più le offese
che per decenza mi rimangerei.
Ma ero stanco di sentirmi come
uno straccio sotto a tuoi piedi
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi.

Alla parte non mi presto del povero Cristo
e perchè mai tu l´hai data a me
vuoi rispondere perchè
io dove finisco
in quale labirinto
se non c´è
uscita o speranza di evadere.

Continua a ingiallirsi il nero del livido
non è più di dominio pubblico
e da oggi il ricordo diventa
eternamente contemporaneo.
La vendetta è sevita sul tavolo
da strapparti dei fili dal cofano
ma nel farlo il piacere sarà
quello si momentaneo.

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Numero uno, anzi due

garibaldiDalla prima alle quinta superiore io ho avuto una fortuna e una sfortuna. La fortuna è che avevo la fidanzatina in classe e quindi ero già felicemente accasato, lontano dal rischio di vivere qualche emozione troppo forte per il mio cuoricino tranquillo.
La sfortuna è che lei, più secchiona e concentrata, faceva di me il secondo della classe. Roba difficile da digerire per uno terribilmente competitivo come me, essere battuto nella partitella in famiglia.
E il giorno in cui il provveditore agli studi venne a consegnare un libro su Garibaldi, premio ai primi della classe, e lei lo portò a casa al posto mio, fu probabilmente quello in cui decisi che non avremmo mai potuto sposarci. E odiai per sempre Garibaldi.

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Mi rimbalzi dentro
entrando dagli occhi
passandoci in mezzo
scendendo giù, in basso, giù, in fondo,
a un passo dal cuore
che sfiori leggera
temendo di fargli del male, al solo toccarlo
perché non lo sai
che il solo vederti, il solo sapere che esisti
gli basta per farlo morire.

Mi rimbalzi dentro
e temo stavolta
che non ne uscirai
che troverai un posto
nel quale fermarti, nel quale posarti,
a un passo dal cuore,
sicura, stavolta, che non farai male
che tu sei la vita per lui, per il mondo
nel quale io vivo
nel quale io spero di tenerti accanto
di tenerti per sempre in me.

Mi rimbalzi dentro
e sono felice
sentendo che infine
hai trovato il tuo posto e che ci stai bene
a un passo dal cuore
e questo è il momento
nel quale so dirti
che non hai sbagliato
ora che hai capito
che quello era il posto tenuto per te.

Mi rimbalzi dentro
mi piace il respiro
che picchia sul mio
laggiù dal tuo posto dal quale mi nutri
a un passo dal cuore
ti sento chiamarmi
ti trema la voce
nel chiedermi di non scacciarti
di averti per sempre
nel posto che è nato per te.

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Uncomfortably numb

nuvoleE’ come avere la febbre ma se ti metti il termometro lui segna trentasei e mezzo. Quindi non è febbre. E non hai la scusa di attaccarti a un malanno vero, di quelli palpabili. Che io ho sempre avuto questo problema di avere malanni poco palpabili e di invidiare, paradossalmente, quelli che si spaccano una gamba che almeno nessuno mette in discussione il tuo non stare bene. C’è lì il gesso, la stampella, che cazzo metti in dubbio.
Invece i miei malanni stanno tutti nascosti nella testa, dall’emicrania all’inquietudine, oggi straordinariamenti presenti in contemporanea. E allora devi lottare all’interno contro il tuo stare male e all’esterno contro chi ti chiede che cos’hai, contro chi non capisce il tuo male impalpabile. O, in alternativa, spaccarti una gamba almeno la tua testa e i tuoi colleghi si distraggono. O scrivere. O, meglio ancora, farsi coccolare.

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Giovani e forty

albaDomenica abbiamo festeggiato il quarantesimo compleanno di mio cognato e ho ripensato, perchè io ripenso sempre, pure troppo, al mio di quarantesimo compleanno, tre anni fa.
Che poi si dice che sia una tappa importante ma faticosa, che si sente il peso del gran premio della montagna che fa passare la vetta e se ti volti tutto quello che c’è stato fino a quel momento sembra piccolissimo e lontano.
Così si dice, così non è stato per me. Perchè poco prima di compiere quarant’anni mi hanno fatto il regalo più grande che potessi immaginare, Francesco. E con lui sono in qualche modo rinato anch’io e allora il traguardo in sè non ha più nessuna importanza perchè il focus si sposta da me, che divento contorno, a lui, che è pietanza.
Quindi i miei quarant’anni sono un ricordo leggerissimo. Già i quarantatre, invece, cominciano a pesare.

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Visti nel weekend

up-pixar-movie_lUp – Un vecchio vola via trascinando con i palloncini la sua casa, incontra cani parlanti e diventa Indiana Jones. L’INPS, giustamente, gli leva la pensione.

District 9 – In Sudafrica gli alieni vivono chiusi nei ghetti, schifati anche dai negri. Le immagini del loro orribile incontro con gli esseri umani, girate col cellulare, sono state rifiutate persino da Alfonso Signorini.

Ricatto d’amore – Sandra Bullock pensa di essere simpatica, figa e divertente. Non è nessuna delle tre cose e allora si rifà sul suo assistente obbligandolo a innamorarsi di lei. Nostalgia per quando stava su un autobus pieno di tritolo.

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