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Archive for gennaio 2010

E’ lei che voglio

Non prendo mai la prima bottiglia del latte, sullo scaffale del supermercato.
Frugo, scosto, allargo, e raggiungo l’ultima là in fondo.
Quella che è rimasta più fresca, almeno nella sua breve vita in questo frigo.
Quella che ha la scadenza più lontana e perciò è stata nascosta dal merchandiser – questo è il nome che nel gergo si attribuisce all’omino in camice bianco che lo carica – per vendere prima quelle che scadono.
Quella, voglio.
Anche se so che prima di questo fresco magari ha preso una botta di caldo in magazzino.
Anche se so che lo consumerò ben prima di quella scadenza, e anche di quella della sua omologa in prima fila.
Ma quella, voglio.
Altra gente che ragionava così: Charles Manson, Andrey Chikatilo, Olindo Romano e svariati altri.

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(Secondo me è dovere di ogni cittadino italiano quello di aiutare Jovanotti a riempire le sue canzoni di banalità, se non vogliamo che rimanga senza e vada in crisi. Io la mia parte l’ho fatta)

Un panino al prosciutto
non c’è niente di brutto
un filmato venuto un po’ mosso
il cavallo che vince da scosso
il semaforo è rosso
un bambino che se la fa addosso

quattro vigili urbani
aspettando domani
una multa, divieto di sosta
un gabbiano un po’ sordo
qualche amaro ricordo
una nota di Guantanamera

un amico che rispetta i patti
il pensiero che prima o poi schiatti
se poi capita lavando i piatti
io ci penso e ne rido da matti

sette gatti in cantina
ottocento in cucina
invasione di bestie feroci
che poi scappan veloci
le scarpette da corsa
la cugina di un’orsa
una ricca seduta di borsa

il vicino di zia Filomena
che le suona una sera per cena
lei gli offre sformato di iena
e poi guardan le foto di Siena

(piano)
l’orologio di marca
la vela di una barca
tante macchine su una bisarca
soli su una collina
che facciamo l’amore
stando attenti a non fare un errore

(pianissimo)
un miliardo di cose
tutto quello che pensi
me lo dai e ci fo una canzone
una musica furba
la mia faccia da schiaffi
la mia zeppola che fa schiantare
ci ho pensato un po’ tardi
posso farci i miliardi
con un film per colonna sonora
baciami ancora
(ah no, questa l’ho già fatta)

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Lost in filmation

Ci sono libri che non possono diventare film, punto. Perchè il loro essere indimenticabili non sta nella storia che raccontano, e che quindi si presta a una traduzione in scena recitata. Sta piuttosto nel clima che creano tra loro e il lettore, negli ammiccamenti, nelle citazioni, nello stile, in tutte quelle cose che quando chiudi l’ultima pagina te li fanno mancare.
Così sarà, probabilmente, con “La versione di Barney”, che sto leggendo con colpevole ritardo e che diventerà un film con il bravo Paul Giamatti nei panni del protagonista e Nientemenochedustinhoffmann in quelli di papà Izzy, prode poliziotto ebreo.
Un altro libro, decisamente più dimenticabile, che però prova questa teoria dell’intraducibilità in film, è “L’eleganza del riccio”, visto l’altra sera. Tutti i pensieri filosofici della colta portinaia Renée, ossatura della prima parte, spariscono nel nulla e sono sostituiti da grugniti. I pensieri suicida della piccola Paloma invece, altrettanto importanti, sono stati mantenuti come voce fuori campo, spesso con un odioso effetto di eco e di sovrapposizione.
La giovane regista si è dovuta inventare un paio di escamotage per evitare che il film risultasse pochissima cosa. Ha infatti sostituito il linguaggio scritto del libro con quello metacinematografico – la piccola Paloma riprende tutto con la sua telecamera amatoriale – e con quello dei disegni, che la bambina anima in cartoni animati peraltro decisamente belli.
Il film resta comunque una cosa mediocre ed è stato snobbato dal grande pubblico che aveva invece decretato l’inaspettato successo del libro.

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Qualcuno pensava che non fossi capace di lasciarti. Qualcuno contava sul fatto che non sono capace di restare da solo. Qualcuno si diceva che in fondo io so sempre perdonare. Qualcuno ha giocato su questo, e ha pianto quando mi ha visto uscire.

(dedicato a ilfeeddidomi, che ci si è riconosciuto :D)

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“Il nastro bianco” di Michael Haneke, vincitore di Palma d’Oro e Golden Globe e grande favorito per gli Oscar, è un film di potentissima angoscia.
In un villaggio tedesco, nei mesi che precedono lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si dipanano in apparente serenità le vicende delle famiglie che vivono attorno al feudo di un Barone. Fino al giorno in cui il medico del paese ha un grave incidente quando il suo cavallo inciampa in una fune che qualcuno ha teso con l’intento di colpirlo. Da quel momento il villaggio viene sconvolto da successivi eventi violenti e progressivamente svela come dietro alla patina pubblica di perbenismo e di rigida educazione si celino manie e perversioni private, torture familiari, odio sottotraccia.
Spettatori e attori della storia sono i bambini del villaggio, vero punto di forza del film sia sotto il profilo narrativo che sotto quello recitativo. Sono loro a subire le forzature e a cercare, a modo loro, di elaborarne le conseguenze.
Personalmente trovo una forzatura l’interpretazione, sponsorizzata dal regista, che mette in correlazione il pesante clima di educazione e sopraffazione con le conseguenze storiche, facendo di questo film una specie di spiegazione sociologica sulla formazione della generazione che gestirà il Nazismo. Credo che la stessa storia avrebbe retto – ed anzi sarebbe stata ancora più libera – anche se costruita in un altro momento storico, liberando i protagonisti dal peso, invero eccessivo, della futura storia che li aspetta.
Haneke è riuscito comunque a costruire un film claustrofobico che chiude lo spettatore nell’austero villaggio – meravigliosamente fotografato – come in una gabbia per uccelli che non sa proteggere i propri ospiti dalla follia esterna.

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Nell’ottanta

Nell’ottanta avevo tredici anni, eppure ero uguale a adesso.
Cioè, magari in qualcosa sono migliorato, in qualcos’altro sono peggiorato. Ma l’impianto è quello, cavolo, le stesse aspettative, lo stesso fottuto bisogno di avere riscontri nel prossimo, gli stessi dubbi sulle mie capacità e insieme la stessa presunzione di essere il migliore del mondo.
Un giovane Gianluca che iniziava la scuola più stupida del mondo, Periti Aziendali Corrispondenti in Lingue Estere, scelta solo perchè il liceo appariva un azzardo per chi non aveva la certezza di andare all’Università, una scuola pessima, generalista e piena di nozioni inutili.
Un giovane Gianluca che affrontava il mondo certo che, stavolta, non ce l’avrebbe fatta.

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C’è questo pianeta che si chiama Pandora dove vivono, in pace e vagamente storditi, i Na’vi, alieni celestini dalla lunga coda, alti tre metri. Il pianeta Pandora, pur senza uvetta e canditi, è un posto meraviglioso per starci. Le piante sono luminose e spesso hanno più personalità ed emozioni di un portavoce del Pdl: le medusine pelose che si staccano da loro sono in realtà piccoli spiriti del bene, e se a qualcuno fanno allergia che si prenda l’antistaminico.

Gli animali, poi, sono davvero straordinari. Soprattutto perché possono essere comandati infilando i terminali nervosi della coda di Na’vi nei loro orifizi più comodi (la wireless era meno divertente) e una volta collegati diventano docili come agnellini pur restando gli orribili mostri che sono. Per non dire degli uccelli volanti, che è difficile conquistarne la fiducia ma una volta che ti sei infilato in loro diventano affidabili come un volo RyanAir, solo senza gli extra. E in particolare c’è un uccello gigantesco e incazzoso, che nessuno mai riuscirà a cavalcare (o almeno così vogliono farci credere).

Ma un brutto giorno a Pandora arrivano i terrestri, che hanno bisogno di un minerale che sta nel sottosuolo e che consentirebbe di risolvere la maggior parte dei problemi dell’umanità (resterebbero fuori la crisi del PD e i bassi ascolti di Sanremo). I terrestri buoni sono straordinariamente buoni, democratici, filoetnici, no global, pacifisti ed ecologisti e credono che si possa vivere e fumare insieme ai Na’vi e gli insegnano l’inglese e gli fanno sentire Springsteen e gli fanno provare i Levis.

Per farlo hanno inventato il progetto Avatar, che consiste nel fatto che chiunque possa comandare in remoto un pupazzone Na’vi con le proprie fattezze (tranne Brunetta, che al massimo può avere un Avatar di due metri per un fatto di vertigini). Tra i fortunati ad avere un Avatar c’è Jack Sully, marine paraplegico, che entra nel gruppo e si diverte un mondo, specie quando – in quanto Avatar – si innamora della figlia del capo Na’vi e si infratta con lei tra le luminose frasche.

Ma i cattivi, che sono straordinariamente cattivi e fascisti e imperialisti e razzisti e guerrafondai (tipo Calderoli ma meno esagerati), decidono ben presto che l’unica soluzione è la guerra preventiva e scatenano un putiferio di armamenti. A quel punto Jake Sully deve scegliere se stare con i buoni, che hanno archi e frecce e moriranno tutti, o con i cattivi, a cui piace vincere facile. Ovviamente sta con i buoni, e morirà con loro intrecciando lo spinotto con la sua Pocahontas per un’ultima volta promettendole eterno e luminescente amore.

Il finale non è questo, ovviamente non vi rovinerei mai la sorpresa.
Diciamo che queste sono tre ipotesi plausibili:
a) l’Avatar di Jake riesce a cavalcare l’uccello gigante e se ne vanta con gli amici.
b) l’Avatar di Jake sale sulla tolda dell’astronave gridando “Sono il Re del Mondo!”
c) l’Avatar di Jake e la sua Na’vi hanno un figlio insieme, solo che invece che azzurro viene giallino perché ha l’ittero.

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