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Archive for febbraio 2010

Modello base

Oggi ho fatto un breve percorso su una Cinquecento del 1972.
E già era stranissima la sensazione del “Back to the past” nel sedersi quasi per terra, nel freddo delle portiere, nella microdimensione dell’oggetto.
Ma la cosa che davvero mi ha sconcertato, e penso di essere rimasto letteralmente a bocca aperta e con un sorriso ebete disegnato, è stata la dotazione del cruscotto.
Quello che avevo dimenticato è che una volta non c’era quasi nulla sul cruscotto, solo due leve sulla sinistra del volante, un paio di pulsanti (uno per i tergicristalli a una velocità, uno per gli abbaglianti), una spia luminosa per l’olio.
E basta.
Coma diavolo facevano a guidare?

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La Barbara, quell’altra

Il mio primo grande amore, parliamo di quando avevo dodici anni, si chiamava Barbara ma non è quella Barbara che è diventata mia moglie. Anche perchè lei, quell’altra Barbara, non mi amava, non mi ha mai amato.
E pensare che io ero completamente pazzo di lei, tanto da passare i miei pomeriggi davanti al portone della sua abitazione, leggendo un milione di volte la targa di ottone che indicava lo studio medico di suo padre, aspettando che lei uscisse per dire, tipo, ciao passavo di qua per caso.
Invece non usciva mai.

Due momenti eroici di questa sfortunata storia d’amore ci sono stati, però.
Il primo giorno delle medie. Siamo tutti nel piazzale, davanti alla scuola media Ubaldo Formentini (che ignoravamo chi fosse e non avevamo Wikipedia). In cima alla scalinata c’è una professoressa con il megafono che legge i cognomi chiamando a formarsi le nuove classi. Chi viene chiamato deve salire le scale e ordinarsi in fila indiana.
Chiamano il mio nome, che inizia con C. Poi chiamano il suo, che inizia con D. Lei è dietro di me, vicinissima, cavolo. Forse in quel momento ripenso al mio primo giorno di elementari e a quanto avevo pianto perchè mi mancava la mamma e a quanto invece sono felice ora perchè sono con la Barbara, quell’altra.
Lei è in classe mia, per i prossimi tre anni. Tunf tunf.

E in effetti tutto era partito bene, visto che di lì a pochi giorni avvenne il secondo momento eroico. Usava al tempo che gli studenti delle medie si comprassero uno strumento musicale per l’ora di musica. Per ovvi motivi di spazio, costo e disturbo la scelta cadeva, quasi sempre, sull’orrendo flauto dolce.
Quel giorno eroico io passeggio per Migliarina quando Dio poggia la mano sulla mia spalla e dietro a un angolo spunta lei, quell’altra Barbara. Probabilmente sono mezzo svenuto ma mi è rimasto quel residuo di lucidità che mi ha consentito di capire che lei stava per andare al “Pentagramma” a comprarsi il flauto.
Quale migliore occasione! Io, io ci sono stato giusto ieri, posso accompagnarti, posso consigliarti quale prendere (ce n’era uno solo, per inciso). Insomma, un intero pomeriggio con lei, a maneggiare il flauto, ancora lontani dalle metafore che un dodicenne di oggi non tarderebbe ad evidenziare.

Poi basta. Tre anni di medie nei quali io sbavavo e lei non mi cagava.
Volevo avere un padre medico e le labbra come le sue ma lei non mi cagava.
Lei è finita al liceo, io in quella scuola schifosa. Lei medicina a Genova, io economia a Pisa.
L’ho rivista da grande, entrambi con un figlio piccolo avuto tardi, e l’ho trovata scostante, decisamente infastidita, tanto da chiedermi se in quei deliri infantili avessi fatto qualcosa di sconveniente (tipo saltarle addosso e poi rimuovere il tutto).

Il flauto dolce comunque mi ha sempre fatto cagare.

(m’è venuta in mente leggendo della Carmen, anche se questa storia è decisamente meno romantica)

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Quando si fanno i lavori in casa la parola chiave è “frustrazione”. Uno si deve mettere l’animo in pace e capire che, per quanto egli possa essere il più grande genio del bricolage – e non è assolutamente il mio caso – si troverà quotidianamente a essere sbeffeggiato. Dai tecnici che gli seguono i lavori (muratori, idraulici, elettricisti) e soprattutto dai negozianti che vendono i pezzi di ricambio.
Anzi, secondo me c’è un accordo segreto tra gli uni e gli altri. Non solo per fare prezzi improbabili ma anche per definire un gergo immaginario atto a prendere per i fondelli il cliente.
Un esempio? Eccolo.

ATTO PRIMO – IN CASA
L’idraulico apre la scatola del rubinetto e comincia a scuotere la testa.
“Non c’è”
“Cosa?”.
“Non c’è”, ripete come se io non avessi parlato.
Mi faccio coraggio. “Manca qualcosa?”
Lui alza la testa, mi guarda come se mi vedesse per la prima volta.
“Sì, manca il raccordo 25/16. Così il rubinetto non si può montare.”
“Ma come”, comincio ad annaspare, “mi sono raccomandato con il negozio che ci mettesse tutto…”
Ora la sua voce è carica di compassione.
“Eh, si vede che non ce l’hanno messo”
“Cosa?”
“Il 25/16”
Fa per raccogliere la sua roba e andarsene. Già mi vedo la sera lavarmi i denti nel bidet con mia moglie che insulta me, gli idraulici e in crescendo tutto il resto dell’umanità.
“Posso andarlo a comprare?”
“In teoria sì”
“Ma?”
“Son tutti chiusi, è ferragosto”, continua a raccogliere la roba.
“Ma no”, sparo all’impazzata, “mi pare che XXX sia aperto…”
Sbuffa. “Ok, vai e ti aspetto”.
“…”
“25/16. Lui capisce”

ATTO SECONDO – AL NEGOZIO
L’uomo ti squadra e in tre secondi ha già capito se stai tra gli eletti (gli installatori), i semieletti (i maneggioni) o i paria (gli sfigati). Mi ha messo nella terza categoria e perciò aspetto per mezzora mentre gli eletti mi scorrono attorno, vanno diretti in magazzino, si battono gli scontrini e dicono frasi tipo “poi ci rifacciamo”.
Alla fine viene da me.
“Un… raccordo”, leggo l’appunto, “25/16… mi pare…”
Lui mi guarda come se avessi parlato in un dialetto delle tundre caucasiche.
Io mostro il foglietto sperando che così vada meglio.
Lui lo prende e poi scuote la testa (peraltro con la stessa cadenza con cui scuoteva l’idraulico poco prima).
“Sicuro?”
A quel punto tiro fuori la carta dell’umiliazione e dico la frase-tipo dello sfigato. “Così mi ha detto l’idraulico”
“Chi è l’idraulico?” (evidentemente la domanda ha un senso anche se mi sfugge)
Dico il nome e lui sembra per un attimo rischiararsi. Poi si rifà scuro.
“Il 25/16 non lo fanno più da anni. Ho questo.” Guardo il pezzo che mi mostra con occhi vuoti. “Dovrebbe andare bene lo stesso.”
A quel punto farei qualsiasi cosa per liberarmi dall’incantesimo malvagio. Dico che va bene, pago un prezzo spropositato e prendo il pezzo.
Sto per uscire ma lui mi ferma. Temo il peggio, invece mi dice solo di salutare l’idraulico. Sorride, credo mi stia prendendo per il culo.
A questo punto potrei parlargli delle crittografie mnemoniche, di un libro che lui non avrà mai letto o di una qualsiasi cosa che io so e che lui non sa. E se poi invece la sapesse?
Metto la coda tra le gambe e scappo con il mio surrogato di raccordo recitando un mantra affinchè sia quello giusto. Lo sarà ma servirà a poco perchè la prosecuzione del tubo ci porterà a un altro pezzo mancante e a un’altra visita al negozio di ricambi.

A casa vedo Francesco che gioca con le lettere sulla lavagna magnetica. Gliele butto via e lo faccio giocare con la cassetta degli attrezzi. Bene che si abitui.

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Tema: il mio migliore amico

Il mio migliore amico si chiama, anzi si chiamava, Mario.
Lui in verità non sapeva di essere il mio migliore amico e quando eravamo con gli altri, in classe, faceva finta di non sentire quello che io gli dicevo. Tutti facevano finta di non sentirmi ma io parlavo lo stesso oppure urlavo, che almeno non potevano dire che non mi avevano sentito.
Ho scelto Mario come migliore amico perché è come avrei voluto essere io: bravo e bello. Le nostre compagne di scuola scrivevano sul loro diario poesie dedicate a lui e si immaginavano sdraiate con lui ad abbracciarsi e quando parlavano di lui, tra loro, lo facevano piano e diventavano rosse. Ma io sentivo quello che si dicevano e chiedevo loro perché nessuna di loro voleva essere la mia fidanzata, che io prima o poi sarei stato anch’io come Mario. Magari non bello allo stesso modo, ma bravo come lui. Loro ridevano e io me ne andavo.
Mario era il mio migliore amico anche se non mi prendeva mai nella sua squadra e rimanevo sempre l’ultimo ad essere scelto e ogni volta era una cosa che mi faceva male alla pancia perché io pensavo che se avessi giocato con lui magari mi avrebbe voluto come amico. Ma non è mai successo, e siccome lui sceglieva sempre per primo e io ero sempre l’ultimo ad essere scelto, finivo sempre nella squadra che giocava contro di lui, in porta, e lui mi faceva molti gol. E non è che me li facevo passare apposta, per fargli piacere. Provavo a parare e non ci riuscivo.
Il mio amico Mario un giorno è caduto dalle scale e molti hanno detto che sono stato io a spingerlo. Che non è completamente vero, in effetti l’ho spinto ma non l’ho fatto apposta, avevo provato ad abbracciarlo e lui mi ha scostato e allora io l’ho appena toccato al braccio, fatto sta che è caduto. E quando l’ho visto laggiù, in mezzo al sangue, pensavo mi stesse prendendo in giro e non capivo perché gli altri non ridevano dello scherzo.
Poi mi sono successe tante cose brutte e ogni volta ho pensato che forse le avrei affrontate meglio se fosse stato con me un vero amico, cioè come avrei voluto che fosse Mario, non come era davvero.
Ma invece ero sempre solo e lo sono ancora ora.

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I had a dream

A volte nei sogni volo, faccio salti altissimi, ho eccellenti prestazioni sessuali con donne meravigliose o conosco mille lingue.
Altre volte invece corro.
Ed è una bellissima sensazione, per me che nella vita desta non sono capace di correre, sentirsi leggeri sulle gambe e macinare chilometri senza sentire la fatica.
So che è strano che uno non sappia correre, eppure è così. Per qualche curioso motivo se io inizio a correre mi fermo dopo poco, per il fiato che si spezza o per le gambe che cedono.
E’ inutile che provi a fare brevi percorsi, come mi hanno consigliato. Se mi dico, ok, prova a fare almeno due minuti consecutivi mi fermerò al minuto e mezzo.
E’ un problema mentale, ovviamente.

O almeno lo era fino a domenica scorsa, quando all’improvviso in palestra ho cominciato a correre sul tappeto e, miracolo, il fiato non si spezzava e le gambe non mi facevano male e una cosa banale per il resto del mondo come correre diventava normale anche per me.
Bello come quando me lo sognavo, solo vero, senza la delusione del risveglio.
Mai darsi per troppo vecchi per imparare a fare le cose.
Ora proverò a volare.

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An education

Non è buona la prima per Nick Hornby, al debutto da sceneggiatore per “An education”, regia di Lone Scherfig, premiato al Sundance Festival.
Su una trama non particolarmente stimolante (l’amore tra una geniale studentessa sedicenne e un uomo adulto che la allontana dagli studi), tratta da una storia vera, lo scrittore inglese che ci ha abituato a freschezza e ironia non riesce ad innestare nè l’una nè l’altra cosa.
“An education” diventa così un racconto prevedibile puntellato da personaggi stereotipati come raramente se ne vedono (l’amica scema, la professoressa sciapa, la preside inflessibile, i genitori idioti) e non sorprende nè emoziona veramente mai.
Per non dire del forzato e frettoloso happy end, nel quale anche lo spettatore più distratto si aspettava che la protagonista prendesse almeno a calci nel sedere il suo seduttore, sparito invece all’improvviso dallo schermo.
Si salva la protagonista, Carey Mulligan, bravissima e candidata – con un po’ di esagerazione – all’Oscar. Una faccia pulita ed espressiva che rivedremo spesso nei prossimi anni.

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Una delle cose negative della vita moderna è il controllo che abbiamo sul tempo. Facciamo cose sapendo quanto durano e quando finiranno.

Teniamo i libri in mano sentendo sotto i polpastrelli il progressivo diminuire dello spessore della parte che ancora dobbiamo leggere e così sappiamo che, no, quel colpo di scena che simula una soluzione non può essere definitivo, mancando ancora troppe pagine.
Guardiamo i film sapendone la durata e così non crediamo, no, a quell’altro colpo di scena che ci presenta un finale tremendo o meraviglioso ma decisamente troppo anticipato rispetto ai titoli di coda.

Questo effetto è attutito al cinema, che fortunatamente riesce ancora a estraniarci nel suo buio impedendoci di renderci conto dello scorrere del tempo, e sarà forse così con i libri elettronici che sfoglieremo senza percepirne lo scorrere.
A quel punto non ci resterà che imparare a non tenere sotto controllo il tempo delle cose che ci capitano, a non fissare le scadenze per quello che ci emoziona, a vivere lasciandoci soprendere dai colpi di scena e anche, quando capita, da titoli di coda inaspettati e fuori posto.

L’hanno detto un sacco di tempo fa che bisogna vivere l’attimo, ma forse non l’abbiamo ancora capito.

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