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Archive for marzo 2010

Non è la magia che conta, ma il trucco che si nasconde dietro di essa. (The Prestige)

E’ vero che il trucco – una volta svelato – è la parte più noiosa del gioco di prestigio, eppure certi trucchi ti tolgono il sonno.
Quanto daremmo per sapere come fa la donna e essere segata in più pezzi restando in minuscoli cubi? O come riescono certi maghi a fare sparire letteralmente le loro assistenti?
Ecco, la stessa sensazione di frustrazione me la danno i risultati della Lega.
Sai che deve esserci un trucco da qualche parte, provi a inclinare la testa e a seguire con occhi velocissimi il movimento delle mani ma nulla, non lo capisci.

Al massimo possiamo provare a indovinare, con la fantasia di un apprendista mago, qualche malizia.

1) La Lega ti fa sentire al centro del mondo, e il centro del mondo non è un fatto geografico. La Padania è una balla, non a caso la Lega ormai becca voti ovunque. All’inizio era Varese, e già Piacenza erano terroni. Poi noi del Nord e quelli del Sud che puzzano. Oggi ogni italiano può essere, se vuole leghista. E così la stessa parola “Nord”, rimasta chissà come nel nome del partito, viene svuotata di senso quando viene votata a Firenze, a Roma già Ladrona, a Lampedusa.

2) La Lega è la migliore a offrirti nemici. Siccome tu sei al centro del mondo, tutto quello che sta fuori è diverso da te e quindi inevitabilmente sbagliato. Che si tratti dell’Europa, dei rumeni, degli zingari, dei turisti tedeschi, tutti non sono te e quindi sono merda. Odiali e ti sentirai meglio.

3) La Lega ha soluzioni facili. La gente ne ha le palle piene della politica, si addormenta alla seconda pausa di Bersani. Quindi, si sono detti, usiamo poche parole determinanti. Erano partiti da dieci, poi hanno ridotto a cinque, a tre e infine hanno scelto “federalismo”. Che sa di buono, nessuno ti chiederà mai cos’è e quindi non dovrai lavorare per farlo davvero.

4) La Lega sa essere molte cose insieme, a seconda delle esigenze. Venera il Dio Po ma è anche il partito più cattolico del panorama italiano. E’ per le imprese ma poi dice cose che gli valgono il voto degli operai. Odia il centralismo e ci governa dentro. Il trucco, in questo caso, non è nell’essere ambigui (quello lo sa fare anche Casini) ma nel non farsene accorgere.

5) I politici della Lega sono persone normali. Sono come quelli che incontriamo al bar e che rimestano con le dita nel cestello delle arachidi dopo essersi ravanati il naso. Hanno un linguaggio normale, dicono le parolacce, mettono volgarità anche quando non serve. Perchè, e questo l’hanno capito loro prima di Berlusconi, se tu parli normale la gente si identifica con te.

Ok, ora avete le basi per riconoscere il trucco.
Non resta che concentrarsi, seguire le mani e… non lo capirete lo stesso. (Silvan)

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I soliti idioti

E’ ripartito su Raiuno “I soliti ignoti”, il preserale presentato da Frizzi.
Questo è un pezzo di tre anni fa che provava a spiegarne il funzionamento…

“I soliti ignoti” sbanca il preserale posttg sostituendo degnamente i pacchi di Insinna. A condurlo un presentatore del quale si erano perse le tracce a Salsomaggiore alcuni anni fa, tale Fabrizio Frizzi dall’unica espressione e dalla simpatia devastante (nel senso di devastazione tipo tsunami).

Le regole sono facili: dieci persone vanno abbinate a dieci profili (tipo professioni, parentele, cose fatte, fiumi, città e animali) e fin qui tutto bene: il concorrente fa pantomime tipo guardare la mano destra (per capire se l’indagato vive da solo) o annusare (per capire chi è il pesciaiolo – questo è accaduto veramente -).
Solo che siccome lo spettacolo ha le sue esigenze i furbi autori hanno inserito un paio di cosette che vivacizzano un programma che altrimenti sarebbe noiosissimo.

La prima, almeno un paio dei sospetti sono evidentemente riconoscibili. Una stragnocca in costume da bagno coroncina e scettro sarà Miss Italia? Un omino coperto di fuliggine sarà uno spazzacamino? Pippo Baudo sarà Pippo Baudo?
Il secondo stratagemma è che i concorrenti sono finti. Semplicemente finti. Probabilmente attori o comparse, pagati per reggere uno spettacolo che con un gioco non ha nulla a che fare. Lo si capisce perchè sono diversi dai concorrenti degli altri giochi (somigliano un po’ a quelli di Affari Tuoi): fanno facce strane, recitano per tutto il tempo a soggetto ripetendo scenette preconfezionate, modi di dire, lanciando urletti, simulando folli gioie e terribili dolori.

Vabbè, così va il mondo. Piuttosto è importante raccontare a chi non ha mai visto “I soliti ignoti” come funziona la “scena madre”, ovvero il momento in cui il concorrente ha individuato il possibile abbinamento.

Parte la musica, incalzante e ansiogena. La telecamera scende a picco sul sospetto e gli gira attorno. Poi stacca sul primo piano del concorrente che comincia a mangiarsi le unghie. Su quello di Frizzi che alza il sopracciglio. Su quello del sospetto, impassibile. Si avvicina al viso del concorrente, che piange recitando preghiere in aramaico. Poi a Frizzi, che alza il sopracciglio. Infine al sospetto, impassibile. E ancora al concorrente (siamo al punto che si vedono i brufoli) che chiama a casa per disdire il mutuo. A Frizzi il cui sopracciglio è vicino al soffitto e disturba le luci. Al sospetto, del quale notiamo imperfezioni del derma, impassibile. Al concorrente (o perlomeno ad alcune cellule a lui attribuibili), che dice no no non ce la farò mai e si suicida. A Frizzi privo di sopracciglia come Mina. Al concorrente che infine, sfinito, stremato, esaurito, dice: NOOOOOOOOOOOO NON SONO IO L’IDRAULICOOOO COGLIONEEE NON VEDI CHE HO IN MANO UNA PALETTA DA VIGILEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

(silenzio. il concorrente e frizzi si guardano come per condividere un momento nel quale non si sarebbero mai voluti trovare, un altro 11 settembre, la fine del m… poi Frizzi fa notare che ci sono ancora in palio sei milioni di euro potenziali… e RIPARTE L’ALLEGRIA!)

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Ti odio, maledetta cicciona che ti sbrachi sulle sedie del megacine, comunque affaticate dalle tue forme, e cominci già a ridere durante i trailer del film idiota con Salemme e Brignano e capisco che sarà durissima, perchè tu per tutto il tempo riderai forte e ansimerai e commenterai a voce alta con la tua amica anche lei obesa le scene ironiche del film che stiamo vedendo.
Ti odio, perchè dovevi essere a casa a vedere lo speciale di “Cotto e mangiato”, che almeno stasera sai cosa cucinare, e invece sei qui a rompere i coglioni a me che voglio vedere il film di Ozpetek, in silenzio.

Odio anche te, vecchia che stai alle mie spalle e ciangotti con la tua amica vecchia anche lei che tu, invece, il film di Salemme e Brignano non andrai mai a vederlo, perchè non lo sopporti, non so quale dei due non sopporti ma io non sopporto te. E quando il film finalmente inizia tu ti spremi per ricordarti come si chiama l’attrice – Grimaudo, si chiama – e lo chiedi alla tua amica vecchia come te – Grimaudo, stai zitta ora – e a un certo punto dici più forte che è quella di “Medicina Generale” e io sbotto, soffio, sbuffo e prorompo in un “eccheccazzosignora” che mi vale il tuo silenzio per tutto il resto del film.
Ti odio comunque, perchè a casa c’era una puntata di “Medicina Generale” e tu sei qui a perdertela e a rompere le palle a me.

Ma odio soprattutto voi, comitiva di tredicenni che come cazzo ci siete finiti a vedere “Mine vaganti” di Ozpetek, ripeto Ozpetek, che non si può confondere con Moccia e Twilight nemmeno a tredici anni, forse qualcuna delle vostre amichette ha visto che c’era Scamarcio e ha detto andiamo, sarà una delle merdate che tanto amiamo, voi vi siete fatti convincere perchè a tredici anni è comunque sempre la figa che comanda (anche prima e anche dopo, a parte per i protagonisti dei film di Ozpetek) e siete qui, a fare sghignazzi e a dire ohoh è ricchione il protagonista è ricchione finchè non costringete noi, gente a modo che andiamo al cinema per avere silenzio, cazzo, silenzio, a richiamarvi, a insultarvi, a convocare la sicurezza e alla fine ripiegate sulla vostra idiozia e uscite dal cinema, sette euro e cinquanta sputtanati per voi, la mia prima mezzora di film rovinata.
Vi odio, perchè per quanto possiate avere il cervello fuso almeno evitare di infilarvi nel film sbagliato è richiesto, anche a tredici anni.

Mi odio, perchè a volte cedo alla tentazione di vedere i film al cinema, posti inospitali e male abitati.

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Le fiere patronali sono uguali dappertutto, più o meno.
Eppure per ciascuno quella della propria città è una fiera speciale, un rito annuale, specie se l’hai vissuta da bambino e nel ricordo hai quelle tre, quattro immagini che ti fissano il com’eri te allora, com’erano i tuoi genitori, com’era la tua città.
Per questo ogni anno tornarci è uno dei rari modi che abbiamo di salire sulla macchina del tempo, facendo finta di non vedere le cose che sono cambiate e associando gli spazi, i suoni, gli odori, persino le puzze a quelli che hai riposto nelle caselle di allora.
Un suono che mi riporta ad allora, per esempio, è quello della penna che incide i nomi sui bicchieri di vetro. Per un po’ di anni è scomparsa, ora è tornata. Amavo quello stridio odioso che non finiva mai, perchè Gianluca è un nome lungo e spesso occupava tutto il bicchierino che mi stavano comprando.
Anche le collane di nocciole sono scomparse per qualche anno, sopraffatte dalle normative sulla sicurezza degli alimenti, finchè se ne sono sbattute e sono tornate. Tanto, si saranno dette, non saremo peggio dei salumi malsani delle bancarelle o dei dolciumi garantiti freschi e siciliani che vivono mesi in un angosciante sottovuoto prima di vedere la luce in un tripudio di latenti salmonelle.
Poi c’erano i venditori col microfono, con i loro improbabili e inutili prodotti, a loro modo precursori e simboli della vacuità della società del consumo, a dirla grossa. Ci sono ancora, alcuni hanno cambiato i prodotti, altri hanno gli stessi di allora e li vendono ancora. Perchè il marketing ci insegna che la penetrazione – fuor di metafora – non è mai completa.
E tante altre cose, inutile dilungarsi tanto le conoscete tutti.
Domattina alle nove sarò lì, alla Fiera di San Giuseppe, a fare l’ennesimo refresh della mia memoria. Finchè ce n’è ancora.

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Dopo mezzora stavo per spegnere la tv, stupito dalla messinscena burlesca di Gilliam.
Poi, lentamente, sono finito anch’io dentro allo specchio del Dottor Parnassus e mi sono ritrovato nelle dimensioni parallele della fantasia, meravigliosamente immaginate e ricostruite digitalmente.
Mi sono chiesto perchè Heath Ledger a un certo punto diventasse Johnny Depp e poi Jude Law e Colin Farrell (è bello a volte restare a bocca aperta perchè non hai letto prima i retroscena della lavorazione).
Avrei dato anche la mia anima a un diavolo figo come Tom Waits.
Sono rimasto rapito dall’ennesima favola del genio Terry, che sempre e sempre adoro.

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The hurt locker

Un grande film, anche se forse non il migliore tra quelli che erano in candidatura agli Oscar.
Sulla regia invece do ragione ai giurati che hanno premiato il linguaggio crudo e documentaristico scelto dalla Bigelow. Fotografia, suono, inquadrature sono superlative. La ripresa asciutta della regia non si lascia mai andare, salvo forse nella scena del cadavere, e paralizza lo spettatore nella tensione dell’attesa e dell’orrore.
Non altrettanto sostanziosa è invece la storia, eccessivamente avvitata sulle differenza dei tre protagonisti di fronte alla loro attività di sminatori/artificieri, comunque tutti e tre bravissimi nell’interpretazione
Da dimenticare la parabola quasi immorale degli ultimi minuti (il dialogo del sergente con il figlio neonato, per capirci) e anche il doppiaggio, pessimo: è un film da vedere assolutamente in lingua originale se non vorrete sentire un sergente cinico con la voce che vi aspettereste da un sergente cinico e uno pauroso con la voce che vi aspettereste da uno pauroso.

Nota scema: alla fine mi aspettavo che il sergente rimanesse paralizzato in uno sminamento e, una volta costretto sulla carrozzella, spedito su Pandora. Così, uno spin off tra ex coniugi.

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L’altra notte mi sono svegliato e avevo voglia di qualcosa di dolce.
Era buio, capita in piena notte, e volevo che il mio desiderio venisse soddisfatto senza disturbare i miei tre coinquilini, tre includendo il gatto che però si alza di default se mi alzo io.
L’unica luce che ho visto, brevemente, è stata quella del frigo quando l’ho aperto alla ricerca del barattolo di marmellata. Che, però, era finito.
Mi sono trascinato verso lo stanzino e ho arrancato, sempre al buio, nella zona in cui il giorno prima avevo messo il nuovo barattolo di marmellata.
L’ho portato in cucina, aggredito col cucchiaino e, choc, mi sono reso conto di non sapere quale gusto fosse.

Ecco, il mio problema – uno dei miei – è che il mio gusto è un senso senza memoria e che se non vedo il cibo non so, salvo le ovvie eccezioni, catalogarlo nel modo giusto.
Siccome questa è una cosa che mi ha sempre fatto incazzare, perchè il mio sogno è di essere un sommelier che riconosce i vini bendato (ehm, uno Chateu Ruffeau del 1975, cantina di sinistra, la moglie del vinaio aveva la cefalea, applausi), o quantomeno di saper capire cosa sta in una pietanza senza conoscerne gli ingredienti, siccome questa è una cosa che mi ha sempre fatto incazzare, mi sono messo alla prova.

Voi immaginate la scena. Io in pigiama, scalzo, capelli sconvolti, il gatto che mi fa la esse attorno alle gambe felice che condivido soltanto con lui quel momento intimo notturno, io che assaggio e scorro l’elenco dei gusti della marmellata.
Ciliegie, no. Arance, figuriamoci, quelle almeno le riconosco.
Fragole, boh. Fichi, magari ma non sono.
Alla fine capitolo.
Rimetto via la marmellata in frigo, senza guardare l’etichetta. Mi trascino di nuovo a letto maledicendo il mio gusto con la memoria di un pesce rosso.
Mi riaddormento.

Beh, lo so che ora volete sapere che gusto era.
Vi dirò soltanto che era una sfida al limite dell’impossibile, anche per uno con un gusto sopraffino, figuriamoci per me.

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Lei, la stronza, mi aveva detto se potevo tornare indietro, su quella fottutissima salita mezza ghiacciata, a prenderle una cosa che si era dimenticata nell’altro albergo, quello di merda in cui mi aveva convinto ad andare anche se sapeva che io odio gli alberghi di merda, odio la montagna, odio il freddo, odio le uscite in comitiva.

Lui, lo stronzo, aveva pure fatto la scena, ci vado io, voi state insieme, e poi aveva fatto qualche battutina sulla salita, che forse lui avrebbe fatto prima ad andarci, che stava più in forma, e allora io mi sono sentito punto sul vivo e ho detto, no, ci vado io, per la chiara, ci mancherebbe, ci metto un attimo, e l’ho visto che sogghignava e mica ci ho pensato lì per lì.

Io, lo stronzo, mi sono voltato a metà della salita per dir loro di andare pure, di non aspettarmi che faceva freddo, e non te li vedo lì, a baciarsi approfittando del dislivello, che lei è alta come me, mica come lui, e per un po’ mi è rimasto più stupore che rabbia e sono stato lì fermo, per tutto il tempo di quel bacio che sembrava non finire mai, e poi sono corso giù per quella cazzo di salita che a quel punto era una discesa e, insomma, sono caduto per terra.

Quando sono venuti di corsa, per tirarmi su, ho scostato le loro mani, li ho guardati in quelle loro facce tutte orgogliose di quello che avevano combinato, manco un momento di rimorso, li ho fissati e gli ho detto:

“Tanto voi due mica durate.”

(Un terzo punto di vista, dopo questi due)

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Foto ricordo

L’otto marzo di quattro anni fa, in teoria, non doveva succedere niente. O meglio, doveva succedere quello che succede quando la pancia di tua moglie è abbastanza grande da farti capire che ci sei quasi ma sai anche che fino al cesareo di due giorni dopo non accadrà niente.
Invece quel cesareo fu anticipato di due giorni per esigenze operative dell’Ospedale Sant’Andrea e quell’otto marzo di quattro anni fa divenne a sua insaputa la data più importante della mia vita.
Il tempo era come oggi, sole e gelo, ma io ovviamente non me lo ricordo. E’ mia moglie che è progettata per questo.
Non mi ricordo nemmeno cosa è successo la mattina, avrò fatto colazione? mi sarò vestito o sarò andato nudo? a piedi o in macchina?
Ricordo solo la porta del reparto che mi si chiude in faccia, perchè gli estranei non possono stare in giro quando il sindaco passa a dare le mimosine alle neomamme. Ricordo che ho guardato mia moglie andare via e ho pensato che tutto quello per cui avevamo vissuto negli ultimi sette anni – la gestazione più lunga mai registrata in natura – che tutti quei pianti e tutte quelle speranze e l’emozione della notte in cui abbiamo saputo e la paura dei mesi successivi, che tutto questo, in un modo o nell’altro, era arrivato sotto allo striscione del traguardo.
Poi il ricordo passa alla saletta dove mi consentono di accedere, previo addobbo con camice verde e mascherina. Nei mesi prima mi ero vantato che se fosse stato un parto naturale avrei assistito, chè tanto lo sapevo che alla fine sarebbe stato cesareo e avrei avuto la scusa.
Quei dieci minuti in saletta, mia mamma e i miei suoceri fuori da una porta e mia moglie dentro a quell’altra, saltavo, mi torcevo le mani, fumavo virtualmente come i papà delle barzellette aspettando di essere chiamato.
Poi Rita, la nostra amica infermiera, è spuntata e mi ha fatto cenno di entrare. E lì l’ho visto, e invece di piangere subito ho fatto prevalere la mia anima di reporter e ho chiesto l’autorizzazione di immortalarlo per la prima di un miliardo di foto, sulla bilancia, già bellissimo.
L’hanno vestito e l’hanno messo in braccio a me, poi ai nonni.
Di quel giorno non ricordo altro se non due cose.
La prima è la telefonata a mio fratello, senza riuscire a parlare per il pianto che mi soffocava.
La seconda è che a fine pomeriggio, quando tutti sono venuti a vedere Francesco, io avevo già le stampe della prima foto.
Cioè, in realtà mi ricordo molte altre cose ma quello mi sembrava un buon finale.

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Papàdi, mammadi

C’è, per tutti quelli che diventano genitori, un momento in cui si abdica al proprio nome e si diventa papàdiqualcuno o mammadiqualcuno.
A me è capitato nell’estate del 2006, Franci aveva quattro mesi ed eravamo sulle Dolomiti. La presenza di questo esserino ci ha automaticamente passato dalla categoria “sposini” – che persisteva nonostante la lunga decorrenza dal giorno del matrimonio – a quella “genitori”.
E abbiamo iniziato a interagire con altre coppie che avevano in comune con noi tempi, pretese e meraviglie dei bambini piccoli.
E abbiamo iniziato a essere chiamati “papàdifrancesco” e “mammadifrancesco”.
Con la crescita e il moltiplicarsi delle occasioni sociali che hanno al centro Francesco (asilo, festine, vacanze) il nostro nome è definitivamente andato alla deriva e noi siamo diventati per sempre quella roba lì.
Ecco, io a quello mi ribello e mi sono sempre ribellato. Chiedo ai vari papàdi e mammedi i loro nomi propri, perchè mi piace identificarli in quel modo. Mi piace tirare una riga che vada diretta da me a loro, che non escluda ma integri quella diagonale che passa dai nostri figli.
Un po’ mi guardano come un marziano quando chiedo il loro nome, quasi rompessi il guscio protettivo che passa dalla convenzione del papàdi, quasi mi facessi i fatti loro.
Ma in genere dopo quel primo momento diventiamo amici, senza passare da sotto.

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