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Archive for aprile 2010

Io sono uno che si entusiasma, fin troppo. E poi ho un’anima profondamente pop, quindi faccio particolarmente in fretta a innamorarmi delle cose facili e gradevoli.
Poi mi capita che dopo un po’ rivedo o risento o rileggo quelle cose e penso quanto dovevo essere stupido a farmele piacere, e a volte bastano due mesi perchè questa sensazione di consapevolezza arrivi, a volte anni, a volte invece non arriva mai.
Dovrebbe aiutare, in questo senso, frequentare un salotto virtuale come Friendfeed, dove gli opinion leader sanno sempre qual è la musica giusta da ascoltare o il miglior libro da mettere sul comodino.
Per non dire dell’essere sgamato, chè quelli lì del social network evoluto sanno sempre cosa si nasconde dietro alle cose che accadono, quelle stesse cose alle quali la gente del mondo reale crede a bocca aperta.
Solo che quando hai la mia età è difficile cambiare le proprie propensioni e allora ti capita ancora di innamorarti di qualche schifezza, salvo poi (forse) svegliarti successivamente biasimandoti per la tua pochezza.

Allevi, ad esempio, l’avevo visto due anni fa, nel momento di massimo fulgore della sua carriera. Quando questo ragazzone buffo aveva qualcosa come quattro o cinque album nella classifica dei dischi più venduti ed era acclamato sui giornali come il nuovo Mozart o giù di lì.
Allora sembrava davvero qualcosa di importante, questo ragazzone buffo con le sue smorfie di imbarazzo e le mani velocissime sui tasti.
Rivedendolo ieri sera, invece, ha prevalso una sensazione di fastidio.
Certo, la musica è buona (per quanto ne capisco io) e ha un talento notevolissimo.
Ma il circo creato attorno, i capelli, le faccette, le carezze al piano, il pubblico adorante, mi hanno fatto mettere in secondo piano tutto quello che c’era di musicale.
L’ho guardato come un prodotto, costruito a tavolino (e perfettamente funzionante, almeno finora). Una specie di Arisa classica.
Un buon pianista classico, probabilmente ottimo compositore, sul quale qualche produttore ha imbastito un progetto pop di quelli che funzionano sui creduloni come me.

Ecco, ho pensato, se ci fosse stato Friendfeed due anni fa me ne sarei accorto prima.

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Schegge di liberazione

Schegge di liberazione, ecco l’e-book.
(Grazie a il Many)

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Speciale

Mia mamma è una mamma un po’ speciale, a partire dal fatto che mi ha concepito a diciotto anni dopo essersi sposata a sedici, per quelle strane storie che si inventa la vita.
Così ho finito per essere cresciuto da una ragazzina, che assieme al mio crescere aveva da portare avanti una casa fitta di zii, nonni e prozii e deve essere stata una fatica mica da ridere, averlo capito allora.
Quando sono andato a scuola aveva appena venticinque anni, per dire, e nei pomeriggi nei quali facevo i compiti e le chiedevo se ero stato bravo c’era lei che mentre stirava, in cucina, mi rassicurava e mi faceva domande, sempre lei, sempre una ragazzina.
Alla fine sono cresciuto e le ho dato pure la colpa, a lei e a mio padre, di un’educazione troppo severa, ho dato loro la responsabilità delle mie insicurezze e delle mie paure che invece è soltanto mia.
Ripenso a quel pranzo in cui gliel’ho detta in faccia, questa cosa che loro avevano sbagliato tutto, e mi fa un casino male l’averlo detto. A mio padre non ho fatto in tempo a dirlo che era una stronzata, quella là, a lei non ho mai avuto il coraggio se non nelle generali rassicurazioni che seguono le crisi.
Mia mamma è un po’ speciale per diversi altri motivi, a partire dal fatto che la sua vita se la sta vivendo al contrario. Per rifarsi della giovinezza che le era stata fregata ha deciso di riprendersela, la giovinezza, e di non mollarla più.
Ha aspettato il momento giusto, che i figli fossero grandi. Poi ha mollato il freno.
E oggi che io sto invecchiando mi ritrovo con una mamma giovane, con le sconsideratezze dei giovani, la voglia di vivere, un’inquietudine febbrile che la lascia sempre mezza affamata.
Non è facile avere a che fare con una mamma più giovane di te, e per questo ogni tanto ci incontriamo, discutiamo e finiamo per piangere.
L’ultima volta che è capitato, pochi giorni fa, mi ha detto tra le lacrime che io non la stimo, che non l’ho mai stimata, che l’apprezzerò dopo che non ci sarà più.
Quelle cose che si dicono quando si litiga, ma che si appoggiano su qualcosa che si pensa davvero.
E allora ho deciso di scriverlo qui, che a voce non lo saprei dirlo, quanto invece la stimo.
Quanto comprendo che le sue debolezze, che a volte mi fanno incazzare, sono parte inscindibile del suo essere meravigliosamente umana.
Quanto penso che sia davvero un privilegio essere stato cresciuto da lei e da mio padre, aver imparato i loro principi e aver provato, in qualche modo non sempre perfetto, a usarli nella mia vita.
Quanto non saprei fare a meno di lei e sono felice che Francesco abbia una nonna così, molto giovane, un po’ matta e decisamente speciale.

Ti voglio bene.
Buon compleanno.

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Il potenziale

Il luogo è il bar sul molo della Spezia, il mio preferito in queste giornate di sole primaverile.
Il personaggio è un tale che non si può nominare, ma che chiameremo “il potenziale”.
Di lui sappiamo che alcuni anni fa si era candidato a qualche carica politica imbastendo una campagna elettorale improbabile, a base di una costosissima brochure evidentemente ispirata alla berlusconiana “Una storia italiana” nella quale presentava la sua vita, gli affetti, le passioni, il lavoro (che già si intuiva essere il punto debole).
La chicca della brochure era la parte nella quale confidava che, in quanto esperto di trasporti, aveva avuto il privilegio di conoscere alcuni ingegneri francesi e di sapere da loro in anteprima dei progetti della TGV.
Poi c’era stata una grande manifestazione nel Teatro Civico, le girate in bicicletta nella zona pedonale, le strette di mano, un ambizioso programma costruttivo e non distruttivo e, infine, l’inevitabile trombatura alle elezioni.
E siccome io a questi personaggi mi affeziono, ho continuato a seguirlo a distanza nelle sue sempre più sparute apparizioni pubbliche, fino al calo nell’oblio.
Ma torniamo al molo, al pranzo di ieri.
Casualmente mi trovo spalla contro spalla con “il potenziale”, in impeccabile gessato, occhiali griffati, cellulare e portatile aperto sul tavolino. Assisto così mio malgrado alla discussione che intavola con una signora sul tema “come costruire una forza in grado di vincere le elezioni alla Spezia e che abbia me come perno”. Un programma costruttivo e non distruttivo, ovviamente.
Tutto il discorso sarebbe stato da sbobinare e da solo avrebbe costituito un buon pezzo comico. Poi è suonato il cellulare e la realtà ha superato la fantasia.
Era “Nadia di ‘Giorno e Notte'” – così l’ha chiamata lui urlando con tono accattivante – che gli chiedeva se fosse dimagrito e se avesse bisogno di altri prodotti dietetici. Lui l’ha liquidata con sagaci battute e poi ha spiegato alla sua interlocutrice che in una serata di noia si era deciso a provare i prodotti di “Giorno e Notte” (l’ha detto canticchiando il jingle). Che “funzionicchiano”, a patto di non fare eccessive cene con gli amici.
A quel punto rischiavo di scoppiare a ridergli in faccia e sono dovuto scappare.
Ma ero felice per aver assistito, in qualche modo, a un momento storico della politica spezzina e forse nazionale.

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Tremano i polsi quando si tenta di fare una recensione di qualcosa che, per sua natura, sfugge alla gabbia delle categorie e degli stereotipi.
Eppure è necessario, per quanto dobbiamo alla storia del cinema italiano, parlare di questo film che inevitabilmente ne farà parte.
Due diverse trame si intrecciano nello scenario di un posto di villeggiatura americano, mirabilmente scelto come mezzo per contrapporre l’apparente allegria alla profonda disperazione dell’animo umano,
Nella prima delle trame abbiamo a che fare con una famiglia disgregata che il caso riavvicina. Un padre che ha abbandonato la sua compagna dopo averne scoperto la gravidanza incontrerà di nuovo, sedici anni dopo, suo figlio. L’armosfera pesca evidentemente nel gelo dei romanzi di Carver, pur senza rinunciare ad ammiccare, specie nelle scene corali, alla tragedia greca. Straordinaria l’interpretazione caratterizzata del patrigno del ragazzo, un nobile da strapazzo che non avrebbe stonato nel miglior Goldoni.
La seconda storia invece ci porta inevitabilmente dalle parti di Shakespeare e del suo “Much ado about nothing”. Una coppia in procinto di sposarsi vede andare in fumo i propri progetti per l’intervento di un antico amico dello sposo che si innamora della promessa sposa dopo un intento fortuito. La genialità del regista sta nell’aver saputo mantenere, in questa seconda sottotrama, un clima giocoso pur senza risparmiare una critica sottintesa alla fugacità delle relazioni. Qualcosa che aveva provato a fare, con risultati decisamente più modesti, lo stesso Rohmer.
Un film che finalmente non ha paura di essere intelligente, in un’epoca che privilegia la sciocchezza.

Natale a Beverly Hills di Neri Parenti, Italia, 2009

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Doppia vita

Una volta ho sentito un’intervista a Enrico Ruggeri nella quale lui parlava di una canzone che aveva smesso di fare dal vivo. Perchè, diceva, la gente la cantava come fosse una canzone gioiosa mentre lui l’aveva pensata in tutt’altro modo (mi pare fosse “La medesima canzone”, un pezzo sulla follia) e lo disturbava vedere come non era stato capito.
In effetti molte canzoni hanno una doppia vita. Una è quella della melodia, che ci fa venire allegria o tristezza o voglia di ballare o ci paralizza le emozioni. E l’altra è quella delle parole.
Spesso, per pigrizia o semplicemente per il modo in cui la canzone ci arriva, le due vite non combaciano e, come nel caso di Ruggeri, chi ascolta è portato a sentire maggiormente la melodia e a trascurare, magari recitandole senza ascoltarle, le parole che vengono cantate.
Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare, nel buio e con l’i-pod nelle orecchie, le parole de “La guerra è finita”, una delle canzoni dei Baustelle che preferisco in assoluto e che ho sempre cantato, appunto, in modo gioioso trascinato dal ritmo.
Poi ho sentito – per l’ennesima volta ma era la prima che la ascoltavo – la strofa che apre la canzone:

“Vivere non è possibile”
Lasciò un biglietto inutile
Prima di respirare il gas
Prima di collegarsi al caos
Era mia amica
Era una stronza
Aveva sedici anni appena

E ho realizzato che di quella canzone fino a adesso non avevo capito niente, pure che era facile.
Mi ha fatto un effetto strano e ora ogni volta che la sento ho una forte emozione in più.
La seconda vita, quella delle parole, ora sta assieme alla prima.

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In certi giorni è più difficile. Diventa tutto più complicato.
Giorni in cui l’equilibrio sparisce e non sai che fine abbia fatto.

E, come un uomo sulla corda, cerchi di ritrovarlo per evitare di cadere giù.
Lo cerchi ovunque senza successo.

Così difficile tenerlo stretto certi giorni, l’equilibrio.

Difficile reggersi in piedi svuotando la testa da certi pensieri, certi umori. Lottare con la pancia che vorrebbe andar via lasciandoti lì e andare a fare follie.
Basta un pensiero impossibile da controllare, una associazione di idee, un raggio di sole che ti colpisce con la perfezione di un petalo di fiore.
Uno sguardo troppo intenso, il pensiero di un sorriso, il ricordo di marciapiedi calpestati e scivola via dalle mani.
Troppo vento per restare in piedi.

Così faticoso rincorrerlo certi giorni, l’equilibrio.

(dal blog di Novecento)

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