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Archive for maggio 2010

Spigliato

Ieri sera in pizzeria ho preso una pizza ai frutti di mare. Che è una cosa che non mangiavo da una volta che l’ho presa a Nizza e mi aveva fatto cagare e allora mi ero convinto che il connubio pizza/frutti di mare non poteva funzionare e invece ieri sera mi sono ricreduto.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Ieri sera in pizzeria, dicevo, un tipo mi fissava. O meglio mi lanciava occhiate continue come se mi dovesse dire qualcosa.
Ho pensato che fosse gay, il che alla mia età – essere fissato da un gay intendo – avrebbe un nonsochè di inedito e curioso.
Poi ho visto che cercava di attaccare bottone con la scusa del dvd di mio figlio, e allora ho pensato che fosse più semplicemente uno che si annoiava e voleva chiacchierare.
Alla fine ha preso, evidentemente, coraggio e mi ha chiesto se da piccolo stavo nel quartiere di Migliarina.
Da lì la strada ha preso l’abbrivio, ci siamo riconosciuti (lui si ricordava bene di me, di mio padre, io avevo un ricordo vaghissimo di lui), abbiamo cominciato a incrociare i gradi di separazione, mi ha raccontato la sua complicata storia recente.
Poi si vedeva che voleva dire ancora qualcosa.
Mi ha chiesto se portavo gli occhiali.
Sì.
Ha detto che ero un tipo impacciato.
Sì.
Secchione.
Sì (anzi no ma è troppo complicato da spiegare).
Mentre lo diceva mimava col corpo i movimenti di un imbranato.
Ed era davvero stupito quando ha detto che mi trovava così “spigliato” (ha usato quella parola), indicando con gli occhi Francesco e Barbara, quasi a dire come cazzo ha fatto uno sfigato come te a fare tutto ciò.
Si vedeva che non lo faceva con cattiveria, che era vero sconcerto.
Alla fine gli ho offerto il caffè, mi sembrava la cosa più spigliata da fare.

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Impossibile, per me, sentire “Arrivederci amore ciao” senza ripensare alla famiglia di Nanni Moretti che la canta in macchina, ne “La stanza del figlio”.
Difficile, ora, risentire “Anima fragile” senza avere negli occhi il volto di Elio Germano che urla con le braccia al cielo.
Un film forse meno strutturato di “Mio fratello è figlio unico”, ma più asfissiante nel suo realismo implacabile.
Non stupisce che a qualcuno abbia dato fastidio il quadretto di questa Italia scassona e anarchica, dove i morti sul lavoro si seppelliscono nel cantiere e i soldi e le cose da comprare sono il solo valore che conta.
Fa schifo guardarsi nello specchio e vedere, e fare vedere agli altri, le proprie miserie.

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Micol, una ragazza in gamba

Micol, dopo aver vinto il campionato locale, è entrata in Champions League.
Terza classificata al Premio A.D.I. 2009 (Associazione Doganale Italiana).
Ebbrava.

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1. L’outlet è una specie di parco dei divertimenti, solo che l’ingresso è gratuito e la permanenza è a pagamento. E ti diverti pochissimo.

2. All’outlet la gente vede le cose in vetrina e pensa “cacchio ma costano pochissimo” e poi entra e compra tutt’altro e pensa “cacchio ma quanto ho speso”.

3. All’outlet trovi offerte stratosferiche sulle ultime taglie e se sei Hulk o Pollicino fai dei grandi affari.

4. All’outlet trovi offerte stratosferiche sui colori fuori campionario, che sono quelli fatti per guerra batteriologica.

5. All’outlet trovi offerte stratosferiche sui modelli delle stagioni precedenti. Io, ad esempio, mi sono preso una toga.

6. Tolte queste tre categorie, il resto costa comunque un delirio.

7. L’outlet è un posto magico perchè quando esci hai nel portafogli gli stessi soldi di quando sei entrato. In compenso hai strisciato talmente tante volte la carta che se ci mettevi la dinamo avresti prodotto energia per un paese di medie dimensioni.

8. L’outlet è il luogo ideale per andarci con i bambini piccoli. Possono correre per le corsie, urlare e, se sei fortunato, uscire con qualche maglietta in mano senza che suoni l’allarme.

9. All’outlet entri con un budget di spesa e lo bruci nella prima mezzora. Di lì in poi fai finta che non ce lo avevi.

10. Cose da non portare all’outlet: armi, animali e mogli.

11. I negozi delle grandi marche, all’outlet, hanno la guardia alla porta che se ti vede povero fa no con la testa.

12. All’outlet entri dicendo “compriamo tutto qua almeno siamo a posto con la stagione”. Non sei il primo a sottovalutare la dipendenza.

13. Gli outlet sono ubicati in posti dove la gente non passerebbe mai. Almeno se ti rovini non puoi fargli causa dicendo che ci sei passato per caso.

14. Per arrivare all’outlet spendi molti soldi di benzina e autostrada. Così puoi comprarti molte cose dicendo “con quello che ho risparmiato mi ci sono pagato la benzina e l’autostrada”.

15. L’outlet ha gran pare del successo nel suo nome. Anche se, visto lo stupefacente effetto che ha sulla gente, “spaccio” avrebbe reso meglio l’idea.

PS. Per quanto sia economica la cosa che hai comprato all’outlet, la copia contraffatta della stessa che trovi sulla spiaggia costerà meno.

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Era un periodo, stranissimo, che la gente era contenta per dei motivi stranissimi.
Un correttore di bozze, per esempio. Un correttore di bozze era contento quando incontrava un refuso. E un poliziotto. Per esempio. Un poliziotto era contento quando incontrava un reato. E un meccanico. Un meccanico era contento quando incontrava un guasto. E un medico. Un medico era contento quando incontrava un malato.

(Paolo Nori, I malcontenti)

[io sono felicissimo quando becco un reato, ad esempio]

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Ieri mattina passeggiavamo assieme, io e il quattrenne, per la città.
Ora è nella fase che dice cose esilaranti con la massima serietà.
Tipo quando gli ho detto che il cangurino del film Ortone è saltato fuori dalla tasca della mamma perchè è diventato grande. E lui ha ribattuto che quando uno non è più piccolo diventa mezzano, non grande (applicando così al mondo dei canguri le ripartizioni del suo asilo).
O quando siamo passati davanti all’ospedale…

– Vedi, tu sei nato qui.
– No, io sono nato al Termo (ndr il quartiere dove abitavamo allora)
– Tu sei nato in ospedale perchè quando i bimbi nascono serve che ci sia un dottore.

Pensa un attimo. Pesca dal fondo della sua memoria una visita di oltre un anno fa, un dermatologo che gli disse che il neo che ha sul polso lo ha dalla nascita. Elabora.

– Ah, il dottore che mi aveva messo il neo quando sono nato.

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Il primo libro di Shalom Auslander, “Il lamento del prepuzio”, è un capolavoro assoluto di comicità. C’è, lì dentro, gran parte dell’humor dissacrante della storia ebraica, c’è la sistematica demolizione dei tabu yiddish che siamo abituati a conoscere dai film e dalla letteratura, senza riguardi per olocausto e antisemitismo.
Oggi Auslander torna con la raccolta “A Dio spiacendo” e fa di nuovo centro.
Tra i personaggi che animano le sue pagine ce ne sono di indimenticabili, a partire dallo scimpanzè Bobo dello zoo di New York, il giorno in cui prese consapevolezza del suo ruolo nel mondo e della miseria della sua situazione, elaborando il suo sconcerto fino alle estreme conseguenze.
Ma si ride anche, e parecchio, con i piccoli ebrei travolti da eventi biblici (e non è un modo di dire): da quello che un giorno riceve il “vero antico testamento”, a quello che crea i golem fino a quello al quale Dio chiede l’arca di Noè mentre la moglie guarda Jay Leno.
Di più non dico, trattandosi di brevissimi racconti caustici e (quasi tutti) perfetti che rischiano di essere danneggiati da troppe anticipazioni.
Con gli stessi elementi che Roth manipola prendendosi troppo sul serio, Auslander costruisce un meccanismo comico impeccabile e imperdibile.
Ora non mi resta che cercare i libri di questo David Sedaris che Auslander cita come suo modello.

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