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Archive for giugno 2010

Vortice

Guardo i miei bagagli che si accumulano in un angolo della casa, a tre giorni di distanza dalla partenza, e già sto in ansia perchè so che alla fine, nonostante tutti i fogli excel, mi dimenticherò qualcosa.
E comunque, anche se mi fossi ricordato tutto, so che avrò portato la roba sbagliata e mi mancherà quello che mi serve e avrò in abbondanza di quello che mi è inutile.
Questo dovrebbe farmi capire della vanità della programmazione e dell’urgenza di lasciare più spazio all’improvvisazione.
Invece mi conduce verso fogli excel ancora più perfettibili.

(Ora, si capisce che io scherzo sulle mie manie e non sono davvero così. Si capisce, vero?)

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Llirgotua

Birra chiara e Seven Up? Che cazzo di richiesta.
E dire che ne passa, di gente strana, in questo autogrill malandato, persino a quest’ora del tramonto.
Ma la cosa peggiore sono quelli che entrano e ti fissano che sembra che ti mangerebbero con gli occhi.
E quando sei sola con loro, come ora con questo mezzo sciroccato, ti viene pure paura e sei tentata di chiamare con una scusa il capo che sta di là a guardare il telefilm di raidue.
Solo che non posso sempre chiamarlo, che sennò poi dice che non sono adatta e alla prima occasione mi dà un calcio nel culo e io di questo lavoro ne ho bisogno, anche se è una menata fare tutta questa strada in macchina di giorno e di notte.
Quindi non lo chiamo, speriamo che arrivi qualcuno.
Ora il tipo sta seduto a fissa con un occhio il miscuglio e con l’altro me.
Si vede che vorrebbe dire qualcosa ma non ne ha il coraggio.
Per fortuna. Sarebbe la solita storia del mio sorriso che eccetera eccetera e del fatto che dovrei fare pubblicità invece di servire in un autogrill.
Grazie del consiglio e vaffanculo.
Oddio, si sta alzando. Mi sa che ha preso coraggio.
Mi volto verso la macchina della soda e lo guardo nel riflesso, pronta a scattare.
Invece va verso il juke box. Lo sapevo che era un’idea del cazzo mettere un juke box in un autogrill, lo avevo detto al capo che qui passano tutti sti camionisti pieni di nostalgia e con gli ormoni a mille e che la musica non è adatta, non è adatta a rilassarli.
Il tizio mette una canzone di Guccini, che allegria, e si risiede con la faccia rossa di chi si sta facendo un sacco di film in testa mentre tamburella con le dita su una strana roba luccicante che ha tirato fuori dalla tasca.
Sembra innocuo.
Anche se la canzone sembra significare un sacco di cose per lui, visto che si sente che ancora rielabora le cose che mi deve dire, ossignore, fà che non mi chieda di andare via con lui che in fondo sarebbe solo il centesimo di questa settimana e per ora, a meno che non venga Clooney, ho deciso di non accettare questa pur interessante offerta.
Il disco si ferma e torna al suo posto.
Lui si volta e apre la bocca per dire qualcosa.
Io mi aggrappo allo strofinaccio umido.
Una coppia di turisti tedeschi entra urlando qualcosa che ricorda la parola caffè.
Fosse una favola, ma non la era, potremmo dire che hanno spezzato l’incantesimo.
Il tizio butta dieci euro sul banco e corre verso l’uscita.
Gli urlo dietro di aspettare il resto e lo scontrino ma lui è già fuori.
Tanti saluti. Tanto non era Clooney.

(Autogrill, vista allo specchio)

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Sono finito a leggere David Sedaris dopo aver letto da qualche parte che è stato fonte di ispirazione per l’esilarante prosa di Shalom Auslander.
Sedaris è un umorista americano dallo stile acido e corrosivo, uno che racconta i fatti suoi e della sua famiglia e dei suoi fidanzati provando, e riuscendo, a far ridere il lettore.
La seconda parte del libro racconta della sua vita in Francia, dove si è trasferito da alcuni anni (“Per poter fumare in pace nei ristoranti”). Il titolo del libro (“Me parlare bello un giorno”) fa riferimento infatti alle difficoltà di costruzione delle frasi in francese quando si ritrova, in uno degli episodi più divertenti, a tu per tu con un’insegnante spietata.
Da non perdere anche l’ultimo racconto, con le sceneggiature che si inventa prima di addormentarsi e che hanno come protagonista lui nei panni di uno scienziato che risolve i problemi del mondo, di un pugile e di Monica Lewinski.

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“Sport per animali depressi” è un servizio gratuito di psicoterapia per animali vertebrati e non vertebrati in difficoltà. Perché noi crediamo che la soluzione, anche per gli animali, non debba necessariamente essere quella farmacologica.

Il sintomo
Il luogo comune tende a identificare lo gnu come un animale tipicamente passivo, quasi assuefatto al proprio destino di preda dei grandi felini della savana.
In realtà dietro all’aspetto apparentemente rassegnato del bovide si nasconde un temperamento complesso, fatto di alti e bassi umorali che spesso tendono allo stato depressivo.
I lunghi periodi passati alla ricerca di pozze d’acqua si concludono spesso in fugaci momenti di serenità quando lo gnu si ritrova con i suoi simili ad abbeverarsi. Momenti che sono purtroppo costellati dalla tensione correlata al possibile arrivo del predatore.
Lo stato psicologico dell’ungulato finisce così per prostrarsi in un’attesa sfibrante del momento in cui verrà divorato e lo porta a vivere qualsiasi attività piacevole (il cibo, la riproduzione, il sonno) in uno stato d’ansia che ne impedisce il reale godimento.
Ovviamente non è possibile generalizzare. Nella popolazione degli gnu esistono esemplari che affrontano con maggiore spensieratezza i rischi della propria esistenza ed altri che estremizzano la propria depressione, fino a casi limite che concretizzano le loro tendenze suicida esponendosi volontariamente al predatore.

Una possibile soluzione
I tempi lenti con i quali il giocatore di biliardo prepara il colpo decisivo sono il miglior antidoto contro lo stress. In questo senso ci sentiamo di consigliare agli gnu, e non solo, di utilizzare il biliardo come rimedio contro un evidente o latente stato depressivo.
Qualcuno contesta una presunta incoerenza tra l’utilizzo della stecca e la zoccolatura dell’animale. A questi ci sentiamo di ribattere che anzi l’ungulatura rappresenta un ottimo appoggio per la stecca, che può essere fatta scivolare nell’incavo centrale della zampa, naturale punto di scorrimento. Ciò non toglie che, a fronte di una conclamata incapacità di alcuni esemplari nella manipolazione della stecca, si possa comunque utilizzare la variante comunemente detta boccette (non meno semplice però per animali non dotati di pollice opponibile).
Gli studi hanno portato a consigliare, nello specifico degli gnu, la cosiddetta “goriziana” a nove birilli. Data l’eventualità di un repentino arrivo di un predatore, è necessario individuare una disciplina che consenta chiusure parziali delle partite, in modo da evitare frustranti dibattiti sul risultato tra gli gnu superstiti all’attacco.

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Estremi che si sfiorano

Ebbene sì, io sono uno di quelli – pochi – che fanno i fogli excel per elencare le cose da portare in vacanza.
Oggi, ad esempio, ho preparato quello per il residence della Sardegna, inserendo anche una colonna ridondante (“da comprare là”) ma che mi sembrava vagamente utile all’insieme.
Poco dopo aver completato, salvato e stampato l’elenco ho preso lo scooter per andare a recuperare il mio telefonino che si trovava per l’ennesima volta in riparazione.
Al semaforo sono stato affiancato da un tizio interamente vestito di pelle, casco nero, zaino di due-tre chili sulla schiena.
Ha alzato la visiera e mi ha chiesto da dove partissero le navi per la Sardegna.
Gli ho risposto che da Spezia non parte nessuna nave per la Sardegna.
Allora mi ha chiesto da dove partissero le navi per la Corsica.
Gli ho detto che da Spezia non parte nessuna nave per la Corsica.
Da Spezia non parte nessuna nave passeggeri, ho precisato mentre scattava il verde e lui mi salutava con un’alzata di spalle e ripartiva sicuro verso una direzione in cui, a Spezia, non c’è niente che porti da nessuna parte.
Ora, sono certo che la mia eccessiva e borderline attitude alla programmazione sia eccessiva.
Ma anche il tizio che viaggia con niente verso nessun posto con il sorriso sulle labbra, beh, un po’ di paura me la fa.

(Se sei arrivato a leggere fino a qua ti ringrazio. Se invece dopo aver letto dei fogli excel hai interrotto la lettura e mi hai cancellato da Google Reader, non ti posso biasimare.)

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Ieri sono scappato dal mare e dal sole (fugace ma c’era) per correre a casa e vedere quegli sciagurati con la maglietta azzurra.
E mentre ero lì che esibivo il mio campionario da “partita importante” (mangiare le unghie, parlare con la televisione, cambiare posizione, sedermi a terra) ho visto mio figlio che mi osservava.
Poi ha iniziato a farmi il verso.
Si è messo la mano in bocca e imitava la mia espressione sofferente ripetendo le frasi che dicevo.
Quattro anni e tre mesi e già mi prende per il culo.
Dove finiremo.

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Scrivere è il mio mestiere e questo, adesso, non aiuta.
Perché mentro guardo le parole scorrere sul monitor mi rendo conto di non sapere nulla di te, di come sei. Mi rendo conto di non avere certezza nemmeno sulla faccia che hai oggi, nove anni, sette mesi e tredici giorni dopo l’ultima volta che ti ho vista, spinta dentro l’auto che ti portava via.
E allora il rischio è che anche questa lettera sia come le tante storie che mi invento, che anche tu diventi uno dei personaggi della mia fantasia, persino che tu non sia mai esistita se non in un ricordo lontanissimo che in questo tempo ho provato – e sono riuscito – a soffocare.

Ma non posso evitarlo, questo rischio, così come non posso evitare la sensazione che mi dà pensare che invece tu sei reale e leggerai queste parole e forse, probabilmente, piangerai nel riconoscere la mia calligrafia sulla busta.
Questo ho sognato, stamattina, in quei momenti che precedono il risveglio. Ho sognato una donna con la faccia di mia madre, la faccia che mi ricordo, seduta sul suo lettino che sfoglia una rivista quando la ragazza che porta la posta dice il suo nome e lei allunga la mano. Ho sognato il tuo stupore, e quel misto di felicità e rabbia che forse ti prenderà vedendo che ti ho scritto.
Non ho sognato che tu possa strappare la busta senza leggerla, ci ho pensato da sveglio. Sarebbe comprensibile, forse sarebbe la cosa più giusta. Ma tu la leggerai questa lettera di un figlio che non ti scrive da quando sei finita lì dentro e che ormai pensavi che non ti avrebbe scritto mai più. Lo farai almeno per la curiosità.
Ho sognato la tua compagna di cella, l’ho sognata come una donna dalla faccia dura, che ti allunga dei fazzolettini di carta e in cambio prende le tue mani e il tuo pianto. L’ho sognata che ti aiuta ad aprire la busta e ti accarezza i capelli mentre leggi le mie parole senza smettere di singhiozzare. Ti ho sognata mentre ripieghi la lettera pulendo con il dorso della mano le lacrime che sono finite sul foglio.

Insomma, è stato un sogno a farmi cambiare idea visto che io pensavo che non ti avrei mai più scritto fino al giorno del tuo rilascio, e forse nemmeno dopo.
Ho deciso, allora, con la scarna convinzione di un ragazzo travolto da tanto dolore, che tu saresti uscita dalla mia vita nell’attimo in cui entravi in quell’auto della polizia. Temevo fosse impossibile, invece è stato più facile di quanto credessi. Sei uscita, di colpo, per tornare ad affacciarti nei sempre più rari accenni di questo o quel parente o nei commenti inopportuni di qualche amico. Poi, piano piano, più niente.
Mi sono scoperto così insensibile da stupire me stesso. Sono cresciuto, quasi dieci anni sono tanti a questa età, ho capito che potevo fare a meno di una madre così, che ce l’avrei fatta da solo. Ce l’ho fatta, in effetti, e ho sofferto meno di quello che tu ti sarai immaginata.

Mentre scrivo riaffiora il dolore di allora e penso che forse ho sbagliato a sognarti in quel modo, che forse sei la stessa di allora, e mi basta per odiarti.
Probabilmente la stessa idea della lettera è una stupidaggine. Potrei gettarla, basterebbero un paio di tasti premuti, invece te la manderò.
Ma non considerarla un ponte che si riapre tra noi due, né una richiesta o una concessione di perdono. Non significa che ti scriverò ancora né che avrò voglia di leggere di te. Non significa neppure che quando uscirai sarò ad aspettarti. Non implica che ti penserò ogni giorno, né che ti sognerò ancora.

Questa lettera non aggiusta niente.
In fondo siamo due estranei, che hanno in comune quindici anni di vita e lo stesso sangue, e niente più.
E’ inutile raccontarci altre storie.

(In un suo libro lo scrittore e umorista americano David Sedaris racconta di quando, insegnante in un laboratorio di scrittura creativa, diede ai suoi allievi il compito “Scrivi una lettera a tua madre in carcere”. Io stavo cercando un’idea per scrivere e ne ho approfittato.)

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