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Archive for ottobre 2010

Bella raccolta raccontata dei Nomadi che, per la prima volta nella loro carriera, si buttano sulle cover.
La migliore è probabilmente “Hey Man”, scelta come brano di lancio dell’album.
In alcuni casi si cade nell’effetto karaoke, specie quando le canzoni sono straabusate come “La leva calcistica della classe ’68”, ma in genere le riletture sono molto efficaci.
Ottimo il ricordo di Ivan Graziani (“Monna Lisa”) e la ruggeriana “Prima del temporale”, una canzone che mi fa ricordare un sacco di cose e che secondo me è poco conosciuta per quanto è bella. Frizzante e divertente il reggae di “Piero e Cinzia”, mescolata con “Redemption Song” di Marley. “Autogrill” diventa un pezzo country e si allontana qualche chilometro dall’originale.
L’unico dubbio: nell’originale del “Giorno di dolore che uno ha” la frase “quando questa merda intorno sempre merda resterà” è una di quelle più efficaci. Nella cover la merda si trasforma in feccia, riconosciuta dal colore e non dall’odore. Boh. Forse Danilo non può dire parolacce?

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Ecco. Di nuovo in questo schifo di casa, con questi mobili di merda. Mi viene il vomito solo a guardarli, non so come ho fatto a sopportarli finora.
Ma ora basta, basta.
Cosa vi credete, che non ne sono capace? Che non ne ho il coraggio?
Vedrete, vedrete. Apro le finestre e butto giù tutto. Tutto.
Voglio vederle vuote queste stanze. Vuote. Come quel giorno maledetto che le ho viste per la prima volta.
Sì. Sì, non ci credete, voi. Ma ve ne renderete conto.
Non mi conoscete.
Pensate di sapere tutto di me. La matta. La pazza.
Ma ve lo faccio vedere io che sono matta davvero.
Cosa ridete? Cosa cazzo ridete? Non c’è proprio niente da ridere. Ci sarebbe da piangere ma siete troppo stronzi per farlo.
Giudicate, voi. State lì sui vostri banchetti di merda con il vostro martelletto di merda in mano. E giudicate. Bravi. Bravi.
Questo va bene. Questo va male. Questo sì. Questo no. Questo è bene. Questo è male.
Ma cosa cazzo giudicate?
Non sapete niente. Non capite niente. Siete ciechi. Dei poveri stronzi ciechi.
Siete solo capaci a guardarmi di traverso quando passo, a commentarmi dietro alle spalle con i vostri mormorii del cazzo.
C’è la matta, chiama il bimbo. Quante volte te l’ho detto di non giocare davanti alla sua porta. Se stai cattivo chiamo la matta.
E poi ridete. Che cazzo ridete? Dovete piangere se vi faccio paura.
Invece ridete di me. Vi sento. Vi vedo. Non avete paura di me. E fate male.
Ah, se fate male.
Prima o poi scoppio. Prima o poi scoppio davvero.
Pensa se mi vedevate una volta. Mi fate venire in mente i miei vecchi vicini.
In quell’ascensore lurido.
Buongiorno signorina. Che bel bambino che ha. Perché non lo fa giocare con Martina? E’ una bimba così socievole. Si troveranno bene.
E poi quando rimanevano soli.
Che tipo strano. Da sola con quel bimbo. Ma non ce l’ha il marito? Dai, dai, che perdiamo l’autobus.
Non sapevano niente loro e non sapete niente voi. Ciechi uguale. E stronzi uguale.
Non sapevano delle mie crisi di astinenza, di mio figlio che piangeva e mi tirava per la maglia. Non mi vedevano quando finalmente riuscivo a iniettarmi la roba e giacevo per terra bella intrippata senza sentire gli urli del mio bambino.
Cosa vuoi che sapessero?
Facevano finta di non capire. Bugiardi e ipocriti come voi.
Pronti a pulire la vostra bella faccia, a rimettervi le camicine stirate e a salire sull’ascensore.
Buongiorno signorina. (Dio che occhiaie) Tutto bene in casa? (Starà bene?)
Non stavo bene, bastardi. Non stavo bene per niente.
Ma a chi lo dicevo? Ero sola. Sola. Sola.
No. Non ero sola. C’era mio figlio, ma non me lo ricordo più.
Non ricordo la sua faccia.
Ci penso, mi concentro Mi faccio scoppiare il cervello. Ma non me la ricordo.
Cazzo c’avete da scuotere la testa? Vi ho chiesto qualcosa?
Volete provarci voi a mettervi al mio posto?
Dai, venite. Poi ce lo sappiamo ridire.
E non cominciate con le vostre stronzate. Nessuno vi ha chiesto un commento.
Voi siete i buoni e io la cattiva, no?
Lo sappiamo! L’abbiamo già detto!
Ma prima che divento cattiva sul serio e vengo a spaccarvi le vostre belle faccine, una cosa me la dovete dire. Eh, sì. Me la dovete dire.
Dove eravate?
Sì, sì. Avete capito bene, anche se fate finta di niente.
Ho chiesto dove eravate, stronzi!
Dove eravate quando mio figlio è uscito di casa da solo?
Lo so dov’ero io, stronzo, nessuno te lo ha chiesto.
Io ero nel posto dei cattivi. Metà sdraiata sul letto con la bava alla bocca e metà a galoppare nei prati del mio intrippamento.
Cosa giudicate? Cosa cazzo vi strizzate l’occhio?
Se proprio lo volete sapere di tutta la merda della mia vita quei prati sono la sola cosa che salverei.
Vedi come siete fatti? Non capite un cazzo.
Ho detto quei prati, stronzo.
Non ho detto la siringa, l’astinenza, il vomito, il buco, l’assuefazione, i porci che mi portavano in macchina per cinquantamila lire, le lacrime di mio figlio…
Ho detto quei prati. Avete capito o lo devo ripetere?
Quei prati, quei prati, quei prati…
Ma poi non mi avete risposto.
Dove eravate?
Voi siete bravi. Non eravate su un letto con un laccio nel braccio. Non eravate a galoppare.
O sbaglio?
Eravate belli lucidi sui vostri divanetti a giocare con la vostra bimba così socievole.
Troppo bravi per essere distratti. Troppo compiaciuti per essere generosi.
Ecco, dà la colpa a noi. Mi sembra di sentirvi, brutti stronzi.
Certo che do la colpa a voi.
Non mi avete ancora detto dove eravate, tra l’altro.
Di certo non avete visto un bambino di due anni uscire di casa da solo e correre per le scale.
Non l’avete visto andare in strada e finire sotto un camion.
Vi siete risvegliati di colpo con le ambulanze. Vi siete consolati sapendo che mi avevano trovata bella fatta in casa.
Avete saputo solo dire: povero bambino. Con una mamma così è il minimo che gli potesse capitare.
E non dovrei darvi la colpa?
Per me è sufficiente il rimorso, non riesco a prendermi anche la colpa. Quella la lascio a voi.
Intanto ho visto come siete stati bravi. Nessuno in ospedale, nessuno al funerale.
Bravi. Io da sola come sempre. Sola come un cane.
Anzi con mio figlio ma non me lo ricordo più.
E visto che non mi rispondete ve lo dico io dove eravate.
Eravate a complimentarvi per la vostra vita. Eravate a rammaricarvi per la mia disgrazia. Eravate a sentirvi sollevati per la vostra normalità…
Ma pensate che non l’avrei voluta anch’io, brutti stronzi?
Pensate che non vorrei essere stata come voi? Un po’ soltanto perché stronza come voi non potrei mai esserlo del tutto.
E non prendetevi i meriti perché ho smesso di farmi. Evitate, per favore.
Non c’entrano un cazzo le vostre comunità, i vostri preti, i vostri benefattori, le vostre medicine.
Non c’entrano e voi non c’entrate.
Lo volete sapere cosa mi ha fatto smettere? La rabbia.
Una rabbia dolorosa in grado di far superare ogni astinenza. Una rabbia universale.
Pensavate che mi sarei ammazzata. Ammettetelo, dai, tanto non mi offendo.
Sarebbe stato il finale ideale. Madre drogata causa la morte del figlio, poi si suicida per il dolore.
Vi sarebbe piaciuto, eh, stronzi?
Invece ho smesso, ma non per farvi un favore, non vi illudete. E non prendetevene i meriti.
Tutti a dirmi brava, a darmi pacche sulle spalle.
Non avete capito un cazzo come al solito.
Ero sola a farmi e sono stata sola a smettere.
Del resto cosa c’ho guadagnato a darvi retta?
Cambia casa, rifatti una vita, dimentica il passato.
Ho cambiato casa ma non mi sono rifatta una vita. Non ho dimenticato un cazzo, solo la faccia di mio figlio.
Vi dico la verità, così vi togliete quel sorrisetto.
Avete vinto voi.
La mia vita è finita quella sera. Sono già morta.
Non sono pericolosa per i vostri bimbi. Io mi sono già suicidata.
Quello che vedete non sono io. E’ un ammasso di merda che va in giro con il mio nome e si volta quando mi chiamano.
Io sono sparita. Volatilizzata. Sepolta con mio figlio. Esplosa, annegata, bruciata.
Ma non sono questa roba che vedete, ve l’assicuro.
Io non sono così stronza da farmi. Così stronza da dimenticare la faccia di mio figlio. Così stronza da smettere di drogarmi quando ormai è troppo tardi per tutto. Quando ormai non serve più.
No, non sono così, credetemi.
Ma cosa parlo a fare? Non mi crederete mai.
Vi fa comodo vedermi così. Vi fa comodo avere un metro per misurare quanto siete bravi. Vi fa troppo comodo per credermi.
Voi non mi conoscete ma io potrei raccontarvi meglio di quanto pensiate. Brutti stronzi.
Adesso chi cazzo è che rompe. Lasciatemi in pace. Andate via. Sono morta.
Ah, è lei, dottoressa. Buongiorno.
No, sto di merda. Di merda.
Voglio spaccare tutto, mi farà bene? Spacco i mobili. Le dispiace se spacco anche la sua bella faccina?
No, le medicine non le prendo, mi sono drogata abbastanza. Grazie lo stesso.
Lo so. Lo so. Non mi interessa.
Ecco, bene, mi lasci in pace. Mi lasci in pace!
Si, ho bevuto. Allora? Mi vuol punire? Mi vuol far male? Sono talmente morta che non sento più dolore, lo sa?
E non nomini più mio figlio, stronza! Gliel’ho già detto che non deve dire il suo nome. Non voglio ricordarmi la sua faccia.
Tanto non mi commuove, lo so che quando esce di qui se ne sbatte di me, lo so.
Stia zitta, mi scoppia la testa, stia zitta.
E mi levi le mani di dosso, puttana. Non mi deve toccare, non mi deve parlare, non mi deve…
Perché si è alzata? Aspetti. La prego… Non se ne vada. Non mi lasci sola.
Mi scusi se ho detto così, non volevo. Mi scusi. Cerchi di capirmi.
Sì, prendo le medicine, promesso. Ma non se ne vada…
Dottoressa, sono stanca.
Mi stia vicino.
Mi tenga la mano che ho bisogno di dormire.

Segnalazione di merito nella sezione “Teatro” al Premio Nazionale Orienthia 2000 di Padova

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La menata di essere un grande scrittore osannato dalle folle (no, dai, questo non è un post autobiografico) è che hai l’editore o l’agente che ti chiamano ogni due giorni per pregarti di sfornare qualcosa di nuovo, visto che col tuo lavoro ci si comprano la casa nuova.
Il vantaggio di essere un grande scrittore osannato dalle folle è che ogni tanto ti è consentita una di queste due cose:
1) farti scrivere il libro da qualcun altro;
2) scrivere una vaccata in quindici minuti e vederla trasformarsi in un librino per ipovedenti (Arial 25) con interlinee grottesche fino al raggiungimento della dimensione minima per essere considerato libro ed essere venduto a diecieuri.
Di questa seconda ipotesi si parla in questa sede, riferendosi in particolare – a titolo esemplificativo – a opere memorabili come “Senza sangue” di Alessandro Baricco o “Acqua in bocca” del duo Camilleri-Lucarelli.
E ora, ahimè, tocca a Hornby che dà alle stampe questo piccolissimo e tendenzialmente inutile “E’ nata una star?” (curiosa traduzione assonante dell’originale “Not a star”, che vuol dire il contrario).
La storia, virgolette, è quella di una mamma che un giorno scopre che suo figlio adolescente fa la pornostar, o meglio recita per passatempo nei film pornografici. Da questa scoperta, dapprima traumatica e poi taumaturgica, si sviluppa una profonda, virgolette, riflessione sulla felicità e sul senso della vita.
A parte che già per dire questo ho usato più parole di quelle che trovate nel libro, diciamo che se ne poteva fare a meno.
E’ più divertente l’Hornby che parla di libri su Internazionale di quello che redige svogliatamente questo temino.
Ti vogliamo bene lo stesso, Nick, ma prometti che non lo farai più.

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E’ uscita, per i tipi del Laboratorio Gutenberg, l’antologia “Racconti di frontiera”.
Dove, celato tra altri ventiquattro, si cela il mio “Solo andata”, che qui potete leggere gratuitamente senza nemmeno dare un euro a Emergency come fanno quelli che lo comprano.
Vabbè, era per dire che ho avuto la migliore recensione della mia vita, da una collega.

“Hai usato troppi verbi, molti al presente, molti al passato. Lo so, lo fanno molti libri. Secondo me invece le cose dovrebbero essere scritte usando solo il presente. In prima persona.”

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Musiche di vacanza #1

Tra le cose inutili che mi ricordo ci sono, nella maggior parte dei casi, i libri che ho letto in una determinata vacanza (facciamo una prova: “Creta 1993?” “Comici spaventati guerrieri”. Visto?).
Un’altra delle cose inutili che mi ricordo è la musica che ascoltavamo in quella determinata vacanza, anche se di solito questa cosa vale solo per le vacanze in auto.
Facciamo un’altra prova?
Provenza, mi pare fosse il 2002. Facciamo un lungo giro in auto tra Aix en Provence, Avignone, Arles. Rimaniamo delusi perchè non c’è la lavanda in fiore, e a novembre sarebbe stato difficile. Finiamo in mezzo a uno dei maggiori nubifragi della storia francese e ci facciamo tipo 40 km di autostrada nella direzione sbagliata senza vedere niente. Gustiamo Cezanne, Van Gogh, la carne di toro e Saint Marie de la Mere. Salutiamo da vicino tori, cavalli e fenicotteri. Mangiamo la paella, perchè lì è come se si fosse in Spagna, solo con più zingari.
Ecco, vediamo se mi ricordo che musica ascoltavamo allora…
Questa.

(Però non mi ricordo cosa ho letto, in quella vacanza)

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Il micciatore

Ci sono persone che nella vita non hanno un cazzo da fare e si trovano a dover passare molto tempo, che so, in un posto di lavoro.
Poi ci sono persone che ingannano la noia non facendo giochini sul cellulare ma parlando, parlando, parlando.
E ci sono altre persone che sono quelli che nella vita hanno fatto di tutto, ovviamente al meglio, e sanno consigliarti il meglio perchè tu possa essere all’altezza della loro straordinaria esperienza.
Ecco, quando ti trovi tra i piedi uno che riassume in sè il peggio delle tre descritte esperienze, allora sono guai.
Perchè al tipo in questione, che da un po’ di tempo si aggira attorno alla mia scrivania, le prime volte dai corda perchè non sai quello che ti aspetta.
Poi riduci al minimo i contatti con lui. Infine non rispondi quando lui ti rivolgi la parola.
E allora lui, loro, diventano campioni mondiali nello scovare la migliore miccia, intendendo con ciò lo spunto che gli consente di partire con i loro sproloqui.
La miccia classica è il discorso altrui, nel quale si inserisce pescando all’interno ogni possibile riferimento a quello di cui vuole parlare finchè, ben presto, il discorso altrui scompare sopraffatto dal suo monologo.
Quando però ci si attrezza a evitare in sua presenza discorsi che potrebbero attivarlo, il tizio comincia a scovare altre possibili micce, che possono andare dalla telefonata ricevuta – facile – al colpo di tosse, al levarsi di un sopracciglio, allo sbadiglio, al sobbalzo, al sospiro, all’aria assente.
Qualsiasi cosa tu faccia o non faccia sarà per lui l’interessante spunto che lo condurrà al suo racconto (“eh, sbadigli… pensa che io dormo tre ore per notte… ma sa come devi fare?”).
A quel punto la soluzione è la non risposta.
E’ scientificamente provato che alla terza non risposta il normale micciatore si sente un coglione e molla, anche se il nostro è arrivato – e credo che sia un record – alla quinta.

(si avvicina)
– Che aria assente! Ferie?
– …
– Io quest’anno mi sa che torno in Sardegna.
– …
– Ci sei stato?
– (hmm)
– Ma quest’anno voglio andarci in deltaplano.
– …
– Ho il brevetto.
– …
– Vabbè, vado che si è fatto tardi (esce)

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Ceausescu

Ceausescu, il gatto della mia palestra rumena

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