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Archive for novembre 2010

Tempo fa parlavo del disastroso fenomeno dei libriccini-truffa, che gli autori venerati sparano sul mercato quando non hanno voglia di lavorare.
Oggi invece ho un esempio di libriccino che, pur nato con le stesse velleità di tappabuchi, riesce a rappresentare – seppure in bonsai – tutto quello che i fans si aspettano dallo scrittore di successo.
Il protagonista di “Io e te”, ritorno di Niccolò Ammaniti a solo un anno dal pastoso “Che la festa cominci”, si chiama Lorenzo Cuni ed è un bel personaggio.
Vagamente sbarellato e misantropo come spesso capita ai ragazzi di Nic, decide di passare una settimana in cantina per nascondere ai genitori la bugia delle bugie: ha raccontato che i compagni lo hanno invitato a una settimana bianca in quanto simpaticissimo a tutti (mentre quelli non se lo cagano di striscio, figurati se lo portano con loro).
La settimana scorre nei ricordi delle manie del piccolo Lorenzo finchè un evento inaspettato e pure un po’ forzato (l’arrivo della sorellastra Olivia) non lo obbligherà a 1) svegliarsi 2) crescere 3) capire cosa è bene e cosa è male.
Il libro si legge in un soffio, essendo della stessa materia delle piume (115 pagine in Arial 120), ma nell’ammanitiano, quale io mi vanto di essere, si infonderà l’emozione di ritrovare l’amarezza e la cattiveria del nostro Nic, quando ha voglia di farlo.
Nel piccolo ci sta pure lo spazio per la bellissima storia del robottino puliscipiscine, che secondo me l’editore ci ha fatto un pensierino a estrapolarla e farne un libriccino.
Difetti? Come detto la storia di Olivia, se pur intende dare un senso al tutto, è talmente stereotipata che se ne intuisce il destino al solo leggerne il nome nella terza di copertina. Ma il finale, comunque, schiaffeggia a dovere.

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Liuggiò

Cercavo un puzzle su un sito-mercatino e mi sono imbattuto in una tipa che vende un mostruoso puzzle di 13200 pezzi divisi in sei puzzle da 2200. Giustificazione della vendita: è un regalo di un ex fidanzato.
Ora io immagino il giorno del compleanno o, peggio, dell’anniversario, con lei che si aspetta un collier d’oro tempestato di diamanti e lui che le porge quel pacchetto dalle dimensioni già sospette.
Immagino lei che lo apre e trasecola, senza darlo a vedere, perchè per quanto tu una volta possa avergli detto “amo i puzzle” lui mai e poi mai avrebbe dovuto cercare quel mostro per regalartelo, una roba che minimo costa 200 euro e con quei soldi lì, coglione, potevi davvero prenderle qualcosa di liuggiò, che alle donne liuggiò le fa impazzire.
In un attimo le passano in mente le cose che avrebbe potuto ricevere, poi l’immagine delle sue serate tristi con davanti quell’infinibile puzzle e che forse è stato un stratagemma del suo fidanzato per non farla andare a ballare ma forse no, non è così intelligente da fare uno stratagemma.
Alal fine, immagino, lei trova una scusa per mandarlo a spigolare e poi mette su internet il puzzle, sperando di allontanare da sè, col puzzle-mostro, anche il ricordo dell’imbecillità del suo fidanzato.
E allora tu, viandante del web, sei tentato di comprarlo, quel puzzle-mostro, giusto perchè lei possa ricavarsi i 100 euro trattabili e comprarsi qualcosa di liuggiò smettendo in qualche modo di soffrire, premiando il suo coraggio nell’aver sputtanato su un annuncio il suo amaro destino.
Poi però pensi che forse è tutta una tattica dei venditori di puzzle per sbarazzarsi dell’invendibile mostro e lasci perdere.

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Immaginate di essere un ragazzo sui venticinque, trent’anni, dall’aspetto timido ed educato. Immaginate di invitare la vostra fidanzata, una tipa dall’aspetto timido ed educato, a cena fuori e di scegliere proprio quel ristorantino simpatico del centro della Spezia, pochi tavoli e un’ottima scelta di vini. Immaginate di mettervi il vostro gessato migliore, una camicia raffinata, e di passare a prenderla trovandola bellissima nel suo abitino nero, messa in piega e rossetto.
Immaginate che serata vi aspettate con queste premesse.
E immaginate, infine, cosa succede quando entrando nel minuscolo locale scoprite – cosa che il simpatico ristoratore vi aveva nascosto – che dovrete dividere lo spazio con una tavolata di venticinque colleghi in cena aziendale, che si sa che in quelle occasioni la gente è portata a creare visioni, rumori e profumi che potrebbero guastare l’atmosfera ideale per una serata romantica.
A quel punto avete tre opzioni:
a) Dite “no, grazie, a queste condizioni non ci sto”. Prendete la vostra fidanzata sottobraccio e la portate in un altro posto, magari a Portovenere o a Lerici.
b) Vi predisponete al casino che vi attende, cercando di socializzare con la rumorosa fauna in modo da risultare simpatico e prendere qualche punto con la fidanzata.
c) Rimanete paralizzati come un gatto in autostrada e vi sedete, pronti al sacrificio.
Avrete ben capito che la risposta giusta è la prima. E avrete anche immaginato che il nostro soggetto ha scelto la terza, cioè quella sbagliata per definizione.
La serata è così iniziata sulla sua faccia grigia che si contrae in una smorfia di “scusa che ti ho portato qua”, rintuzzata dal rassicurante “figurati, mica è colpa tua” che in realtà va tradotto con “certo che è colpa tua, coglione”.
Poi, con il passare delle ora, lo sguardo del soggetto si faceva sempre più tetro. Le sua mani incrociate sotto il mento, i mignoli con piccoli scatti nervosi, tentavano un impossibile scudo al crescente caos che li circondava.
Un pezzo del pensiero andava, si vedeva, al conto che ci sarebbe stato alla fine, spropositato in ogni caso e soprattutto come risultato di questa serata di merda.
Lei provava a spezzare la tensione, parlava e lui non ascoltava, sorrideva mentre le labbra di lui temperavano nuove tonalità di grigio.
Poi alle dieci e mezza lui ha provato a sorridere, ne è uscito un ghigno ma era il massimo che potesse fare e per un attimo gli abbiamo voluto bene.
Qualcuno, magari dentro di sè, gli gridava come a Forrest Gump di alzarsi e scappare ma lui ormai era in totale trance che sono sicuro che oggi non solo non si ricorda di cosa ha mangiato ma nemmeno che la giornata di ieri sia esistita nella realtà invece di essere un brutto sogno.
Alla fine, in qualche modo, è arrivato il conto.
Lui ha tagliato i marosi del delirio che gli ballava in tondo, si è beccato qualche urla, ha raggiunto la porta.
Ed è uscito da lì.
Sono cose che pesano, specie a una certa età.
Abbiamo immaginato un rapporto pluriennale che si sfalda per una scusa qualunque, incapaci di riconoscere come genesi dell’addio proprio quella volta in quel ristorantino simpatico.
Abbiamo immaginato una nuova intolleranza per il pesce, che non lo abbandonerà per tutta la vita.
Ma io sono sicuro che lei, all’uscita, l’ha perdonato e si è rallegrata che lui non fosse come quegli animali là dentro.
Lo diventerà, ma lei fa finta di non saperlo.

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Apnea

Io non potrei mai scrivere, per davvero, un romanzo.
Perchè scrivere un romanzo è un esercizio aerobico, come una maratona. Bisogna pensare e mettere i pensieri in un cantuccio. Costruire la trama e metterla in un cantuccio. Formare pezzi, raccoglierli, rileggerli, buttarli, correggerli, rileggerli, buttarli, e così via. Alla fine mettere tutto insieme. Rileggere. Ed essere pronti a buttare il tutto.
Capirete che questo tipo di attività richiede tempo, pause e quindi, inevitabilmente, respiro.
Per me invece scrivere è un esercizio anaerobico, come uno scatto verso la corsia per recuperare un lungolinea che se ne va velocissimo.
Da quando mi viene l’idea a quando pubblico passa – deve passare – pochissimo tempo.
Non mi lascio lo spazio della rielaborazione, a malapena quello della rilettura.
Pensare di buttare tutto e riscrivere, più o meno come inanellare l’ennesimo giro su un circuito tondo, non fa per me.
Per questo, inevitabilmente, il poco che scrivo – e soprattutto la parte buona del poco che scrivo, di solito è un flash, buttato giù col fiato tirato, in un’apnea quasi dissociata da tutto ciò che mi circonda.
Questo limita molto la possibilità di fare qualcosa di buono e del tutto quella di costruire qualcosa di lungo, che richieda lunghi respiri di meditazione.
Ma io sono fatto così. A me piace lo scatto verso il lungolinea.
Anche se nove su dieci passano prima del mio arrivo.

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La trasmissione di Fazio e Saviano, che è troppo retorica.
Fazio, che non se può più.
Saviano, con quella faccia.
Il monologo di Saviano sulla criminalità, ancora.
Ligabue, per la madonna.
Cristiano De Andrè, a lavorare no?
Paolo Rossi, che non fa più ridere.
Albanese, che sembra uno del Bagaglino.
Lo sfruttamento dei casi Welby ed Englaro, che è solo per fare audience.
L’audience, che lo diciamo da anni che il fatto di essere in tanti non è garanzia di bontà.
Gli elenchi, che ti scassano il cazzo dopo il secondo.
Bersani, che sembra che non ci crede neanche lui.
Fini, contento come Aung San Suu Ki finalmente libera.
Vieni via con me, sopravvalutata come tutto Conte.
Gli Avion Travel, che una volta sono persino andati a Sanremo.
Toni Servillo, ci manca che si metta a cantare.
Essere di sinistra, che così ti tocca saltare la puntata del GF.

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The social network

Come nasce un prodotto di straordinario successo? Con del genio, un po’ di culo e la giusta dose di spregiudicatezza.
E’, più o meno, la stessa ricetta che ci mostrarono i romanzati Gates e Jobs de “I pirati della Silicon Valley”, film di qualche tempo fa decisamente brutto ma efficace nel raccontare gli albori di Microsoft e Apple.
E’, più o meno, la ricetta che ha portato alla nascita di Facebook, il social network più importante del mondo, la cui idea fu partorita durante una notte di delusione da un introverso ragazzo di nome Mark Zuckerberg, professione nerd e destino da più giovane miliardario del mondo.
Ma qualcun altro rivendica la paternità di quell’idea: i gemelli Winklevoss, futuri olimpionici di canottaggio e rampolli della migliore borghesia harvardiana, sostengono infatti di essere stati loro a gettare nella mente di Zuckerberg il seme di Facebook. Anche se, come il giovane Marc dice davanti al tribunale, “se aveste saputo inventare Facebook, l’avreste fatto”.
Insomma, la storia è accattivante perchè è sul pezzo come non mai, trattando dell’oggetto sul quale mezzo mondo passa le proprie ore di svago. E la realizzazione di David Fincher, promessa del cinema mai completamente mantenuta, è in questo caso superba, anche avvalendosi dei dialoghi turbinanti e perfetti di Aaron Sorkin.
Il cast, poi, è una meraviglia e si appoggia sulla faccia inespressiva e inquieta di Jesse Eisenberg, meno sorridente di come siamo abituati a vedere Zuckerberg nelle sue apparizioni televisiva. Come l’ultima, da Oprah Winfrey, nella quale ha annunciato con nonchalance la donazione di cento milioni di dollari alla scuola pubblica newyorchese, si dice per distrarre il pubblico dall’immagine piuttosto amara che esce dal film.

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Una città invisibile

I viandanti che si avvicinano a Talassa compiono tutti lo stesso errore. Si fermano quando la vedono stagliarsi in lontananza, si puliscono la sabbia dal viso con il dorso della manica e strizzando gli occhi calcolano il tempo che manca al loro arrivo.
Così il frettoloso la vede talmente vicina che affretta il passo nella smania di arrivare e sfianca i cavalli assetati in una corsa inutile e sente le bestemmie dei portatori che protestano perché i basti cadono a terra.
Così al paziente sembra lontanissima e si ferma in un bivacco per abbeverare sé e gli altri e gli animali e pianta le tende e attende che sia passata la notte, che ci siano sufficienti energie prima di avviarsi.
Arrivano insieme a Talassa, entrambe stupiti, l’uno stravolto dalla fatica per una distanza inattesa, l’altro meravigliato per la rapidità del percorso.
Entrano nella città e ne vedono le mura coperte di meridiane impazzite i cui gnomoni d’oro e diamanti segnano mille ore diverse per mille diversi raggi di sole, osservano curiosi l’armonia indolente con cui si muovono i suoi abitanti.
Subito sembra loro che il sole stia tramontando e il frettoloso si rammarica per le ore perdute nel viaggio e rimbrotta i suoi aiutanti ma il paziente indica il cielo per mostrare che quello che si disegna è un’alba e non un tramonto, un’alba senza notte a cui forse seguiranno un tramonto, un crepuscolo, un’aurora, nell’ordine che Talassa avrà scelto.
A volte si spaventano, ma nella maggior parte dei casi si lasciano affogare e solo allora il frettoloso e il paziente vedono la stessa cosa, la dolce Talassa che sorride loro dalle sue mille meridiane e li invita a godere del suo essere senza tempo.
E’ difficile lasciare Talassa, soprattutto se negli occhi del bambino che ti accompagna tenendoti per mano vedi lo stesso sorriso del vecchio che ti ha accolto, forse un’ora o forse una vita prima, e la pelle ruvida che tiene sicura il tuo palmo ti fa capire che è ancora con te.
E’ difficile uscire dalle sue mura e dopo pochi passi, stravolto dalla nostalgia, voltarti e vederla così lontana, scura e furiosa.
Talassa non ama essere lasciata.

(nella notte dei tempi scoprii e rimasi rapito dalle Città Invisibili di Calvino. e provai a farne una anch’io, visto che non mi faccio mancare niente)

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