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Archive for dicembre 2010

“Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla.”

“Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata.
Essere mamma non é un mestiere. Non é nemmeno un dovere. E solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi é molto più bello che vincere, viaggiare é molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto.”

“Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita é facile, sai. Poiché‚ avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesi, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché‚ avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza. Poiché‚ avrai una coda davanti, ti ordineranno di uccidere o essere ucciso alla guerra ed esigeranno la tua complicità per tramandare la tirannia che instaurarono nelle caverne.
Eppure, o proprio per questo, essere un uomo sarà un’avventura altrettanto meravigliosa: un’impresa che non ti deluderà mai. Almeno lo spero perché, se nascerai uomo, spero che sarai un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce coi prepotenti, generoso con chi ti vuol bene, spietato con chi ti comanda.”

“L’invidia verso coloro che credono in Dio mi ha talmente assalito in questi ultimi mesi da diventar tentazione, ed ho ceduto alla tentazione. Lo riconosco ammettendo la mia stanchezza. Dio é un punto esclamativo con cui si incollano tutti i cocci rotti: se uno ci crede vuol dire che é stanco, che non ce la fa più a cavarsela da sé. Tu non sei stanca perché sei l’apoteosi del dubbio. Dio é per te un punto interrogativo, anzi il primo punto interrogativo di infiniti punti interrogativi. E solo chi si strazia nelle domande per trovare risposte, va avanti; solo chi non cede alla comodità di credere in Dio per aggrapparsi a una zattera e riposarsi, può incominciare di nuovo: per contraddirsi di nuovo, smentirsi di nuovo, regalarsi di nuovo al dolore.”

“Guarda, s’accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno non‚ di te non‚ di me. Tu sei morto. Ora muoio anch’io.Ma non conta. Perché‚ la vita non muore.”

(Oriana Fallaci)

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PslA 2010

Qui l’e-book con tutti i racconti di Natale dei bloggerz.
Qui Rudolph, il mio.

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Zi, zi, zi

Tuttavia per un giorno, quel giorno che conta, che riscatta, che viene magari quando non si spera più, e venendo lascia nell’aria un microscopico seme da cui sboccerà un fiore, lo capì anche il gregge che bela dentro il suo fiume di lana. Non più gregge, quel giorno, ma piovra che strozza e ruggisce zi, zi, zi! Alekos zi, zi, zi! Alekos vive, vive, vive! Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa dove il Gran Sacerdote coperto di ori e collane, zaffiri smeraldi rubini, simbolo d’ogni potere presente e passato e futuro, ruzzolava grottesco, rompendo il cristallo, calpestando la statua di marmo, credendo che soltanto quella restasse di un sogno, di un uomo.

Oriana Fallaci, Un uomo (un libro fantastico)

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Un sorso in più

Qualche post fa parlavo delle canzoni che svelano la loro realtà dopo molti ascolti, quanto ti capita di ascoltare le parole per la prima volta, invece che sentirle soltanto.
Ieri sera mi è capitato con “Un sorso in più” di Carmen Consoli, inserita nel cd-raccolta “Per niente stanca”, uscito in questi giorni.
Sembrava una canzone intimista, sulla voglia di essere preparati di fronte alle traversie della vita.
Invece è una canzone sull’Olocausto, pensa un po’.

Ricordo il freddo massacrante i timidi lamenti della mia gente
ammassati stipati dentro un treno merci
due giorni e due notti senza dormire
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto
Ricordo il freddo massacrante il giorno che
perdemmo per sempre i nostri figli
affamati assetati privati dei nostri vestiti
ed era come ingoiare vetro
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto avremmo smesso di capire
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
di quanto ne avessi realmente bisogno
di quanto ne avessi realmente bisogno
un giorno potrei avere sete
Ricordo il freddo massacrante il timore di affondare
in un letto di carboni ardenti
quale logica o legge di vita potrà mai spiegar
la diabolica impresa di quegli uomini eletti …
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto avremmo smesso di capire
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
di quanto ne avessi realmente bisogno
di quanto ne avessi realmente bisogno
un giorno potrei avere sete

Per dire, siamo così abituati alle metafore che quando vediamo qualcosa di descrittivo non ci facciamo caso.

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24 dicembre 2010, di notte
Mi sono sempre piaciuti gli uomini più anziani. E con questo non intendo quelli di due, tre anni più di me. Nemmeno quelli di dieci anni più di me. Intendo dire gli uomini maturi, tipo sui sessant’anni.
Mi ricordo ancora quando stavo alle elementari e entravo sempre prima per vedere il bidello, Mario Spagnoli, sessantadue anni, calabrese, chiudere il ripostiglio delle scope. E immaginarmi tra le sue braccia.
E poi il professore di musica delle medie, un vedovo che venne ad abitare vicino a noi, il padrone dello stabilimento dove passavamo le vacanze, a Riccione, il nonno della mia migliore amica.
Tutti amori platonici, che in qualche modo mi hanno spezzato il cuore.
Ma ora che hai compiuto vent’anni, mi dicevo giusto un anno fa, devi mettere la testa a posto e trovarti un ragazzo della tua età, col quale fidanzarti, sposarti, fare figli e andare in giro senza timore che la gente faccia qualche gaffe su nonni e nipotine.
Me lo dicevo, e quasi ci credevo, se non che a me alla notte viene sete e spesso mi alzo per raggiungere il frigo e prendere un sorso di latte gelato. E quella notte, giusto un anno fa, me lo sono ritrovato davanti e lui si è ritrovato davanti me, lui nel rosso della tuta di ordinanza, io nel rosso del mio intimo.
Dire che io a lui nemmeno ci credevo, non ci avevo mai creduto nemmeno quando avevo l’età giusta per crederci e prendevo per i fondelli le mie compagne che invece stendevano le letterine con i loro regali desiderati. Io lo sapevo che i regali li portavano mamma e papà, ma mica glielo dicevo perché rovinare certe convinzioni fa male. Invece, cavolo, avevano ragione loro.
Quella notte, giusto un anno fa, c’è stato un attimo di imbarazzo, o forse qualcosa di più simile a uno stupefatto panico, e dico per entrambi. Poi ci siamo guardati e, boh, il panico si è sciolto in qualcosa di diverso e subito in niente, perché io sono scappata su per le scale, lui giù dalla finestra.
Solo che certe cose segnano, specie se non puoi parlarne con nessuno.
Ci ho pensato ogni singolo momento di questi ultimi dodici mesi, a quello che avrei potuto fare io, a quello che avrebbe potuto fare lui.
Insomma, mi sono innamorata un’altra volta.

Per questo adesso, quando mancano pochi minuti alla mezzanotte, sto qui nascosta dietro al divano e aspetto. Lui deve venire per forza, se non altro per il regalo di mia sorella.
Quando sento la finestra che si solleva mi rendo conto improvvisamente di avere sbagliato strategia. Un’uscita troppo repentina potrebbe spaventarlo e il peggio che gli potrebbe capitare è di ritrovarsi con un infarto e un casino di regali ancora da portare.
Allora evito l’uscita a sorpresa, copro con la vestaglia l’intimo comprato per l’occasione e sussurro il suo nome, una, due volte. Poi realizzo la sua probabile sordità e lo urlo a mezza voce, rischiando di svegliare mezza casa.
Lo vedo che sobbalza e mi nota mentre spunto dal divano. Arrossisce e fa una faccia come di uno che si ritrova davanti a qualcosa che aveva ardentemente sognato in ogni singolo momento di questi ultimi dodici mesi.
Non si era dimenticato di me, ora lo so.
Scambiamo qualche parola, lui mi dice di sé cose che so già per averle sentite dai tempi dell’asilo. Io gli racconto di me, dell’università che è una palla, ma lui non sembra così attento. Si slaccia il colletto della giacca di panno, si leva il berretto e lo sbatte nervosamente sulla gamba.
Lo prendo come un modo per avvisarmi che ha poco tempo e lascio scivolare la vestaglia dalle spalle, in un modo che dovrebbe essere sexy.
Diventa paonazzo. Soffoca alcuni colpi di tosse.
Poi mi dice che lui, semplicemente, non può. Mi parla di etica professionale, di dovere morale, della nostra differenza di età, del suo ruolo sociale, dei bambini che aspettano, della santità di quel giorno, di nuovo della nostra differenza di età, del sapere gestire le tentazioni.
Ma non mi sembra tanto convinto, almeno a giudicare dal fatto che non scolla gli occhi dal reggiseno di pizzo e che, mi pare, allunga ogni tanto lo sguardo per verificare se, davvero, quello è un perizoma.
Mi avvicino a lui e gli levo la giacca. Ha un odore forte e lontano, di muffa e di cenere, lo sento bene ora che poso la mia bocca sul suo collo.
Dice ancora che lui, semplicemente, non può. Lo dice ancora due o tre volte.
Poi gli slaccio i pantaloni e lui non dice più nulla.

24 dicembre 2011, di notte
Mi sono sempre piaciute le donne più giovani. E con questo non intendo quelle di due, tre anni meno di me. Nemmeno quelle di dieci anni meno di me. Intendo dire le ragazzine, tipo sui vent’anni.
E non sapete quante volte mi è capitato, nelle mie visite notturne alle case, di incontrarne una, magari in mutande, che si aggirava per la casa senza pensarci e si ritrovava davanti me.
Per questi casi, non dovrei dirvelo ma a questo punto credo che sia il meno, usiamo uno speciale incantesimo che hanno inventato gli gnomi. La persona viene abbagliata e improvvisamente si dimentica tutto quello che ha visto. (Vi ricordate di quel film in cui accadeva una cosa simile? E’ che lo sceneggiatore mi aveva chiesto – come regalo – un’idea geniale e io non avevo voglia di sbattermi troppo. Tanto lo sapete solo voi.)
Intere generazioni di fanciulle mi hanno visto e poi si sono dimenticate di me. E io, buono, che ho fatto il mio dovere lasciando i regali e scappando di soppiatto.
Ecco, l’errore che ho fatto quella volta è stato di non usare l’incantesimo. Ero così turbato alla vista di quella ragazza, così simile a mia moglie quando era giovane, almeno per come mi posso ricordare dopo tutti questi secoli.
Mi sono precipitato via e solo poco dopo ho pensato che avevo lasciato la traccia nella sua mente. Troppo tardi per riprenderla, ma non era niente di grave. Non era certo la prima che mi era sfuggita e alla fine poteva pure tornarmi bene. Avrebbe parlato, magari in confidenza a poche amiche, di me. Così qualcuno avrebbe ancora creduto che esisto davvero.
Invece ho fatto una cazzata, per dirla come dite voi.
Perché l’anno dopo lei era lì che mi aspettava, una specie di trappola. E io ci sono cascato completamente.
Non nego di aver accennato all’etica, alla morale e a tutte quelle balle lì ma la realtà era che in quel momento mi sentivo vecchissimo e pensavo a tutte le cose che avevo lasciato e a chissà quando mi sarebbe capitato e che alla fine le avrei fatto l’incantesimo dell’oblio e via così.
Quando mi sono rivestito, però, ho avuto la portata della gravità di quello che avevo fatto, mi immaginavo le ramanzine degli gnomi che loro, maledetti, sanno sempre tutto.
Sono scappato, letteralmente, bofonchiando che mi sarei fatto vivo, più perché mi sembrava una cosa da dire che altro. In realtà volevo solo dimenticarmi di tutto, o meglio ricordare la sensazione piacevole, chè quella sarebbe stata dura da far sparire, ma levare di mezzo il senso di colpa.
E in tutto questo pensare al ricordo e alla dimenticanza, mi sono scordato l’incantesimo.

Ora sono di nuovo qua fuori e, capirete, ho una leggera tachicardia.
Quando scavalco la finestra lei mi aspetta sul divano, ma stavolta ha un pigiama di flanella che fa ben capire come siano diverse le sue intenzioni.
Prima che io possa parlare mi chiede se non mi sono accorto che quest’anno i regali sono doppi.
Dico di no.
Mi chiede se non mi sono accorto che ci sono regali per un neonato.
Dico di no, ma comincio a sentirmi agitato.
Indica una culla, a un lato del divano.
Dice di averlo chiamato Rudolph, come la renna, e io non ho nemmeno il cuore di dirle che le renne non hanno nessun nome, anche perché le cambiamo ogni anno per averne di fresche.
Sono paralizzato, con i miei pacchi in mano e il sudore che cola dal berretto e mi bagna la barba.
Poi la vedo sorridere. Si alza, prende in braccio quel bambino, che mi sembra di aver capito essere mio figlio. Me lo mette in braccio e io rivedo i miei lineamenti da piccolo, almeno per come mi posso ricordare dopo tutti questi secoli.
Mi parla per un tempo interminabile di doveri morali, di etica, della nostra differenza di età, della santità di quel giorno.
Poi, non so perché, mi dà un bacio e mi dice che è il più bel regalo che abbia mai ricevuto.
E io, non so perché, piango.

(E’ che i racconti di Natale dovrebbero uscire a Natale ma io ho poca pazienza e allora esce ora. In attesa di finire nel Post sotto l’Albero 2010, la sontuosa raccolta di bloggerate a cura del sontuoso Sir Squonk)

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