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Archive for gennaio 2011

Micol, una ragazza fortunata

Ieri Micol ha vinto la quinta edizione del concorso letterario Laboratorio Gutenberg, quest’anno in collaborazione con il Comune di Roma e con la Comunità Ebraica.
Il tema era “La memoria” e quindi non c’era miglior posto per la cerimonia della premiazione che la Casa della Memoria e della Storia, nè data migliore che il Giorno della Memoria.
C’è da dire che sentire il proprio racconto letto in quell’occasione, con le luci abbassate e la musica, è un’emozione che difficilmente dimenticherò.
(Con questo Micol fa la sua quasi-tripletta, dopo il primo posto alle Storie di quartiere 2010 e il terzo al Concorso Nazionale A.D.I. 2010).

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Francese

Giocando a “Indovina chi” chiedo se il personaggio di Franci ha la pelle scura o chiara.
Lui: “Non si dice con la pelle scura, si dice francese.”
“Eh?”
“Come il mio amico XY, francese.”
“Veramente XY è spezzino perchè suo papà è di Spezia e sua mamma dominicana.”
“Sì, la mamma di XY è come XY. Francese.”
Ovvero i danni che si fanno esponendo una mente non pronta ai fascicoli di geografia di Geronimo Stilton.

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Propedeutico

A volte ti sembra di stare sul cazzo a qualcuno.
Poi pensi che già “stare sul cazzo a” implica che quel qualcuno ti consideri o, persino, che sia a conoscenza della tua esistenza.
Allora rivedi quello sguardo che pensavi di disprezzo e capisci che era destinato a qualcosa alle tue spalle, attraverso la tua trasparenza.
Meglio così, boh.

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WHAAAAAAAAAA

A me la cosa che fa più paura, nei film, è quando inquadrano il morto da vicino, poi ancora più vicino, la musica sale e tu lo sai che lui si tirerà su e farà WHAAAAAAAAAAAAA, con la musica che diventa fortissima e tutti, anche se lo sanno, salteranno comunque sulla sedia.
Ecco, io non sono fatto, geneticamente, per reggere quel tipo di tensione.
Perciò evito i film dell’orrore che contemplino possibili morti che si svegliano all’improvviso (in verità li evito tutti, i film dell’orrore).
Ma quello che mi frega è che a volte i morti che fanno WHAAAAAAAAAAAA si trovano anche nei film di altro genere (tipo in Attrazione fatale che Glenn Close, abbondantemente morta, si tira su in un impeto finale che non serve a una mazza se non a farti venire uno scompenso e a me mi viene).
Così finisce che questa idiosincrasia la applico a tutti i film, anche quando non ha senso.
Tipo che sto vedendo un film drammatico nel quale la mamma muore e tutti piangono, la figlia si avvicina al letto dove giace il cadavere, l’inquadratura stringe sul volto della defunta e io, beh, tolgo il volume.
Perchè ho scoperta che posso sopportare il morto che si sveglia, purchè silenziato.

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Altri servizi

Il mio bancomat ideale è una macchina che mi riconosce, anche dall’odore se preferisce, quando ancora sono a qualche metro di distanza.
Legge nella mia mente il PIN e quanto intendo ritirare. Tira fuori le banconote e le tiene strette fino al mio arrivo.
Tempo sprecato per il bancomat, secondo il mio ideale, zero.
Io non chiedo al bancomat di riconoscermi o di propormi dei piani finanziari. Gli chiedo di darmi i soldi in fretta, perchè io sono sempre di fretta anche quando non ce n’è bisogno.
Ci sono invece queste persone che si approssimano al bancomat come a un esame fondamentale della loro vita.
Li immagini che si stiano preparando da giorni, uh devo andare al bancomat, chissà stavolta come va.
Lo capisci quando te li trovi davanti e con la loro esasperante lentezza estraggono il tesserino dal portafoglio, pensano, digitano il PIN, pensano, e così via.
Ci mettono sempre troppo tempo, forse provano tutte le opzioni richieste, prelievo, carte, ricariche, altri servizi, sì, forse vanno a vedere cosa diavolo sono questi altri servizi.
Fatto sta che, per i miei gusti, ci mettono troppo tempo.
E spiace dirlo che di solito in questa categoria sono soprattutto donne, anche se qualche uomo capita.
Il mio amico Stefano, ad esempio, non l’ho mai visto fare un bancomat ma un’idea ce l’avrei.

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Uno dei tre libri di cui dicevo ieri è “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo.

– E’ un libro che si legge in fretta.
– E’ un libro divertente, a tratti spassoso (il mio brano preferito è quello su “Non amarmi”).
– Ma qua e là ha anche momenti di buona poesia (e lì c’è quel racconto dei tre momenti della sua strada).
– Spesso sembrano post di blog.
– E alcuni sembrano scritti da Bonino.
– E’ uno di quei libri che quando leggi le situazioni che racconta ti ci riconosci.
– Io mi ci sono riconosciuto spessissimo, ad esempio.
– E’ uno di quei libri che pensi “che ci vuole a scriverlo”, ma poi non lo sapresti fare.
– Fa venire voglia di leggere qualcos’altro dello stesso autore.
– Se doveste leggerlo in pubblico, sappiate che può capitarvi di ridere a voce alta.
– Non ho capito perchè “Quando è morto il canarino” sarebbe un momento di trascurabile felicità.
– E’ un po’ come quei film che vanno ora (Maschi contro Femmine contro Maschi contro Genitori contro Figli). Magari non ti resta niente ma mente lo stai vedendo ti diverti, ti identifichi e ti senti intelligente.
– Vale comunque la pena.

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Cose diverse

uno
Metto sul blog, tempo fa, un racconto nel quale un tizio uccide il suo migliore amico perchè non lo cagava abbastanza.
Ieri trovo il commento di una bimbaminkia che dice una cosa tipo “Sai xkè nn t caga? Perchè 6 SFIGATO”.

due
Già più volte ho detto della mia bulimia esistenziale, che mi porta a fare più cose di quelle che il tempo mi consente.
Per esempio nello spazio che sta tra la cena e l’andare a letto cerco di infilarci una puntata di Misfits, una di Romanzo Criminale, qualche capitolo di uno dei tre libri che sto leggendo, un’occhiata all’ultimo Internazionale, qualche tempo con mio figlio, un po’ dei suoi cartoni per sapere di cosa parla nel resto della giornata, qualche brano di televisione, una partita a un gioco scemo che mi azzera il cervello (ora è Bookworm, per dire).
Purtroppo queste cose non possono essere fatte (quasi nessuna) a due alla volta, per ottimizzare.
Mi piacerebbe avere quattro occhi, o dieci orecchie, o un paio di teste.
E comunque andando a letto alle dieci non basterebbero.

tre
Giovedì prossimo si va a Roma con Micol, che continua a dare delle soddisfazioni.
Alle 16.30 siamo alla Casa della Memoria, incrociando il possibile.
E se va male, via con le barzellette antisemite.

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Bye Bye Bruno’s

Da sabato, caro Bruno’s, non ci sei più, ma noi vogliamo ricordarti come se non te ne fossi mai andato.
Ci mancheranno i tuoi menu arditi, che si riproponevano di offrire piatti elaborati come un ristorante al prezzo di un misero buono pasto.
Ci mancherà la pace che garantivano i tuoi spazi vuoti, la musica brasiliana che usciva dallo stereo pronta ad accogliere una clientela che, purtroppo, non è mai arrivata nella quantità che avrebbe garantito la tua sopravvivenza.
Ci mancheranno persino le tue improbabili cameriere, sì, persino la marocchina bionda dalle calze soventi smagliate sulla cui vicenda umana si sono dipanate le curiosità degli scarsi clienti fissi tra i quali, lo diciamo ancora di più oggi, ci annoveriamo con orgoglio.
Mancherà il tuo caffè, che in verità mancava anche prima perchè tu avevi scelto, diverso nella tua genialità, di propinare una gigantesca moka che quasi nessuno sceglieva, preferendo il banale espresso al bar accanto.
Mancherà il maxi schermo, che chissà dove sarà ora, che quello ancora era buono.
Mancherà il mobile dei vini, che tu dicevi di aver fatto personalmente, e che già all’apertura traballava pericolosamente, foriero di un malvagio aruspicio che tu non hai voluto ascoltare.
Senza rimorso nè rimpianto possiamo dire di aver provato a diffondere nel mondo la tua ardita filosofia, di aver volato con te e quindi, oggi, con te aver fallito.
E a chi dice che abbiamo contribuito, con la nostra spilorceria, alla tua fine, a loro rispondiamo con forza che il nostro amore per te andava al di là del risparmio e che avremmo potuto offrire due, persino tre buoni pasto per quello che offrivi.
Potevamo, ma abbiamo scelto di non farlo, perchè dovevi farcela con le tue gambe, dovevi crescere.
Ma ora, Bruno’s, non è il tempo di piangere.
E’ il tempo di mettersi alla ricerca di un nuovo locale che sappia sognare come hai sognato tu.
Che abbia spazio e silenzio per leggere a pranzo, che faccia in fretta a farti mangiare, che proponga elaborate pietanze di pesce a prezzi da miseria.
Forse un giorno sparirà anche lui, ma intanto saranno passate settimane, mesi, pause pranzo, buoni pasto.
Ciao Bruno’s, che il fallimento ti sia lieve.

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Flashanze romane

uno
Entriamo in Piazza Navona e c’è l’universo mondo perchè c’è la Befana.
Ci spostiamo in via del Corso e c’è l’universo mondo perchè iniziano i saldi.
Proviamo a prendere il metro a Spagna ma chiudono la stazione.
Perchè l’universo mondo non ci sta.

due
Sempre un’occhiata a Caravaggio quando passo da San Luigi dei Francesi.
– Franci, fai il segno della croce.
– Non so più come si fa, è dal 22 dicembre che non vado all’asilo.
Ed è un asilo di suore.

tre
Idea, il pranzo al McDonalds (una delle tante prime volte di Franci in questa vacanza).
Solo che altre centinaia di persone hanno avuto la stessa idea.
Scelgo la fila sbagliata, nella mia c’è un ragazzotto tipo Andrew Howe che volutamente fa le cose piano, ridacchia, fa finta di dimenticarsi quello che gli hai chiesto.
Qualcuno lo insulta, ma è peggio.
Io esercito tutta la mia pazienza, anche quando la fila, già lenta in modo esasperante, viene paralizzata da una cicciona vegetariana che dal fondo passa alle amiche davanti le sue – ovviamente inaccettabili – richieste.
No, non si possono togliere gli hamburger dal Big Mac. No, senza Big Mac non hai diritto alla mousse gratis.

quattro
Termini è bellissima, anche la sera.
Non sto a dirvi del Colosseo e dei Fori, che quello già lo sapete.

cinque
San Pietro.
– Franci, vuoi mandare una cartolina a Suor XXY?
– No.
– Ma le farebbe piacere ricevere la cartolina del Papa con il timbro del Vaticano!
– No.

sei
Tra l’altro ci sono quasi più immagini di Wojtyla che di Ratzinger.

sette
Arrivo a Trastevere e scelgo un ristorante tipico, nel quale eravamo già stati dieci anni fa nel nostro altro viaggio.
Mi siedo e faccio l’errore di leggere sul cellulare le recensioni di TripAdvisor.
Disastrose, del tipo “alzatevi e scappate”.
Mi sarò fatto influenzare, ma ho mangiato male.

otto
Abbiamo invece ritrovato, uguale, il proprietario del ristorante vicino a Piazza Navona in cui andavamo sempre nell’altro viaggio.
Per noi quell’archetipo di ristoratore romano era rimasto un mito e in questi dieci anni ci siamo trovati spesso a citare le sue frasi.
Stavolta lo saluto, gli ricordo le chiacchierate sulla sua lazialità e la mia juventinità.
Poi vado a recuperare al tavolo l’ambaradan, intreccio il passeggino in un filo e sbatto a terra una abat-jour, che si spegne.
Non oso voltarmi, ma dal fondo sento “Lasci, lasci! E Forza Juve…”

nove
L’ultima mattina c’è il sole e camminiamo tra i Fori e il Palatino.
E’ che Roma è così bella, comunque ti volti, che quasi non ci credi (a parte, come già detto, Termini).

dieci
Il viaggio di ritorno inizia sotto i peggiori auspici. Odore di fumo, visione di fumo, fumo.
Ci fermiamo a Civitavecchia con un freno bloccato che fuma bianco come nemmeno per il Papa.
Scene di panico di una signora, isolata, che costringe il povero marito a scaricare i bagagli e ad abbandonare il treno.
Poi prova, urlando, a convincere tutti a scendere.
Nessuno la caga.
La vediamo allontanarsi, piccola, sul marciapiede, al fianco il marito atterrito.

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Gioie e dolori

Talvolta quello che a noi dà felicità finisce, in un modo o nell’altro, per fare soffrire quelli che amiamo.
Per esempio quello che mi appresto con magno gaudio a fare (prendere le valigie in soffitta, riempirle, partire) getterà nella prostrazione il gatto Paciugo, che credeva ci fosse un gentlemen’s agreement secondo cui non saremmo mai andati in viaggio prima di giugno.
Vabbè, se ne farà una ragione.
Ma non prima di unghiare le valigie fino a cercare di forarle, non prima di piazzarcisi sopra fino a ricoprirle di pelo, non prima di infilarcisi dentro scompigliando la roba piegata.
Di più non può fare, manca del pollice opponibile.

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