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Archive for marzo 2011

Della guerra mi piacciono le immagini in televisione, che è come se fossero i migliori effetti speciali dei film ma invece è tutto vero, mi piace quando si vede il mirino del caccia che riprende un obiettivo e poi, dopo un paio di secondi, l’obiettivo esplode, come nel miglior videogame ma invece è tutto vero.

Della guerra non mi piacciono i profughi, che sbarcano a Lampedusa e magari ti sei comprato una casa da affittare e ti salta la stagione, che a chi la affitti con ‘sto casino, e poi finiscono tutti in giro per l’Italia a farsi i cazzi loro, a rubare e a stuprare, e non siamo capaci di buttarli fuori e se ne approfittano.

Della guerra mi piace che la segui come fosse il campionato, anzi meglio perchè da un po’ di anni il calcio mi ha annoiato, e ora che c’è la guerra puoi guardare il sito di Repubblica per vedere se i ribelli hanno riconquistato Misurata o Brega, che prima non sapevi nemmeno dove fossero e tra un mese non lo saprai di nuovo, invece ora commenti con i colleghi come fossi l’esperto di turno.

Della guerra non mi piace che aumenta il petrolio, e quindi la benzina, anche se in verità la guerra c’entra un cazzo con l’aumento della benzina, che aumenta quando vuole, solo che ora hanno la scusa e la aumentano di più e a me non bastano cento euro per un pieno al Q5, fanculo.

Della guerra mi piacciono i servizi degli inviati, che li vedi lì in mezzo ai combattimenti e pensi quanto ti piacerebbe, una volta nella vita, essere al loro posto, poi però ogni tanto ne seccano uno e allora ti dici che è meglio non esserci, ti piace guardarli che parlano fissando nella telecamera, un po’ sudati e un po’ affannati, con alle loro spalle la gente che spara e pensi come fanno a non avere l’istinto di voltarsi.

Della guerra non mi piacciono le ipocrisie, questa storia dell’intervento umanitario, la Costituzione, quel verbo, ripudiare, che magari quando l’hanno scritto aveva un senso, c’era tutto distrutto dai bombardamenti, ma ora che senso ha, cambiatelo, quell’articolo ridicolo, mettete che l’Italia, se c’è bisogno, la guerra la fa.

Della guerra mi piacciono gli aerei che hanno lo squalo disegnato sul muso, i nomi e i numeri delle forze in campo nelle tabelle sui giornali, le cartine con le freccette, le frasi sui missili, i piloti che spiegano, al ritorno, quello che hanno fatto, l’orgoglio dei politici, l’orgasmo dei militari.

Della guerra non mi piacciono i pacifisti, che mettono le loro bandiere multicolori a prescindere, e lo fanno sapendo che non serve a un cazzo ma gli basta farlo per sentirsi meglio, tanto la gente come loro non è mai servita a niente nella storia.

Della guerra mi piace quando finisce, che c’è da ricostruire quello che hai buttato giù, da rivendere le armi che hai fatto esplodere a quello a cui le hai distrutte, da mandare le medicine e la roba da mangiare, e per uno o due giorni sembra che ci sia la pace e la democrazia.

Ma mi piace soprattutto che poi ricomincia.

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Critica negativa

Il mio racconto per “Schegge di liberazione 2011” non è piaciuto nemmeno a mia mamma.
Quindi deve essere davvero una schifezza.

(prossimamente su questi schermi)

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A Spezia c’è un palasport evidentemente sproporzionato alle esigenze della città e dotato di acustica e logistica pessime, usato poco e niente per i concerti e persino snobbato dalla squadra di basket di A/2 che preferisce giocare altrove.
Quindi il suo destino sarebbe di diventare pellet se il suo difetto principale, la presenza di molti spazi inefficienti, non si fosse trasformato nella sua salvezza: è diventato la fabbrica dei campioni.
Perchè noi genitori di oggi, benestanti e vagamente pirla, abbiamo la fissa che già dai tre anni i nostri figli debbano iniziare uno sport, e allora li gettiamo in gelide piscine dalle quali emergono con otiti e febbre, pressiamo per capire quando si può iniziare con la pallavolo, con il basket – sport di squadra che forgino il loro carattere -, finiamo a iscriverli a ginnastica artistica e judo, che anche se sei piccolo ti fanno correre e danni non ne fai.
Negli anfratti del palasport, in un normale pomeriggio, vedrete torme di bambini in kimono o in tutina vagare cercando di evitare le schiacciate di quelli che fanno volley e scartando i pivot del basket. Giusto dopo essere passati dagli spogliatoi che sono tipo gironi infernali, nei quali questi atleti in erba espletano le loro normali funzioni di bambini urlando e giocando e tirandosi le cose.
Si vedono subito le diverse tipologie di genitori: ci sono quelli convinti, che magari hanno già fatto lo stesso sport e chiedono al maestro con insistenza le percentuali del figlio di diventare olimpionico. Ci sono quelli distratti, che sbadigliano e sentono la musica nelle cuffiette. Ci sono quelli che sperano che il figlio non diventi grasso come loro.
E poi ci sono quelli, come me, che guardano perplessi il loro piccolo campione cercando di togliersi dalla testa quell’idea che quel tipo, davvero, sembra nato per fare dell’altro.
Poi è già ora di tornare agli spogliatoi, dribblando le patatine del bar e i bambini che escono da artistica, bimbe in chignon e maschietti in mutande di Borat.
Esci e vedi quelli che tirano con l’arco. Pensi che forse. Chiedi da che anno si può cominciare. No, troppo tardi. Mi sa che lo ributto in piscina.

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Mani di burro

Dovrei mettere a profitto la mia maldestria.
Tutte quelle volte che mi sfuggono le cose di mano, e magari provo a pararle con il piede con il risultato che le colpisco forte e volano via.
Quella che ho lanciato un oggetto pensando che andasse lì e invece è andato là ed è finito in testa a uno.
O quando scontro le cose, che io scontro sempre le cose e le faccio cadere, e mi muovo male e le scontro con la schiena o mi muovo con attenzione e le scontro con la parte della giacca che sblusa e alla fine, comunque, le scontro, e alla fine, comunque, cadono.
E’ un talento, credo, anche se il mondo non lo apprezza granchè se stiamo alle espressioni della gente che mi vede all’opera e alla nomea che mi sono fatto tra colleghi e amici.
Eppure deve esserci qualcuno che cerca un maldestro così maldestro come me.
No so, una ditta che deve verificare se i bicchieri che produce scivolino dalle mani dei clienti.
O uno che deve fallire e vuole distruggere le scorte.
Deve esserci qualcuno.
Solo che se ci fosse l’avrei già scontrato.

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L’altra sera ho fatto vedere al tipo come funziona Google Earth, così si impara un po’ di geografia.
Mi ha chiesto come si trova casa nostra e ha guardato con attenzione le cose che facevo.
Con discreta attenzione, direi, visto che il giorno dopo l’ho beccato mentre metteva su casa nostra un pin con scritto “casa dove abitano un gatto e un banbino”.
Banbino, con la n, capite perchè l’ho cazziato.

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Senza se e senza boh

Eravamo così convinti che non esiste nessuna guerra giusta, senza se e senza ma, il mio nome è mai più e così via.
Poi nei giorni scorsi abbiamo quasi atteso che l’ONU, o chi per esso, decidesse di fermare la carneficina di Gheddafi.
E ora ci troviamo dentro una guerra, stavolta in prima fila, senza l’ipocrisia dell’intervento di pace, altro che se e ma.
Siamo dentro allo stesso meccanismo di propaganda dell’Iraq e dell’Afghanistan, la conta dei Pershing, la diretta dei mezzi esplosi, dilaniati all’idea che quelle cose contro cui ci siamo battuti l’altra volta, l’idea della guerra necessaria, stavolta passi sulla nostra pelle.
Di sicuro passa su quella di Napolitano, sponsor esplicito dell’operazione, su quella del governo, che per una volta si è fatto trascinare dagli eventi, se esistesse anche su quella dell’opposizione.
E noi guardiamo i botti e pensiamo alle distruzioni e alle ricostruzioni, alle armi esplose e a quelle da ricomprare, a un popolo che forse andava aiutato e lo stiamo facendo.
O forse è l’ennesima presa per il culo, e stavolta nemmeno ci fa male.

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“Se un alieno atterrasse sul nostro pianeta inondato di luce solare, rimarrebbe stupefatto scoprendo che noi riteniamo di avere un problema energetico, e che abbiamo perfino pensato di risolverlo avvelenandoci con i combustibili fossili o il plutonio.
Immaginate di imbattervi in un uomo ai margini di una foresta, sotto un diluvio di pioggia. Quell’uomo sta morendo di sete. Nella mano ha un’accetta con la quale abbatte alberi per succhiarne la linfa dai tronchi. Ogni albero ne produce pochi sorsi. Intorno, è tutta una devastazione di piante senza vita, non si sente più il canto degli uccelli e l’uomo sa che la foresta sta scomparendo. Allora perché non rovescia il capo e non si disseta? Perché è esperto nell’abbattimento degli alberi, perché ha sempre fatto cosi, perché considera sospetto chi raccomanda di abbeverarsi di pioggia. La luce del sole è come quella pioggia. Una fonte di energia che inonda il nostro pianeta, ne condiziona il clima e la sopravvivenza. Si riversa costante su di noi, una dolcissima pioggia di fotoni.”

Ian McEwan, Solar (un libro divertente, bellissimo, minuzioso, profetico)

(passo citato anche nell’editoriale dell’ultimo numero di Internazionale)

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