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Archive for aprile 2011

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Charlie Chaplin diceva che a fare un figlio a 73 anni il problema non è il fatto di farlo, ma la difficoltà di tenerlo in braccio.
Il mio Honda Bali, ad esempio, che di anni ne ha 14 (più o meno come i 73 dell’essere umano), non ha mai faticato ad accendersi nè a correre, anche quando viene rimesso in moto dopo un inverno fermo sotto pioggia e gelo.
Però continua a rompersi il cavalletto.

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Uno che conosco si è trovato in una situazione imbarazzante.
Doveva andare a una visita medica che contemplava l’eventualità di restare in mutande.
Solo che prima di fare la visita è andato a fare la pipì e, come capita anche se non dovrebbe, quando si è rivestito si è accorto che sugli slip era comparsa una gocciolina.
Quello lì che conosco è andato in paranoia immaginando che di lì a poco sarebbe stato invitato a entrare, a svestirsi e già aveva degli slip bianchi che neanche il nonno di quello che conosco, e poi c’era la goccetta.
Quello lì che conosco ha eseguito alcuni pallidi tentativi di intervenire meccanicamente, asciugando la macchiolina con la scarsa aria prodotta dal muoversi rapido della mano, poi ha soffiato da lontano.
Infine si è arreso.
Per fortuna, perchè a volte la fortuna arride a quelli che conosco, la visita di quello che lo precedeva è durata più a lungo, il clima era secco, forse gli slip hanno capito e si sono aggiustati da soli.
Comunque quando toccava a lui tutto era tornato a posto.

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Ieri ho visto il manifesto funebre di un tale Mario Monti.
Non si è deciso neanche da morto.

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E se perdo?

Una volta, tipo dieci anni fa, ho fatto un torneo di ping pong. Che erano, tipo, altri venti anni che non giocavo a ping pong, e comunque ero scarso anche allora.
Arrivo a questo torneo con la mia Stiga 2000 (dove 2000 era un auspicio per una data che allora sembrava lontanissima, dico quando l’ho comprata) riesumata in soffitta e un po’ appiccicaticcia nella gomma.
Quando tocca a me vedo che il mio avversario è un bambino. Sette o otto anni.
Dico vabbè.
Ai primi colpi che mi spara contro sento il mio polso scricchiolare pericolosamente.
Poi vedo che dà un’occhiata alla mamma, un’occhiata che diceva più o meno così.

B – Mamma, questo è scarso.
M – Dai, gioca piano. Come se fossi con quel tuo cugino disabile.
B – Ma quello senza gambe?
M – Sì. Quello cieco.
B – Ma il bambino o la scimmia.
M – La scimmia.
B – Ok, gioco così. E se perdo?
M – No, non perdi.

Infatti non ha perso.

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G.I.A.

A volta faccio cose stupide e mi chiedo se le fanno anche gli altri o se le faccio solo io.
Penso che le facciano anche gli altri, magari se pazzi o scemi, e a volte vedo un film o leggo un libro in cui un personaggio le fa e allora mi rincuoro, anche se il personaggio è pazzo o scemo e avrei poco di cui rincuorarmi.
Per esempio una volta ho visto Jack Nicholson che in un film camminava senza pestare le fughe tra le piastrelle e io mi sono detto che allora non ero l’unico, che io in un periodo della mia vita lo facevo ma ora va meglio, grazie.
Comunque, era per introdurvi ai G.I.A., i gesti inutilmente anticipatori.
Che sono quelli che si fanno quando si ha fretta e si vorrebbe fare prima del tempo che ci vuole e allora si fa una cosa stupida che ci fa sembrare che si fa prima.
Per esempio quando le persone sul treno si appropinquano alla porta con grande anticipo rispetto alla loro stazione e soprattutto (qui sta il G.I.A.) tengono in mano le chiavi della macchina impugnando quella dell’accensione. Risparmio di tempo: zero.
Oppure quando accendi il fuoco prima ancora di mettere l’acqua nella pentola, conscio che comunque il tempo necessario per cuocere la pasta non cambia con questo inutile anticipo. Risparmio di tempo: zero.
O ancora quando si tira l’acqua (noi maschietti, per le femmine è impossibile salvo capacità di contorsionista) prima di finire di fare la pipì. Con l’aggravante che se la pipì dura più a lungo del previsto si dovrà tirare l’acqua di nuovo. Risparmio di tempo: zero. Consumo di acqua: doppio.
Sono sicuro che in qualche film c’è questa cosa dello sciacquone anticipato.

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Aggiungiamo l’ultima di oggi: se ti fanno male i muscoli è perchè non sai respirare durante la corsa e si forma troppo acido lattico.
Non immaginavo, ma il mondo è pieno di esperti sulla corsa.

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Domenica a Sarzana c’era la Sagra delle Nocciole, cioè la festa patronale.
Stavo guardando una bancarella di ombrelli il cui titolare aveva ben pensato, per mostrarne la flessibilità, di appenderli al soffitto con (cavolo, è difficile da spiegare)… ecco, immaginate che il manico dell’ombrello sia appeso in alto e la punta sia verso il basso, con la parte di tessuto (quella che copre) girata al contrario a creare una cupoletta verso il pavimento.
Insomma, non so se si è capito, ma facciamo finta di sì.
Fatto sta che al mio fianco si materializza una coppia.

Lei – Hai visto? Hanno inventato gli ombrelli al contrario.
Lui – Eh (ridacchia, pensando che scherzi).
Lei – No, davvero. Sono fatti perchè se hai delle cose da fare all’aperto li appendi in alto e sotto non ti bagni.
Lui – Ah (capisce che lei sta facendo sul serio, ma non ha il coraggio di accennare alla macroscopica minchiata che la testina della sua compagna e futura moglie ha partorito).
Lei – Sì, davvero un’idea geniale (si allontanano).

Per un attimo sono stato molto vicino a quel ragazzo, pensando a quello che lo aspetta.

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Le cose che ci siamo persi, io e Amedeo, sono parecchie.
E non dico di prima, di quando da ragazzi non potevamo mai fare quello che volevamo perché quelli erano tempi che la fame picchiava parecchio e prima di divertirti dovevi riempire la pancia e mica era facile.
Vero che noi eravamo privilegiati, con il nostro lavoro che ci metteva nelle tasche poche lire con le quali fare un’uscita con le ragazze che se eri fortunato veniva fuori qualcosa di buono. Io lo vedevo arrivare all’officina, la mani ancora sporche di grasso e il sorriso furbo, e capivo che era la serata buona, che aveva avuto le palanche.
L’ultima di quelle uscite era stata pochi giorni prima di quel luglio, la sera che io avevo compiuto diciott’anni e l’avevo preso per i fondelli perché a lui gliene mancavano ancora due, per compierli. Ci eravamo ubriacati, quella sera, e davvero ci sembrava che non ci saremmo più persi niente.
Poi invece era successo che ci aveva chiamati Mario, uno che lavorava con Amedeo, e ci aveva chiesto se eravamo buoni fascisti. Gli avevamo detto di sì, più per fare bella figura che altro. Allora ci aveva chiesto se eravamo pronti a fare la guerra perché la rivoluzione fascista riuscisse. E noi mica ne avevamo voglia, di fare la guerra, io poi figurati che mio padre l’avevo visto partire per l’ultima e tornare dritto nella cassa. Però quando ti trovi lì e hai detto sì la prima volta poi ti vergogni a far vedere che hai paura e Amedeo mi fissava come a spronarmi, dai, digli di sì, che noi ci stiamo a fare la guerra.
Così ci siamo ritrovati in questa storia.

Una mattina abbiamo lasciato Spezia su un camion e ci hanno portato, assieme ad altri ragazzi, fino a Pontremoli. Dove era arrivato uno importante, da Firenze dicevano, che ci doveva dire delle cose.
Raccontò che la settimana prima avevano arrestato un comandante fascista, Renato Ricci di Carrara. Stava marciando su Sarzana per dare una bella lezione a quella città piena di comunisti, l’unica, cazzo, l’unica che ancora si rifiutava di aprire un fascio.
Che lo capisci bene che poi se ne rimane una dà l’esempio alle altre, e allora hai voglia del culo che ci siamo fatti per piegare Spezia, Massa e le altre città, basta un attimo e i comunisti mettono i loro soviet dappertutto.
Io non lo sapevo cosa fosse un soviet, ma certo non mi sembrava il caso di chiederlo, quindi rimasi zitto ad ascoltare.
Ricci pensava di farla facile, invece a fregarlo furono i carabinieri che presero lui e tutti gli altri e li rinchiusero alla Fortezza Firmafede. I carabinieri, roba da matti. Che invece di difendere i fascisti prendevano le parti di quei rossi maledetti. Roba da matti.
Ma stavolta Sarzana la lezione l’avrebbe avuta davvero, perché mercoledì sarebbero venuti dalla Toscana tanti di quei fascisti che non se lo immaginavano nemmeno. Avrebbero portato armi e benzina, così da mettere in piedi una festa che non l’avevano mai vista prima. Si andava a liberare Ricci.
E noi cosa c’entriamo, chiese uno.
Voi, disse quello di Firenze, prenderete Sarzana dall’altra parte. Lasciate Spezia martedì e vi sistemate vicino ad Ameglia. Poi aspettate fino alla sera successiva che qualcuno venga a dirvi che tutto è pronto. All’alba di giovedì entriamo.
Ti succede che il giorno prima facevi l’operaio e pensavi alle ragazze e quello dopo ti apprestavi a fare la guerra, che poi noi ce la siamo persa, ma quello è un altro discorso.

La sera del 19, martedì, stavamo sul greto del Magra a fumare. Amedeo tirava i sassi sull’acqua e stava zitto, cosa insolita per lui che sembrava che non smettesse mai di parlare. Poi quel suo collega, che sembrava fare da capo, si avvicinò a noi con una giacca in mano. La porse a me e mi disse di provarla. Mi misi a ridere e lui mi disse ancora di provarla. Non mi andava, stretta di spalle. Invece ad Amedeo andava alla perfezione, e lui aveva un’espressione strana mentre la indossava, che lui una giacca non se l’era mai messa e allora l’ho preso in giro e gli ho detto se pensava di essere un attore del cinema.
Poi Mario ci disse di ascoltare bene. Nella giacca, dentro, avevano cucito un messaggio. Erano cose importanti, non ci doveva interessare cosa. Ci chiese se ci piaceva correre, perché l’indomani avremmo avuto un po’ di strada da fare. Saremmo partiti la mattina presto in direzione di Carrara, passando dall’interno che sul mare c’erano i posti di blocco. Arrivati all’Avenza avremmo incontrato i carraresi e avremmo dovuto dargli il messaggio. Bastava essere svelti di gambe, tutto lì.
E noi abbiamo detto di sì, anche se un po’ ci dispiaceva di lasciare quel gruppo, che all’idea di arrivare di qua con gli altri spezzini ci eravamo affezionati. E poi avevamo paura di andare da soli, ma quello non ce lo dicevamo nemmeno tra noi, pensa agli altri. Comunque abbiamo detto di sì, ed è andata come è andata.

Quando siamo partiti ancora era buio e si vedevano solo le lucine delle sigarette accese di quelli che non dormivano. Amedeo si è messo la giacca addosso, io ho preso il sacchetto con un po’ di pane e siamo andati.
Ma di strada ne abbiamo fatta poca. Perché forse si era sparsa la voce, ma quando siamo arrivati a Romito c’era un posto di blocco. Noi, l’avrete capito, non avevamo mica il sangue freddo. Io se mi mettevi in mano un pezzo da tornire ero il più bravo del mondo, ma non è che sapevo cosa fare se ti fermavano in un posto di blocco. Amedeo mi ha detto piano di stare calmi, che non sarebbe successo niente. Ma io quando ho visto che avevano i fucili contro di noi, quando li ho sentiti urlare, non ce l’ho fatta.
Ho preso Amedeo per un braccio e l’ho tirato dietro, giù per l’argine.
Ma anche lì di strada ne abbiamo fatta poca, si vede che quel giorno era destino. Pochi passi e li avevamo addosso. Giù botte e poi parlare. Quando ci hanno perquisito e hanno trovato il foglietto è successo il finimondo. Ci hanno preso, portato via e, insomma, ci siamo persi la giornata più importante.

Che poi quella giornata non è stata quel che si dice gloriosa, per la nostra parte. Ma il risultato è stato raggiunto, in qualche modo, e quella è la cosa più importante, dicono.
All’alba di giovedì, che noi eravamo già mezzi rotti dagli interrogatori, la colonna dei fascisti iniziò a marciare su Sarzana. La città era sotto assedio, non c’erano vie di mezzo. O stavi di qua, e difendevi le mura, o te ne uscivi ad attaccarle. Dicevano che gli anarchici avevano messo il tritolo nella torre di Piazza Mazzini, figurati. Tutti insieme, comunisti, socialisti, anarchici, quei matti degli Arditi, pronti a respingere l’attacco.
A capo della colonna fascista c’era uno che si chiamava Dumini, e dicevano che avrebbe fatto una bella carriera. Lui era impettito come un napoleone, bello convinto che in quattro e quattr’otto avrebbero fatto pulizia di quei quattro barboni che stavano là dentro. E allora sì che sarebbero iniziate le feste, la benzina c’era apposta, i bastoni anche.
Invece quando arrivò alla Stazione ebbe una brutta sorpresa.
C’erano i carabinieri, di nuovo, e poi la pubblica sicurezza e l’esercito. Tutti uniti a dirgli di tornare indietro, che dovevano rispettare la legge, che si vede che non lo sapevano che la legge ormai era una cosa molto relativa.
Dumini non perse la calma e pose le sue condizioni. Chiese la liberazione di Ricci e degli altri e solo allora se ne sarebbero andati. Che probabilmente non era mica vero, che se ne sarebbero andati, perché tutti quelli che erano venuti da lontano, fino da Grosseto, ormai si volevano divertire. Ma lui lo disse.
Poi però qualcuno sparò, gli uni han dato la colpa agli altri, ed è stato un macello. Alcuni dei fascisti sono stati ammazzati subito, altri sono caduti a terra feriti. Il resto della colonna, e parliamo di centinaia di persone, si è disperso in pochi minuti mentre da Sarzana arrivavano i rossi ad infierire e a quel punto la forza pubblica aveva il suo bel da fare per far tornare la calma.
Noi ci siamo persi tutto, l’assalto e la rotta. I ragazzi che sono stati caricati su un treno fatto partire frettolosamente verso Carrara e quelli che sono scappati nelle campagne, stanati uno a uno dalle bande dei contadini rossi. A chi gli è andata bene sono state botte, tante, agli altri forconi nella pancia e corde attorno al collo. Un macello, vi assicuro.
Ci siamo persi il momento in cui vennero liberati Ricci e gli altri, che al procuratore gli sembrava la cosa giusta da fare per fermare il casino, ed è perciò che vi dico che alla fine in qualche modo tutto quanto è servito.
Ci siamo persi il momento in cui la polizia scovava gli ultimi fascisti, nascosti sotto il letto del capostazione, e li scortava fuori dalla città, che ancora restava libera dal fascismo.

La storia dei due ragazzi spezzini la dissero subito, a Renato Ricci, non appena arrivò a Carrara.
Lui ordinò che fossero cercati dappertutto e quando seppe che non erano tra i prigionieri disse di continuare a cercarli. Che bastavano i sedici morti di Sarzana.
Ma la notizia del martirio non sfuggì alla propaganda fascista e in poche ore i nomi di Amedeo Maiani, sedici anni, e di Augusto Bisagno, diciotto anni, divennero pretesto per nuove violenze in tutto il Paese.
I loro corpi furono ritrovati una settimana dopo a Ghigliolo, sulla collina che porta a Fosdinovo. Sfigurati dalle torture, probabilmente uccisi dopo che avevano detto quello che sapevano.
Sarzana ebbe un governo democratico fino al 25 gennaio 1923.

(Questo racconto è stato scritto per l’iniziativa Schegge di liberazione 2011 e uscirà sul libro che raccoglie alcuni dei contributi inviati, presentato a Fossoli (Carpi) il 25 aprile. Ci sarà anche un e-book, vi saprò dire.)

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Ah, dimenticavo

Quel racconto che non piaceva a mia mamma, e che si chiama “Le cose che ci siamo persi (Sarzana, 1921)”, alla fine andrà (è andato? dovrebbe andare?) nel libro di Schegge di liberazione, in uscita il 25 aprile, forse, per un editore che non conosco al momento.
So di non essere molto utile così, magari per l’intanto lo pubblico sul mio blog.
Domani, tanto mia mamma l’ha già letto e non le è piaciuto.

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La gente si stupisce sempre quando dico che io, su dieci libri, nove li ho presi in biblioteca o me li sono fatti prestare.
E pensa, la gente, che magari è perchè sono pidocchietto, che poi sono anche ligure e la gente tende a seguire i pregiudizi geografici.
Invece non dipende da quello, vi confesso, non è che compro pochi libri perchè ho le braccine corte, come insinua la gente.
E nemmeno perchè mi occupano troppo spazio in casa, come pensa altra gente, meno comunque della gente che pensa che è un fatto di soldi.
Il problema, cara gente, è che io ho un rapporto strano con i libri.
A me un libro sul comodino, già una volta ne ho scritto ma mi ripeto perchè la gente è distratta, mi sembra un macigno.
Due, tre libri sullo scaffale che mi aspettano mi causano ansia da prestazione, mi mettono fretta nella lettura e abbandono precoce della tenzone.
Per me un libro deve essere cotto e mangiato, anzi colto e letto. Non deve stare lì ad aspettarmi.
In questo senso i libri della biblioteca, che sono un po’ le puttane del mondo della lettura, sono l’ideale.
Sono già passati in mille mani, qualcuno li ha maltrattati, qualcuno gli ha voluto bene.
Non si affezionano, non sanno più innamorarsi.
E, soprattutto, non si aspettano niente da te, ti perdonano un’imprevista defaillance perchè pensano che tanto, di lì a poco, saranno tra le dita del prossimo in lista.
Certo, se poi ti ci innamori sono cazzi. Perchè loro se ne vanno senza nemmeno una lacrima e non lasciano nemmeno il numero di telefono, al limite il codice ISBN per potertelo ricomprare, soddisfacendo con un surrogato la passione perduta.
Io però non faccio nemmeno quello, ora che ci penso.
Forse ha ragione la gente.

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