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Archive for luglio 2011

Il primo settembre sono due anni che sono in dieta.
Ed è un po’ come in Iraq: entusiasmo e successi all’inizio, speranze in una rapida soluzione, vittime innocenti, momenti di sconforto, richiesta di una exit strategy.
E tanta, tanta guerra di posizione.

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La volta che ho scoperto di non avere la telecinesi è stato qualche mese fa mentre mi trovavo seduto, per vari motivi non direttamente connessi al mio stato mentale, nello studio di una psicologa.
La maledetta aveva alle sue spalle una libreria, nella quale uno dei libri era infilato al contrario.
Intendo, con il titolo verso il muro e le pagine verso di noi.
Probabilmente, ma non ci giurerei, era anche capovolto.
Non sto a dire la sofferenza nello stare un’ora seduto ad ascoltare senza poter alzarmi e metterlo a posto.
Anche perchè sono certo che fosse una trappola, messa lì per scoprire nuovi ossessivi compulsivi.
Comunque mi sono trattenuto, anche se ho tentato in tutti i modi di metterlo a posto con la mente.
Ma niente, non ho la telecinesi.

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Una vetrina triste

Io al Canaletto ci andavo da piccolo e c’erano i frappè della Floriana e i bagoni.
Ci andavo perchè mia zia abitava lì, in un balcone tutto aperto ad altezza vertiginosa che in effetti forse è lì che mi sono venute le vertigini, nei pomeriggi che ci passavo.
C’ero spesso, tanto che è stato lì che ho saputo che sarebbe arrivato mio fratello, per dire.
Poi la sera scendevamo e c’era tantissima gente d’estate in giro per il Canaletto, e i più andavano dalla Floriana a farsi un frappè, cosa che a me sembrava sensazionale.
Purtroppo una sera ho notato che dai buchi in terra uscivano frotte di bagoni, scarafaggi intendo, e da allora ho avuto molta meno voglia di andare a prendere il frappè della Floriana e, in generale, di scendere da casa di mia zia.
Che poi magari era un bagone solo, ma io ero un bimbo che si fissava.
Vi racconto del Canaletto perchè ieri ho notato, per l’ennesima volta, il negozio con la vetrina più triste del mondo, che sta proprio lì, nella parte più decadente.
Non saprei dirvi di cosa si tratta, probabilmente in origine era un fotografo.
In vetrina però c’è un cartellino inciso, risalente credo agli anni Settanta, con scritto “Si eseguono lavori di sartoria”. E in fondo al negozio c’è un camerino improvvisato anche se non ci ho mai visto entrare nessuno.
Sempre nella vetrina c’è la foto sbiadita di una ragazza, un primo piano, e lì non posso nemmeno scherzarci sopra perchè magari è un lutto che ha avuto la signora, e lo tiene lì per quello.
A completare questo scenario curioso c’è un poster dei Pink Floyd, mi pare The Wall, sdrucito e scolorito, appeso anch’esso al vetro del negozio, e quello non me lo so spiegare in nessun modo.
Se ci passate fateci caso.

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E’ mezzanotte e ho appena finito di leggere l’e-book “Cicatrici”, organizzato dal gruppo di Barabba ed in particolare dall’ingenioso hidalgo carpigiano che va sotto il nick di Many.
E’ la quarta esperienza di questo genere organizzata da loro, dopo i due “Schegge di liberazione” e le “Cronache di una sorte annunciata”.
Ma mai come questa volta l’ho divorato, mi sono emozionato e sono soddisfatto di quello che ho letto.
Perchè questa volta gli oltre cento blogger sono stati chiamati a raccontare una cicatrice, la sua posizione, causa e conseguenza, e il risultato è stato che i più hanno rinunciato a giocare al bravo scrittore per lasciare spazio alle loro esperienze di vita, a volte comiche e a volte strazianti ma sempre vere.
Così leggi le cose che sono capitate a persone che, indirettamente, conosci e il carico emotivo del semplice racconto si moltiplica.
Ci sono passaggi strepitosi e incredibilmente, nonostante il tema si prestasse, le ripetizioni (stesse cicatrici, stesse esperienze) sono ridotte al minimo e c’è un intero campionario di taglia e cuci sulle più disparate parti del corpo e, qualche volta, dell’anima.
Il mio rammarico è di aver partecipato male a questa esperienza, inventandomi una storia invece che raccontandone una reale.
Così mi sembra di partecipare a una festa, la Festa della Cicatrice, presentandomi in maschera perchè avevo letto male il programma.
Pazienza, stavolta mi sono goduto le cose, bellissime, scritte dagli altri.

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Posizione
Sono due cicatrici, abbastanza simili.
Quella che si vede è sotto l’ombelico, sopra il pube, ed è lunga una decina di centimetri.
Quella che non si vede è da qualche parte lì attorno.

Cause
Mi piacerebbe dire che la notte in cui sei nato è stata la più emozionante della mia vita, ma non sarebbe vero. Ce ne sono state altre, di notti strane, prima e dopo.
Di sicuro la notte in cui sei nato è stata unica, scusa la banalità, perché in nessun altro momento mi sono sentita così felice e triste nello stesso momento.
A ripensarci mi sembra di sentire il momento in cui il bisturi del medico incideva il mio addome per il cesareo, che è impossibile che lo sentissi perché ero mezza rintronata dall’anestesia.
Eppure riesco persino a immaginare il calore della mani dell’infermiera che preparano la parte da incidere e spalmano il dinfettante, la luce della sala, il freddo della lama che mi taglia in orizzontale.
Riesco a immaginare te, che sei lì dentro e vuoi uscire, e a immaginare me, o almeno una parte di me, che spera che tu rimanga lì, che magari ti rifiuti di venire fuori, che non ce la fai a nascere per qualche inconveniente, che mi sollevi per aver evitato questa cazzata.
Invece sei nato, te ne sei fottuto dei miei pensieri malati e sei nato.
Per fortuna, dico oggi.
Allora ero solo una ragazzina terrorizzata, che sentiva il sangue uscire dalle sue nuove ferite.
Quella del cesareo, che qualcuno in qualche modo avrebbe richiuso, e quell’altra, dentro, che sarebbe toccato a me tamponare, cucire, asciugare.
Poi mi hai guardato, per la prima volta, nel modo mezzo cieco con cui guardano i neonati, e mi sono rassicurata che ce l’avrei fatta, a sistemarla.

Conseguenze
Mi piacerebbe dire che quelle sono le mie uniche due cicatrici, ma non sarebbe vero. Ce ne sono state altre, prima e dopo. E io ho imparato, anche grazie a te, a volergli bene alle mie cicatrici.
Specie a quella che non si vede, che mi ricorda di quando non ti ho voluto e di quanto, ora, ti voglio.

(Barabba, quello di “Schegge di liberazione” e di “Cronache di una sorte annunciata”, ci chiama di nuovo all’ibucchismo e ci chiede di raccontare/inventare/immaginare la storia di una cicatrice, specificandone la posizione, la causa e le conseguenze. Qui c’è l’e-book per intero. E’ gratis, ancora stavolta.)

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Si torna

Abbiamo conosciuto il vento della Sardegna, quello vero e incazzato che gli ombrelloni li devi legare al suolo con cinque corde e lui li strappa lo stesso. In verità ci eravamo già incontrati brevemente due anni fa, in un fine vacanza a Stintino in cui si faceva fatica anche a caricare le valigie sulla macchina dal maestrale che tirava. Ma quello era, appunto, un fine vacanza e solo curiosità. Quando invece sei in spiaggia e il vento ti frusta la faccia, beh, è un’altra cosa.

Abbiamo ammirato una serie di spiagge che per descriverle non basta il nero del font Arial 10 ma ci vorrebbe una tavolozza di colori e saperli usare e dipingere, che mi sarebbe sempre piaciuto ma non lo so fare e allora devo dirvele così. Bèrchida, ovvero montagne, dune, sabbia bianca e poi l’acqua, di questo colore.

Abbiamo attraversato le tante spiaggette di Cala Ghirgolu, acqua azzurra e rocce levigate dal vento. Visto la tartaruga, lo scoglio naturale decapitato dalle mani di un coglione che se l’è cavata con una multa o poco più.

Isuledda, Lo Impostu, Cala Brandinchi, sempre con il profilo della Tavolara sullo sfondo.

Abbiamo assaggiato la zuppa gallurese, in un agriturismo sulle montagne di Padru. Strati di pane raffermo bagnati in brodo di pecora alternati a formaggio. Delizia.

Ci siamo portati un po’ di Sardegna a casa, come sempre, con la voglia di tornarci prima possibile.

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Si va

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