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Archive for settembre 2011

Magari qualcuno mi prende per buliccio quando si accorgono che scruto con attenzione i tatuaggi sulle loro braccia e sulle loro schiene.
Perchè va da sè che il porto non sia l’ambiente più adatto per farsi cogliere in fallo con lo sguardo concentrato su un bicipite, specie se maschile.
Ma io, giuro, sono attratto dalla lettura dei tatuaggi come lo sono dalle pubblicità per strada o dalle scritte sulle t-shirt.
Niente di personale quindi, muscoloso operaio portuale, sto solo analizzando quello che ti sei dipinto sul corpo.
Anche se, devo dire, ho un debole per l’accostamento tatuaggio sacro-bestemmia.
Ci sono questi pezzi d’uomo che sfoggiano madonne sui muscoli mentre tirano madonne per la fatica del lavoro.
L’altro giorno uno aveva una lunga frase che attraversava il costato, tipo “in nomine patris”, poi scendeva sul fianco “et filii”, sull’inguine “et spiritus sanctus”, fino a sparire nei calzoncini.
Amen.

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Lupara bianca

Ieri ho ucciso una zanzara nel bagno del mio ufficio.
Non è che mi desse particolarmente noia, in verità.
Solo che ho sperato che qualche suo parente ne pianga la morte sul Facebook delle zanzare.
E che, per la teoria dei sei gradi di separazione, la notizia arrivi anche a quella che sta in casa mia.

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Oggi faccio io

Se c’è una cosa che odio sono i convenevoli inutili.
Non potrei mai fare il cerimoniere, l’ambasciatore o il nobile, quantomeno per il fatto che non sopporto di perdere tempo nel recitare formule vuote.
Faccio già fatica a dire “tutto bene?” quando incontro qualcuno, figuriamoci a imbastire tiritere di vuota formalità che non prevedono l’ascolto da parte di chi le recepisce.
Tra i convenevoli inutili che odio c’è la corsa a pagare il caffè.
I bar sono zeppi di questi gruppi di uomini o donne che sgomitano perchè tocchi a loro l’onere del pagamento e si protendono con banconote e buoni pasto verso il cassiere nel tentativo di superare il contendente.
La frase più detta nei bar italiani, per dire, è “oggi faccio io”. (La seconda è “mi passa la Gazzetta”).
La pausa al bar per me è fatta di due cose, il giornale e il caffè, e non contempla inutili e tediose gare a chi paga.
Quindi quando so che tocca a me dico prima di entrare poche ma sentite parole.
“Oggi faccio io. Lasciami fare colazione e non rompere i coglioni con la corsa alla cassa.”
Magari non sono simpaticissimo, lo so.
Ma lotto per un mondo in cui si fornisca al barista, a inizio settimana, il foglio excel con i turni del pagamento.
E ci si goda la colazione in pace.

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Cinque

Cinque, come il numero perfetto per fare l’amore con una donna. Prima e dopo la cena, prima di mezzanotte, prima delle tre e al mattino al risveglio, ora indistinta, se non devi andare a lavorare. Per arrivare a quelle cinque deve essere amore vero. E se è amore ti devi accorgere dopo ore ed ore che erano cinque.

dal racconto “Cinque”, in “Ottanta lettere” di Mitia Chiarin, Blonk Editore

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Vattene, ti prego

Non hai i requisiti per tenermi sveglio tutta la notte.
Non sei abbastanza carina, prima di tutto, anche se ammetto che preferisco le more alle bionde.
La tua voce è fastidiosa, e il fatto che tu ti ostini ad avvicinarti al mio orecchio per gridarmi le tue richieste non ti rende più gradevole.
Poi hai il vizio di toccarmi mentre dormo, che già fa caldo e si suda. E sembra che più sono sudato e puzzo e più sei attratta da me.
Ti insulto, chiedo il senso della tua esistenza e tu sembri non curartene.
Ti piace il buio, lo so, quando accendo la luce ti allontani subito.
Ma ora devi smetterla di pizzicarmi, di mordermi. Mi stai togliendo il sangue.
Mi prenderei a schiaffi a ripensare a quella volta che ti ho aperto.
Vorrei battere le mani e vederti sparire, vorrei stringerti tra le mie dita.
Zzzzzzzzzzz. Sciaf.

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Hombre

Se Palahniuk fosse nato dalle parti di Figline Valdarno avrebbe scritto un racconto bello come “Di numeri e di me”, vincitore della sezione Racconto del Concorso “Lama e Trama 2010”.
Invece Chuck si ostina a essere americano e a scrivere le storie di Walter e del suo coltello lama 22 per arrosti ci si è messo il grande Furio Ombri (Hombre), uno che fa un sacco di cose ganze e ora ha pure un blog, anzi un blogù
Minchiate a parte, leggetevi il racconto di cui sopra, che è spettacolo.

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Un’idea

Ieri sera mi è venuta un’idea per una cosa che devo scrivere.
Mi è venuta non appena ho spento la luce per dormire e questo è un guaio, perchè di colpo mi è passato il sonno e il cervello ha cominciato a costruire attorno a quell’idea, a mettere mattoncini di storia, a scrivere frasi, ed io ero sempre più sveglio e l’idea mi sembrava bellissima e avevo paura di perderla e ancora più paura che la mattina dopo mi sarebbe sembrata una cagata.
Per contro non mi sarei mai alzato a scriverla, perchè sono troppo pigro, e nemmeno mi sarei limitato a prendere appunti, che quando lo faccio l’idea mi sembra subito una cagata senza aspettare la mattina dopo.
Quindi mi sono rilassato, appoggiato alla mia idea e addormentato pensando che la prima cosa stamattina avrei scritto quella cosa.
Poi però ci sono state la doccia, la colazione, i risultati del fantacalcio.
E ora c’è da lavorare.
E comunque, vista adesso, quell’idea mi sembra una cagata.

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