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Archive for ottobre 2011

E’ stata tua la colpa

Quando succede una tragedia l’istinto è di cercare i colpevoli.
Solo che quando non si è lucidi si tende ad attribuire la colpa così, a casaccio.
Per esempio Maurizio Maggiani dà la colpa all’ingordigia degli abitanti delle Cinque Terre, uno su internet dà la colpa agli immigrati che fanno la danza della pioggia, i più se la prendono con i politici.
Ma molti, moltissimi, hanno detto che i responsabili sono gli ambientalisti che si oppongono alla ripulitura dei fiumi e che impongono leggi che vietano di portare via dal letto dei torrenti la legna da ardere.
Capito? La colpa non è di chi effettua scellerate operazioni sul territorio, di chi costruisce sugli alvei (Follo, Aulla, ecc.), di chi si intasca i soldi invece di pulire i fiumi, di chi non è capace della pur minima pianificazione strategica per la tutela dell’ambiente.
La colpa è dell’istituzione dei parchi. La colpa è dei verdi che difendono i rospi.
Così è più facile.

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Le trote di Memola

C’è un laghetto, a Memola, dove vive accalcata una popolazione di trote affamate. La gente va lì, getta l’amo e pesca, anche due o tre pesci alla volta, uno attaccato alla coda dell’altro. Poi va e paga quello che ha pescato, e ributtare in acqua non vale. Quello che peschi, però, lo puoi cuocere al momento su una griglia.
C’è un ponte antichissimo, nel borgo di Pignone, e lì vicino ci sono le cantine dove si lavora la salsiccia locale.
C’è un caseificio a Brugnato.
Ci sono le colline di Suvero, i Casoni e il paese di Veppo, dove una volta sono arrivato stremato dopo la passeggiata delle Stalle Aperte e la gente rideva guardando la mia faccia.
C’è Aulla, che Maggiani dice che è uno dei posti più brutti del mondo, giusto per dimostrare che anche le persone intelligenti ogni tanto perdono l’occasione di tacere.
Ci sono i cantieri del Magra, la gente che ci lavora, e il ponte della Colombiera che cade ogni anno con grande puntualità come una ricorrenza.
C’è la discesa a mare di Vernazza, dove sotto i portici si beve lo Sciacchetrà o almeno quello che fingono che lo sia.
C’è un parco giochi nella piazza del Comune a Monterosso, dove si sta per prendere ombra quando il sole è troppo forte per stare nella spiaggia del paese vecchio, che c’è, lì a pochi metri.
Ci sono i ristoranti, le enoteche, i souvenir, le cartoline, le borse stampate per gli americani, le acciughe sotto sale per chi ci capisce.
Ci sono i sentieri delle Cinque Terre, che non serve che dico altro, no?
C’è tutto, tranquilli, c’è ancora tutto, anche se leggiamo che sono stati cancellati, sono spariti, non ci sono più.
Invece ci sono, sotto il fango e i detriti. Qualcosa andrà ricostruito, ripulito, lavato.
Qualcuno riderà, come in ogni catastrofe. Di sicuro molti hanno già pianto.
Ma poi tornerà il sole, su questa terra di mugugnoni.

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Quando sono nato

Quando sono nato non me l’aspettavo che le cose sarebbero andate così.
Intanto pensavo di essere una femmina, non è che quando sei lì dentro, da solo, hai la coscienza della differenza.
Poi mi hanno chiamato Gianluca e io, nella mia ignoranza, pensavo che i nomi con la a finale fossero da femmina.
Per fortuna mi hanno messo della roba azzurra addosso e lì era chiaro: o ero un tifoso del Napoli – ma non mi sembrava – o ero un maschio.
Comunque non lo sapevo cosa mi aspettava.
Ho visto che avevo due genitori giovani e volenterosi, nessun fratello al momento.
Sarebbe arrivato molto tempo dopo, otto anni addirittura, e un giorno avrebbe votato Berlusconi. Ma io mica lo sapevo allora.
Non sapevo nemmeno che tipo di ragazzo sarei stato. Magari mi immaginavo come uno di quelli che scalano le montagne, scappano di casa o inventano la Apple.
E nemmeno che tipo di uomo sarei stato. Magari mi immaginavo un grande manager o banchiere o professore, e a un certo punto avrei potuto davvero diventarlo.
Ma alla fine non sono venuto così, nè scalatore nè banchiere. Pazienza.
Quando sono nato non sapevo che di lì a un po’, a un grosso po’, avrei incontrato la donna della mia vita e dopo un altro lungo po’ sarebbe venuto il mio bambino preferito.
E già quello basta a non rimpiangere nulla di quello che poteva essere, e non è stato.

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A un certo punto c’è questa scena in cui Leonardo ha appena saputo che la sua Beatrice sta morendo di leucemia.
Allora scappa da scuola dopo aver mandato a quel paese il professore e sparisce.
E quando lo trovano i genitori lo mettono in punizione per tutto l’anno.
Poi però il padre rientra nella stanza e gli dice (con parole di un retorico che non saprei ripetere) che lui una volta aveva lasciato la scuola per un buon motivo e che è orgoglioso di lui, che finalmente è un uomo, eccetera.
“Bianca come il latte, rosso come il sangue” di Alessandro D’Avenia – professore prestato alla letteratura e aspirante Moccia – è tutto così.
Leonardo parla in soggettiva come si suppone parli un sedicenne, facendo metafore che includono Nutella, Playstation e supereroi.
Ha un’amica fedele che è innamorata di lui e aspetta solo che l’altra muoia per prenderselo (ops, spoiler).
Ha un amico fedele con il quale fa gli sfidoni in motorino e le partite di calcio.
Alterna fasi di scoramento quasi prossime al suicidio con altre di entusiasmo irrefrenabile, spesso nelle stesse righe.
I genitori e in genere gli adulti non capiscono una mazza di lui e degli altri suoi coetanei, salvo poi dargli le dritte giuste al momento giusto.
Insomma, magari i giovani d’oggi sono davvero così e D’Avenia li conosce meglio di me.
Allora la prossima volta si faccia scrivere il libro da uno di loro, che magari la prosa è più decente.

(Perchè l’ho finito, vi chiederete. Per vedere Beatrice morire, non prima di aver lasciato un’ultima lettera insopportabilmente retorica. Perchè me l’ero imposto, visto che da un po’ di tempo abbandono i libri. Ma voi, che potete, non fatelo. O almeno leggetelo in cartaceo, che potete lanciarlo contro il muro quando l’irritazione supera il limite.)

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Improvvisi cambiamenti

D’improvviso fu l’aceto balsamico.
Che prima non c’era, se non a Modena (ovvio), nei migliori ristoranti e nelle tavole dei gourmet.
Poi cominciò ad allargarsi e piano piano si è preso tutto il mercato dell’aceto, e d’un tratto tutto ci siamo resi conto di come facesse cagare condire l’insalata con l’aceto di vino.
Oggi persino i bar più sfigati offrono la bottiglietta di balsamico e solo qualche locale urfido (tipo il Luci ai Macelli, qui vicino) si ostina a proporti la bottiglietta giallo urina dell’aceto di vino bianco.
E ciò nonostante ormai il balsamico di largo consumo sia sceso vistosamente di qualità e costi ormai quanto quello di vino.
Sono cose che capitano così, all’improvviso, che non sapremmo nemmeno dire quando è successo.
Un po’ come la storia di MTV, di come è diventata di botto una televisione inguardabile.
E’ successo, ma non saprei dire quando.

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