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Archive for novembre 2011

Sliding apples

Mi ha sempre affascinato la cosa delle sliding doors, di come la vita di una persona e chissà quante altre cose possano cambiare in base a una decisione.
Ieri leggevo la biografia di Steve Jobs e tra le molte cose interessanti mi ha colpito la storia di Ron Wayne, cofondatore della Apple con Jobs e Wozniak.
L’aveva voluto Steve, che riteneva necessaria la presenza di un arbitro che dirimesse gli inevitabili contrasti tra il suo carattere di testa di cazzo – del quale era conscio – e quello remissivo e angelico di Woz.
A Wayne diedero quindi, all’atto della fondazione di Apple, il 10% delle azioni.
Se avesse tenuto quelle azioni, stima l’autore della biografia Isaacson, oggi avrebbe un capitale di circa 3 miliardi di dollari.
Invece dopo pochi giorni si ritirò dalla partita, liquidato con qualche centinaia di dollari.
“Non avevo la stoffa per fare quelle cose”, disse, e si avviò a una vita “normale” dopo aver sfiorato l’eccezionale.
Però chissà, forse la sua uscita dalla Apple è stata la condizione essenziale affinchè accadesse quello che è accaduto.
Forse avrebbe ucciso Steve dopo una delle sue sfuriate. Lui sarebbe in galera e noi senza iPad.
Chissà.

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Lavori usuranti

Ogni tanto sui giornali escono classifiche dei lavori peggiori del mondo. I più sporchi, i più schifosi, i più alienanti.
Ecco, c’è un lavoro che secondo me li batte tutti ed è quello dello sceneggiatore che scrive le storie del Trenino Thomas.
Già al solo nominarlo il mondo si divide in due. Da una parte i genitori di bambini in età prescolare, i quali – diciamocelo – lo odiano. Dall’altra quelli che fino ad ora ne ignoravano l’esistenza e che saranno talmente incuriositi da desiderare di avere prestissimo un bambino in età prescolare.

Per tutti loro: ecco a voi il Trenino Thomas.

Le sue vittime le pesca tra coloro i quali sono ormai annoiati dai dislessici Teletubbies ma sono ancora intimoriti dall’aggressività del Fantabosco (e dall’ambiguità dei suoi abitanti).
A questo target Thomas propone un’interessante alternativa, fatta di suadenti storie ferroviarie. I cui protagonisti sono treni che, come il titolare del brand, sono dotati di una curiosa facciona che ne caratterizza il carattere e le relazioni con gli altri personaggi.

Così c’è il treno simpatico, quello svampito, quello spericolato. E quello burbero e incazzoso, Gordon, la cui curiosa somiglianza con Pippo Baudo non lo preserva dagli scherzi ai quali lo sottopongono i più giovani e intemperanti locomotori.

Questo in breve il binario sul quale scorre il cartone animato (si noti la sottile metafora). Ma la cosa che mi preme sottolineare, quello che rende infernale il lavoro degli autori, è il contenuto, il plot, la trama.
Perchè i treni sono per loro stessa natura inchiavardati a un monotono percorso. Partono da una stazione, arrivano a un’altra. Sbuffano, fischiano. Quando va bene deragliano, se proprio è una giornata magica qualche suicida ci si butta sotto (ma questo argomento è, come capite, off limits nel caso del Trenino Thomas).

Quindi agli sfortunati autori, che devono scrivere migliaia di puntate, non restano che due alternative:

a) dare le dimissione e passare allo staff del Postino Pat, che nel suo piccolo offre varianti interessanti (sparisce il gatto, ritrovano il gatto, sparisce una lettera, ritrovano una lettera);

b) inventarsi storie che giocano tutte sulla mimica facciale delle locomotive, farle ridere e piangere mentre stanno in surplace, quasi una variante cartoon del teatro del No.
Questo, più o meno, fanno. E questo rende lo stramaledetto Trenino irresistibile per i piccoli, specie se fan di treni, autobus e camion come quello che mi fa compagnia quando guardiamo Thomas.

Avvertenza per i neofiti: se leggendo questo vi fosse venuta voglia di entrare nel mondo di Thomas sappiate che è un tunnel (ferroviario) senza uscita. E che, alla fine, rischiate di diventare così

(scritto nel novembre 2008, quando Franci era in pieno delirio Thomas, di nuovo attuale per lo switch off che ci ha riportato Rai Yoyo)

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Non è per te

Non è per te
che con i tuoi riccioli biondi
solletichi il mio viso
e provi a risvegliarmi.
Non è per te
travolgente ed effimera
come il calore del tuo bacio
come il rosso dei tuoi capelli.
Non è per voi,
scusate,
questa è una poesia da more.

(ispirato dalla vena poetica dell’amico Hombre di cui sopra)

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T’amo coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo a braccio e t’abbraccio coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo senz’apostrofo coll’apostrofo
ti amo a corpo morto, e come corpo morto cade
caddi in amore per dirla con l’inglese
caddie in amore per dirla con il golf
ti amo e t’abbraccio
senz’apostrofo e coll’apostrofo
e caddi in te per abitarti
senza pagare affitto
e spese di manutenzione ordinaria
ti amo di tacco e di punta
di diritto e di rovescio
ti amo per diritto di abitazione
senz’apostrofo coll’apostrofo.

(dal sempre brillante e divertente sblogs di Furio Ombri, hombre)

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Coco Pops (un racconto)

Il primo ad accorgersi che non c’ero è stato il mio maestro.
E’ entrato in classe e ha borbottato un saluto senza staccare gli occhi dalla Gazzetta. Si è seduto, ha allungato la mano verso il registro, ha battuto le dita sulla scrivania per far capire che era il momento di sedersi. Poi finalmente ha alzato lo sguardo sugli alunni e, atteso qualche istante che gli ultimi prendessero posto, ha cominciato a leggere i nomi.
Presente, presente, presente, finché è arrivato il mio e non ha risposto nessuno. Il maestro ha lanciato un’occhiata verso il mio banco, ha arricciato il naso per un impercettibile istante e poi ha continuato l’elenco, dopo aver appuntato la mia assenza.
Quando è arrivata la ricreazione quasi non pensava più alla cosa, se non avesse incrociato nel corridoio la segretaria. Si ricordò che era amica di mia mamma e distrattamente le chiese se avesse mie notizie.
Niente.
Il maestro alzò le spalle e si allontanò nel corridoio. Ma ormai il meccanismo era messo in moto.
La segretaria rientrò in ufficio e mentre sorseggiava il caffè della macchinetta digitò rapidamente un sms a mia mamma. Tutto ok, chiese, Gabriele sta bene?
Certo, rispose mia mamma, ci sono problemi? C’è che non è a scuola, rispose quella, e in un attimo nella testa di mia mamma cominciarono a girare le rotelline.
Provò a ripensare alla mattina, scorrendola all’indietro come un film. La riunione con l’odiosa direttrice, e prima il collega che ci provava con lei aspettandola in ascensore, e prima ancora l’autobus con la vecchia sudata che spingeva alle spalle.
E prima? Il portone, e prima ancora la colazione in casa, la rassegna stampa in tv, lei che pensava alla riunione che ci sarebbe stata nel pomeriggio e… aspetta, ma Gabriele non c’era a colazione, pensò all’improvviso. Nella sua mente distratta e affollata c’era il fotogramma con la tavola apparecchiata per due ma, boh, mancavo io. E non ricordava neppure, se è per quello, di essermi venuta a svegliare, di aver insistito due o tre volte come ogni mattina, di avermi sollevato di peso per portarmi in bagno.
Niente.
Dopo un attimo di panico mia mamma, alla quale si può riconoscere una certa distrazione ma certo non la mancanza di autocontrollo, cominciò a mettere ordine nell’improvvisa anomalia che le metteva sottosopra la giornata.
E individuò l’unica risposta possibile. Doveva essere colpa di mio padre.
Prese il telefono e lo chiamò immediatamente. Non poteva venire, disse la segretaria, stava devitalizzando. Allora mia mamma urlò come sa fare lei e lui smise di devitalizzare.
La cosa buona di mia mamma, oltre all’autocontrollo, è la sua capacità di sintesi. Bastò sentire il suo tono e decodificare le parole “Dove hai lasciato Gabriele, coglione” e a mio padre si aprì una voragine di senso di colpa.
Perché lui è fatto così. Prima ancora di realizzare che quel giorno era giovedì (e io il giovedì dormo sempre dalla mamma, perché lui il mercoledì sera ha il tennis), prima ancora di capire cosa stesse succedendo iniziò a cercare la scusa che avrebbe minimizzato il danno.
Ma questa volta, purtroppo, non c’era nessuna possibile via d’uscita. Papà non aveva nessuna idea di dove fossi.
Semplicemente sapeva, e se ne sentiva inconsciamente sollevato, che non ero con lui. La sera prima era al cinema con Marina, anche se doveva dire che era andato al tennis. Poi aveva dormito e stamani era venuto di filato al lavoro.
Giusto per togliersi l’ultimo dubbio scostò la tendina dello studio e guardò verso la sua auto, ferma nel parcheggio. Il seggiolino era vuoto, notò tirando un sospiro di sollievo. Non era uno di quei padri che dimenticava il figlio in macchina, almeno.
La telefonata, a quel punto, divenne convulsa. Papà e mamma si urlarono addosso usando i tradizionali argomenti dei loro litigi.
Lei tirò fuori le donne, il calcio, quella volta sulla superstrada (che non mi hanno mai spiegato cosa fosse successo, perciò la devo prendere così com’è). Lui maledisse la fissazione maniacale di mamma per il lavoro, che la distraeva da ogni altra cosa – figli inclusi! – e si vide costretto a ricordarle di quando mi mandò a scuola con il pigiama sotto i pantaloni, il che forse non era pertinente alla discussione ma si sa che quando si litiga si dicono cose poco sensate.
Poi mamma fece una specie di singhiozzo, e allora per la prima volta si resero conto che non sapevano dov’ero finito e smisero di litigare. Papà mollò a metà la devitalizzazione e la raggiunse.
A casa chiamarono le mamme di un paio di miei amici, che qualche volta mi avevano ospitato, ma nessuno aveva notizie. I loro figli erano a scuola, io non c’ero andato? Non è che potevano dirgli che non lo sapevano, quindi presero tempo.
Chiamarono i nonni, usando il tatto necessario per non spaventarli troppo. E si beccarono i loro insulti, che ai loro tempi i bimbi non si perdevano mica, che è colpa di questi computer, che le donne devono lavare i piatti a casa, che sono degli irresponsabili, eccetera.
Niente. Dai cuginetti niente. Dalla vicina di casa niente. Niente.
Alla fine per disperazione tornarono a scuola, che era quasi l’ora di pranzo. Arrivarono alla porta della mia aula, bussarono ed entrando mi videro, seduto al mio posto.
Mamma disse qualcosa tipo “ora facciamo i conti”, anche se io non capivo per cosa, visto che ancora non sapevo nulla di quello che era successo. Papà le chiese se ora poteva tornare alla devitalizzazione, il cliente doveva essere infuriato. Mamma disse di tacere e di aspettare.
Il maestro approfittò dell’attimo di impasse per dare un’occhiata alle probabili formazioni della giornata successiva, ma fu prontamente investito da mamma che lo tacciò di incompetenza per non sapere nemmeno se suo figlio fosse in classe o no. Aveva detto che era assente e invece suo figlio era qua.
Assente?, disse il maestro, che aveva già dimenticato quanto accaduto solo poche ore prima.
Assente?, dissi io. Veramente non ero assente. Sono stato nella quarta fino alla ricreazione perché il maestro mi aveva detto di seguire la lezione sulla guerra di Troia, in modo da raccontarla ai miei compagni nelle ore successive.
Giusto, disse il maestro, che ora si ricordava perché non c’ero all’appello.
Tutto, alla fine, era chiaro. Mamma liberò papà che scomparve in un attimo in direzione dello studio. Poi attese fuori che suonasse la campanella.
Quando uscii la vidi, in fondo al corridoio, che mi fissava con una faccia strana, come se ancora le mancasse qualcosa da capire.
Si accucciò per arrivare alla mia altezza, mi avvicinò al mio orecchio e mi chiese, in un sussurro, cosa avessi mangiato a colazione.
I soliti Coco Pops, risposi.
Fece sì con la testa e mi sembrò rassicurata.

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Blind test

Spesso mi capita di giocare con me stesso, di mettermi alla prova.
E’ un modo come un altro di sbizzarrire la mia scemitudine.
Per esempio, come ho già detto tempo fa, io non ho la memoria del gusto.
Cioè non riconosco le cose dal sapore se non le vedo, almeno escluso i casi più eclatanti tipo la cioccolata, che quella la annuso anche a chilometri di distanza.
Da qualche tempo ho scoperto all’Esselunga delle caramelle meravigliose, che si presentano in un sacchetto misto e impacchettate una a una, con colori e forme che ricordano quelle che nelle drogherie di una volta si trovavano nei cilindroni espositori.
Nel sacchetto sono mescolate, senza apparente logica, caramelle dei seguenti gusti: anice, salvia, ginepro, camomilla, liquirizia, chinotto, mirtillo, latte e menta e altre che ora non mi ricordo.
Il gioco, l’avrete capito, sta nel riconoscere le caramelle dal gusto aprendole senza guardare la confezione.
L’altra sera ero a teatro e mentre Albanese faceva scompisciare il pubblico dicendo cazzucazzu io ho estratto una caramella nel buio e l’ho depositata sulla lingua.
Va da sè che a quel punto il mio cervello era distratto dallo spettacolo, impegnato com’era nel disperato tentativo di abbinare le sensazioni con il ricordo.
Non è abbastanza dolce (no latte e menta), non rilassa (no camomilla), non mi ricorda il cinghiale marinato (no ginepro), non sa di Chinò (no chinotto).
Alla fine non ho indovinato ma a mia discolpa posso dire di essere stato ingannato.
Si trattava di un gusto mai presentato negli assortimenti precedenti, un’erba che non saprei nemmeno riconoscere se la vedessi in un campo, figurati il gusto.
Quale gusto è, al solito, non lo dico.

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Ogni tanto il mio lavoro ha dei colpi di coda, esce dal tran tran quotidiano e propone improvvise botte di vita.
Oggi, ad esempio, ho visitato un laboratorio in cui si lavora il merluzzo e lo si trasforma in baccalà.
Ci stai dentro cinque minuti, puzzi per giorni.
Puzzava persino il maglione che ho lasciato in ufficio per sottrarlo allo tsunami olfattivo.
Mi sembrava puzzasse qualsiasi cosa intorno a me, le navi, i container, la stessa acqua del mare.
Prima di arrivare a casa, docciarmi e mettere tutto in lavatrice ho dovuto fare un’altra commissione, in macchina con un malcapitato giovane che è entrato in ufficio dicendo la non certo originalissima “Cos’è questa puzza di pesce?”.
Mi sono giustificato, io mi giustifico sempre, poi lui ha detto “vabbè” e siamo andati.
C’è da dire che una volta giunti in macchina ha riconosciuto che non si sentiva più l’odore.
Forse perchè si era abituato – il merluzzo lo fa – o forse perchè la sua macchina puzzava di fumo che lo stesso merluzzo ha fatto una brutta faccia.
Io non ho chiesto giustificazioni però, non le chiedo mai, ho detto “vabbè” e siamo andati.

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