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Archive for novembre 2011

Sliding apples

Mi ha sempre affascinato la cosa delle sliding doors, di come la vita di una persona e chissà quante altre cose possano cambiare in base a una decisione.
Ieri leggevo la biografia di Steve Jobs e tra le molte cose interessanti mi ha colpito la storia di Ron Wayne, cofondatore della Apple con Jobs e Wozniak.
L’aveva voluto Steve, che riteneva necessaria la presenza di un arbitro che dirimesse gli inevitabili contrasti tra il suo carattere di testa di cazzo – del quale era conscio – e quello remissivo e angelico di Woz.
A Wayne diedero quindi, all’atto della fondazione di Apple, il 10% delle azioni.
Se avesse tenuto quelle azioni, stima l’autore della biografia Isaacson, oggi avrebbe un capitale di circa 3 miliardi di dollari.
Invece dopo pochi giorni si ritirò dalla partita, liquidato con qualche centinaia di dollari.
“Non avevo la stoffa per fare quelle cose”, disse, e si avviò a una vita “normale” dopo aver sfiorato l’eccezionale.
Però chissà, forse la sua uscita dalla Apple è stata la condizione essenziale affinchè accadesse quello che è accaduto.
Forse avrebbe ucciso Steve dopo una delle sue sfuriate. Lui sarebbe in galera e noi senza iPad.
Chissà.

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Lavori usuranti

Ogni tanto sui giornali escono classifiche dei lavori peggiori del mondo. I più sporchi, i più schifosi, i più alienanti.
Ecco, c’è un lavoro che secondo me li batte tutti ed è quello dello sceneggiatore che scrive le storie del Trenino Thomas.
Già al solo nominarlo il mondo si divide in due. Da una parte i genitori di bambini in età prescolare, i quali – diciamocelo – lo odiano. Dall’altra quelli che fino ad ora ne ignoravano l’esistenza e che saranno talmente incuriositi da desiderare di avere prestissimo un bambino in età prescolare.

Per tutti loro: ecco a voi il Trenino Thomas.

Le sue vittime le pesca tra coloro i quali sono ormai annoiati dai dislessici Teletubbies ma sono ancora intimoriti dall’aggressività del Fantabosco (e dall’ambiguità dei suoi abitanti).
A questo target Thomas propone un’interessante alternativa, fatta di suadenti storie ferroviarie. I cui protagonisti sono treni che, come il titolare del brand, sono dotati di una curiosa facciona che ne caratterizza il carattere e le relazioni con gli altri personaggi.

Così c’è il treno simpatico, quello svampito, quello spericolato. E quello burbero e incazzoso, Gordon, la cui curiosa somiglianza con Pippo Baudo non lo preserva dagli scherzi ai quali lo sottopongono i più giovani e intemperanti locomotori.

Questo in breve il binario sul quale scorre il cartone animato (si noti la sottile metafora). Ma la cosa che mi preme sottolineare, quello che rende infernale il lavoro degli autori, è il contenuto, il plot, la trama.
Perchè i treni sono per loro stessa natura inchiavardati a un monotono percorso. Partono da una stazione, arrivano a un’altra. Sbuffano, fischiano. Quando va bene deragliano, se proprio è una giornata magica qualche suicida ci si butta sotto (ma questo argomento è, come capite, off limits nel caso del Trenino Thomas).

Quindi agli sfortunati autori, che devono scrivere migliaia di puntate, non restano che due alternative:

a) dare le dimissione e passare allo staff del Postino Pat, che nel suo piccolo offre varianti interessanti (sparisce il gatto, ritrovano il gatto, sparisce una lettera, ritrovano una lettera);

b) inventarsi storie che giocano tutte sulla mimica facciale delle locomotive, farle ridere e piangere mentre stanno in surplace, quasi una variante cartoon del teatro del No.
Questo, più o meno, fanno. E questo rende lo stramaledetto Trenino irresistibile per i piccoli, specie se fan di treni, autobus e camion come quello che mi fa compagnia quando guardiamo Thomas.

Avvertenza per i neofiti: se leggendo questo vi fosse venuta voglia di entrare nel mondo di Thomas sappiate che è un tunnel (ferroviario) senza uscita. E che, alla fine, rischiate di diventare così

(scritto nel novembre 2008, quando Franci era in pieno delirio Thomas, di nuovo attuale per lo switch off che ci ha riportato Rai Yoyo)

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Non è per te

Non è per te
che con i tuoi riccioli biondi
solletichi il mio viso
e provi a risvegliarmi.
Non è per te
travolgente ed effimera
come il calore del tuo bacio
come il rosso dei tuoi capelli.
Non è per voi,
scusate,
questa è una poesia da more.

(ispirato dalla vena poetica dell’amico Hombre di cui sopra)

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T’amo coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo a braccio e t’abbraccio coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo senz’apostrofo coll’apostrofo
ti amo a corpo morto, e come corpo morto cade
caddi in amore per dirla con l’inglese
caddie in amore per dirla con il golf
ti amo e t’abbraccio
senz’apostrofo e coll’apostrofo
e caddi in te per abitarti
senza pagare affitto
e spese di manutenzione ordinaria
ti amo di tacco e di punta
di diritto e di rovescio
ti amo per diritto di abitazione
senz’apostrofo coll’apostrofo.

(dal sempre brillante e divertente sblogs di Furio Ombri, hombre)

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Coco Pops (un racconto)

Il primo ad accorgersi che non c’ero è stato il mio maestro.
E’ entrato in classe e ha borbottato un saluto senza staccare gli occhi dalla Gazzetta. Si è seduto, ha allungato la mano verso il registro, ha battuto le dita sulla scrivania per far capire che era il momento di sedersi. Poi finalmente ha alzato lo sguardo sugli alunni e, atteso qualche istante che gli ultimi prendessero posto, ha cominciato a leggere i nomi.
Presente, presente, presente, finché è arrivato il mio e non ha risposto nessuno. Il maestro ha lanciato un’occhiata verso il mio banco, ha arricciato il naso per un impercettibile istante e poi ha continuato l’elenco, dopo aver appuntato la mia assenza.
Quando è arrivata la ricreazione quasi non pensava più alla cosa, se non avesse incrociato nel corridoio la segretaria. Si ricordò che era amica di mia mamma e distrattamente le chiese se avesse mie notizie.
Niente.
Il maestro alzò le spalle e si allontanò nel corridoio. Ma ormai il meccanismo era messo in moto.
La segretaria rientrò in ufficio e mentre sorseggiava il caffè della macchinetta digitò rapidamente un sms a mia mamma. Tutto ok, chiese, Gabriele sta bene?
Certo, rispose mia mamma, ci sono problemi? C’è che non è a scuola, rispose quella, e in un attimo nella testa di mia mamma cominciarono a girare le rotelline.
Provò a ripensare alla mattina, scorrendola all’indietro come un film. La riunione con l’odiosa direttrice, e prima il collega che ci provava con lei aspettandola in ascensore, e prima ancora l’autobus con la vecchia sudata che spingeva alle spalle.
E prima? Il portone, e prima ancora la colazione in casa, la rassegna stampa in tv, lei che pensava alla riunione che ci sarebbe stata nel pomeriggio e… aspetta, ma Gabriele non c’era a colazione, pensò all’improvviso. Nella sua mente distratta e affollata c’era il fotogramma con la tavola apparecchiata per due ma, boh, mancavo io. E non ricordava neppure, se è per quello, di essermi venuta a svegliare, di aver insistito due o tre volte come ogni mattina, di avermi sollevato di peso per portarmi in bagno.
Niente.
Dopo un attimo di panico mia mamma, alla quale si può riconoscere una certa distrazione ma certo non la mancanza di autocontrollo, cominciò a mettere ordine nell’improvvisa anomalia che le metteva sottosopra la giornata.
E individuò l’unica risposta possibile. Doveva essere colpa di mio padre.
Prese il telefono e lo chiamò immediatamente. Non poteva venire, disse la segretaria, stava devitalizzando. Allora mia mamma urlò come sa fare lei e lui smise di devitalizzare.
La cosa buona di mia mamma, oltre all’autocontrollo, è la sua capacità di sintesi. Bastò sentire il suo tono e decodificare le parole “Dove hai lasciato Gabriele, coglione” e a mio padre si aprì una voragine di senso di colpa.
Perché lui è fatto così. Prima ancora di realizzare che quel giorno era giovedì (e io il giovedì dormo sempre dalla mamma, perché lui il mercoledì sera ha il tennis), prima ancora di capire cosa stesse succedendo iniziò a cercare la scusa che avrebbe minimizzato il danno.
Ma questa volta, purtroppo, non c’era nessuna possibile via d’uscita. Papà non aveva nessuna idea di dove fossi.
Semplicemente sapeva, e se ne sentiva inconsciamente sollevato, che non ero con lui. La sera prima era al cinema con Marina, anche se doveva dire che era andato al tennis. Poi aveva dormito e stamani era venuto di filato al lavoro.
Giusto per togliersi l’ultimo dubbio scostò la tendina dello studio e guardò verso la sua auto, ferma nel parcheggio. Il seggiolino era vuoto, notò tirando un sospiro di sollievo. Non era uno di quei padri che dimenticava il figlio in macchina, almeno.
La telefonata, a quel punto, divenne convulsa. Papà e mamma si urlarono addosso usando i tradizionali argomenti dei loro litigi.
Lei tirò fuori le donne, il calcio, quella volta sulla superstrada (che non mi hanno mai spiegato cosa fosse successo, perciò la devo prendere così com’è). Lui maledisse la fissazione maniacale di mamma per il lavoro, che la distraeva da ogni altra cosa – figli inclusi! – e si vide costretto a ricordarle di quando mi mandò a scuola con il pigiama sotto i pantaloni, il che forse non era pertinente alla discussione ma si sa che quando si litiga si dicono cose poco sensate.
Poi mamma fece una specie di singhiozzo, e allora per la prima volta si resero conto che non sapevano dov’ero finito e smisero di litigare. Papà mollò a metà la devitalizzazione e la raggiunse.
A casa chiamarono le mamme di un paio di miei amici, che qualche volta mi avevano ospitato, ma nessuno aveva notizie. I loro figli erano a scuola, io non c’ero andato? Non è che potevano dirgli che non lo sapevano, quindi presero tempo.
Chiamarono i nonni, usando il tatto necessario per non spaventarli troppo. E si beccarono i loro insulti, che ai loro tempi i bimbi non si perdevano mica, che è colpa di questi computer, che le donne devono lavare i piatti a casa, che sono degli irresponsabili, eccetera.
Niente. Dai cuginetti niente. Dalla vicina di casa niente. Niente.
Alla fine per disperazione tornarono a scuola, che era quasi l’ora di pranzo. Arrivarono alla porta della mia aula, bussarono ed entrando mi videro, seduto al mio posto.
Mamma disse qualcosa tipo “ora facciamo i conti”, anche se io non capivo per cosa, visto che ancora non sapevo nulla di quello che era successo. Papà le chiese se ora poteva tornare alla devitalizzazione, il cliente doveva essere infuriato. Mamma disse di tacere e di aspettare.
Il maestro approfittò dell’attimo di impasse per dare un’occhiata alle probabili formazioni della giornata successiva, ma fu prontamente investito da mamma che lo tacciò di incompetenza per non sapere nemmeno se suo figlio fosse in classe o no. Aveva detto che era assente e invece suo figlio era qua.
Assente?, disse il maestro, che aveva già dimenticato quanto accaduto solo poche ore prima.
Assente?, dissi io. Veramente non ero assente. Sono stato nella quarta fino alla ricreazione perché il maestro mi aveva detto di seguire la lezione sulla guerra di Troia, in modo da raccontarla ai miei compagni nelle ore successive.
Giusto, disse il maestro, che ora si ricordava perché non c’ero all’appello.
Tutto, alla fine, era chiaro. Mamma liberò papà che scomparve in un attimo in direzione dello studio. Poi attese fuori che suonasse la campanella.
Quando uscii la vidi, in fondo al corridoio, che mi fissava con una faccia strana, come se ancora le mancasse qualcosa da capire.
Si accucciò per arrivare alla mia altezza, mi avvicinò al mio orecchio e mi chiese, in un sussurro, cosa avessi mangiato a colazione.
I soliti Coco Pops, risposi.
Fece sì con la testa e mi sembrò rassicurata.

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Blind test

Spesso mi capita di giocare con me stesso, di mettermi alla prova.
E’ un modo come un altro di sbizzarrire la mia scemitudine.
Per esempio, come ho già detto tempo fa, io non ho la memoria del gusto.
Cioè non riconosco le cose dal sapore se non le vedo, almeno escluso i casi più eclatanti tipo la cioccolata, che quella la annuso anche a chilometri di distanza.
Da qualche tempo ho scoperto all’Esselunga delle caramelle meravigliose, che si presentano in un sacchetto misto e impacchettate una a una, con colori e forme che ricordano quelle che nelle drogherie di una volta si trovavano nei cilindroni espositori.
Nel sacchetto sono mescolate, senza apparente logica, caramelle dei seguenti gusti: anice, salvia, ginepro, camomilla, liquirizia, chinotto, mirtillo, latte e menta e altre che ora non mi ricordo.
Il gioco, l’avrete capito, sta nel riconoscere le caramelle dal gusto aprendole senza guardare la confezione.
L’altra sera ero a teatro e mentre Albanese faceva scompisciare il pubblico dicendo cazzucazzu io ho estratto una caramella nel buio e l’ho depositata sulla lingua.
Va da sè che a quel punto il mio cervello era distratto dallo spettacolo, impegnato com’era nel disperato tentativo di abbinare le sensazioni con il ricordo.
Non è abbastanza dolce (no latte e menta), non rilassa (no camomilla), non mi ricorda il cinghiale marinato (no ginepro), non sa di Chinò (no chinotto).
Alla fine non ho indovinato ma a mia discolpa posso dire di essere stato ingannato.
Si trattava di un gusto mai presentato negli assortimenti precedenti, un’erba che non saprei nemmeno riconoscere se la vedessi in un campo, figurati il gusto.
Quale gusto è, al solito, non lo dico.

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Ogni tanto il mio lavoro ha dei colpi di coda, esce dal tran tran quotidiano e propone improvvise botte di vita.
Oggi, ad esempio, ho visitato un laboratorio in cui si lavora il merluzzo e lo si trasforma in baccalà.
Ci stai dentro cinque minuti, puzzi per giorni.
Puzzava persino il maglione che ho lasciato in ufficio per sottrarlo allo tsunami olfattivo.
Mi sembrava puzzasse qualsiasi cosa intorno a me, le navi, i container, la stessa acqua del mare.
Prima di arrivare a casa, docciarmi e mettere tutto in lavatrice ho dovuto fare un’altra commissione, in macchina con un malcapitato giovane che è entrato in ufficio dicendo la non certo originalissima “Cos’è questa puzza di pesce?”.
Mi sono giustificato, io mi giustifico sempre, poi lui ha detto “vabbè” e siamo andati.
C’è da dire che una volta giunti in macchina ha riconosciuto che non si sentiva più l’odore.
Forse perchè si era abituato – il merluzzo lo fa – o forse perchè la sua macchina puzzava di fumo che lo stesso merluzzo ha fatto una brutta faccia.
Io non ho chiesto giustificazioni però, non le chiedo mai, ho detto “vabbè” e siamo andati.

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Il toast

Ieri guardavo lo spot di un formaggio filante per toast e quell’immagine mi ha riportato alla mente sensazioni antiche, un po’ come quando in Ratatouille il critico Ego assaggia il piatto che dà il titolo al film.
Il toast era il cibo delle sere in cui non si cucinava, magari perchè a pranzo si era esagerato e allora si decideva di stare “leggeri”.
Che il toast, ora lo sappiamo ma all’epoca no, è tutt’altro che un cibo leggero, con il pancarrè che se lo nomini a una dietologa scappa urlando e agitando le mani, con la sottiletta che è fatta della stessa sostanza dei grassi saturi.
Ora lo sappiamo, e infatti mica lo mangiamo noi che siamo sempre in dieta, ma allora no.
Comunque, dicevo, quell’odore di pane che si scalda, e spesso brucia facendo le righe scure, quel gusto in bocca di formaggio filante, un po’ di nostalgia me la dà.
Riesuma anche ricordi che forse andrebbero sepolti come il pucciare il toast nel caffelatte (e non fate quella faccia, che qui nel caffelatte ci pucciamo anche la focaccia e fa gli aloni d’olio sulla superficie).
Riporta alla mente un pomeriggio dal mio amico Paul che aveva la prima tostatrice con la molla che sparava i toast a fine cottura, mirabolante invenzione che avrebbe però impedito l’ustione degli stessi e il conseguente e caratteristico rito della “grattatura con il coltello del bruciato” e perciò noi non la avemmo mai.
Il prosciutto crudo, che con il calore diventa salatissimo, quello cotto, che scaldato ricorda le sue origini di bestia.
Ah, il toast. La mia madeleine.

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Vernazza, in quei momenti

(Ho ricevuto da Giuliano questo testo del suo amico Vale, il cui papà è uno dei tre dispersi.)

Adesso provo a trasmettervi cio’ che ci e’ accaduto e con dispiacere spero di non farvi ripercorrere i vostri traumi. E’ la mattina del 25, non ho dormito bene la notte, solo poche ore. Ci svegliamo e di fretta serviamo la colazione, siamo in ritardo per la scuola. Porto India a scuola osservando le nuvole veloci di scirocco pettinare la torre da Mari’. E’ uno spettacolo surreale. Lascio mia figlia a scuola scambiando poche parole con l’insegnante. Al ritorno comincia a piovigginare. Entro a casa e la prima versata di vento ed acqua comincia a percuotere il paese. Veloci, cerchiamo di chiudere tutte le persiane dato che l’acqua si sta’ infiltrando sotto la cornice delle finestre. E’ una prova di forza dato che il vento mi previene dal chiuderle. Allibiti, vediamo persone camminare per strada, la pioggia sempre piu’ forte, a secchiate a versarsi su ogni cosa. Quando si calma un po’ la pioggia mostro a Carly il canale in piena, ormai a 1/4 del livello e le racconto di quando, da bamibno, avevo visto il canale gonfiarsi fino a quasi il livello massimo. Dopo poco la pioggia si spegne e ci riaffacciamo dal balcone. Vediamo le anatre e le due oche bianche in difficolta’, sul lato del canale, a cercare di difendersi dalla forza dell’acqua in piena. Ad un tratto, come se l’avessimo dovuto vedere, una delle oche bianche viene risucchiata dalla piena e nel nostro orrore e sgomento, l’altra oca si butta nella piena cercando di salvarla. Carly, io e Zen, decidiamo di scendere e ci dirigiamo ai giardinetti nella speranza di vedere le oche in salvo. A fianco del canale riusciamo a vederne una, in salvo sul verde, sotto il garage dell’ambulanza. Dell’altra nessuna traccia. Rattristati ci rechiamo in gelateria a visitare mio padre e gli raccontiamo l’accaduto e discutiamo del tempo. Pioviggina ancora e con Carly andiamo dietro Incadase’, in alto, a vedere se dall’uscita del canale riusciamo a scorgere l’altra oca. Nessuna traccia. Cosi’ ritorniamo in gelateria con un po’ di focaccia acquistata da Corrado. Ce la mangiamo, mentre Zen si fa fare un cono alla fragola da mio padre. Seduti facciamo due chiacchere e cominciamo a preoccuparci, vedendo la luce andare e venire in continuazione. La pioggia e’ incessante con il vento prima verso sinistra e poi verso destra. Aiuto mio padre ad asciugare per terra ma quando la pioggia aumenta, sono costretto a prendere il secchio, raccogliendola direttamente da per terra. Non funziona. Decidiamo di levare il gelato, mi levo le scarpe, mio padre leva il para porta verde per bloccare l’acqua. Devo correre a dargli una mano e cosi’ non riusciamo a levare tutte le vaschette per poter chiudere. L’acqua, ora marrone, entra copiosa e dico a mio padre di spostare le piante. All’improvviso arriva il Dodi, e leva tutte le piante per far scorrere l’acqua lontano dalla porta. E’ un tentativo inutile dato che il livello di colpo cresce da pochi centimetri a mezzo metro. La furia dell’acqua e’ cosi’ veloce che non riusciamo piu’ ad uscire. Zen, stranamente si e’ addormentato in braccio di Carly e si sveglia 30 minuti dopo alla vista della furia del canale straripato che e’ a meta’ della porta di entrata. Io, papa’ e il Dodi lottiamo per tenere la porta chiusa, siamo disperati e spaventati, la forza dell’acqua cresce e non molla. Carly e Zen sono terrorizzati, urlano e Carly, ripetutamente mi chiede se stiamo per morire. La vetrina del gelato comincia a galleggiare, in una scena da film. L’acqua e’ nera, sabbiosa, pesante e ripetutamente prego, attaccato alla porta e abbracciato a mio padre nella lotta contro la furia della piena, per cercare un miracolo e farci scappare. La furia dell’acqua e’ troppo forte e siamo disperati. Mia moglie e Zen gridano dalla paura, e pensare a scappare e’ ormai impensabile. Fuori, il rumore dei sassi e detriti e’ frastornante. Vediamo motorini passare, bidoni della rumenta, bidoni del parco giochi, paraurti di macchine, tavolini, ombrelloni e il rumore cresce e cresce assordandoci. Diciamo a Carly di trovare un posto alto e ripararsi nel laboratorio per non vedere cosa succede. ERRORE ENORME. Dopo poco la sentiamo gridare dalla diperazione che il freezer singolo si e’ sollevato e a bloccato l’entrata del laboratorio. Panico totale. Grido al Dodi di liberarli e cerco di tenere la porta con mio padre strenuatamente. Nel mio orrore, il Dodi non riesce a liberarli e gli grido di sbrigarsi a tornare e a tenere la porta con mio padre. “Nuoto” e scaravento tutto cio’ che mi intralcia, a piedi nudi, nella speranza di raggiungere Carly e Zen e liberarli. Riesco ad arrivare all’entrata e nel mio sgomento, il laboratorio e’ completametne buio e otturato dal freezer. Grido alla Carly di spostarsi e cerco di smuovere l’ostacolo…in vano. Senza pensare, sollevo il freezer e lo scaravento verso il muro di destra, sradicando tutti i contatori che cascano in acqua scintillando. Subito penso ai cavi della corrente e al pericolo di rimanere fulminati. Dico alla Carly di passarmi Zen, con successo e anche Carly riesce a passare dalla porta. La Carly comincia a gridare che c’e’ odore di gas e che tutto puo’ esplodere. Sentiamo tutti un terribile odore impregnare la gelateria e il mio pensiero corre subito alla bombola piena che avevo lasciato nel negozio. Grido al Dodi di chiudere la bombola che gli galleggia a fianco. Lui l’afferra e sembra tutto immobile, surreale. vedo lui sospeso, mio padre sulla porta con l’acqua al petto, le grida di Carly e Zen ed un fischio acuto che non sappiamo spiegare.(bombolone del gas del paese che staccandosi da Vernazzola e’ passato, perdendo gas, per tutto il paese) Il gas e’ intenso ma l’odore si dissipa lasciandoci sgomenti. I frigoriferi all’entrata si muovono e si capovolgono. Sento mio padre gridare due volte ZEN! ZEN! mentre tiene con vigore la parte piu’ pericolosa della porta. Lo vedo un ultima volta sulla porta con il Dodi in un ultimo disperato tentativo di bloccare la furia dell’acqua. Mi giro per afferrare la Carly e Zen e metterli sul frigo grande della coca-cola che galleggia. La Carly di colpo grida sgomenta: Mio Dio Vale! Tuo padre e’ andato! Lacqua l’ha portato via!!! Mi giro e non lo vedo piu’, vedo il Dodi scomparire a destra della porta e dopo alcuni secondi riaffiora coperto di detriti e fango boccheggiando. Gli grido: dove’ mio padre! Lui e’ sgomento e riesce appena a tenersi alla porta, trovando forza (poi mi disse) guardando Zen. La Carly continua a ripetermi che mio padre se ne’ andato, terrorizzata ed io nel cercare di mantenere la calma le rispondo di non avere tempo di pensarci. Non riesco a credere alle mie parole, che suonano forti e dividono i miei sentimenti, ma allo stesso tempo mi tengono focalizzato a reagire ogni istante. Mio padre ci ha salvato e mi costringo a non cedere al panico e alla disperazione. Metto la Carly sicura e mi sdraio sul frigo bianco. Il Dodi ha assicurato la porta con dei legni tra la porta e il frigo della coca-cola. L’acqua e’ sempre alta ed i pensieri di morte da annegamento in negozio o sfracellati, se risucchiati fuori, invadono i nostri pensieri. Ripeto a me stesso ad alta voce: povero papa’! Papa’ mio! Ma allora dobbiamo morire cosi’? Non ci credo che dobbiamo soffrire cosi’. Ti prego Signore fai calmare le acque, ti prego salvaci e dacci un miracolo! Mi sposto poi per afferrare la Carly che sta’ scivolando dal frigo con Zen. Credo di riuscire a nuotare ma sprofondo senza toccare, incredulo dell’altezza dell’acqua ormai quasi al soffitto. Riesco ad arrampicarmi al lato del frigo bianco ma ho paura ora di capovolgerlo e fare uscire l’aria che lo fa galleggiare. La Carly mi passa Zen e non so perche’ ! Lo afferro e sollevo sul frigo bianco, il mio piede destro sul frigo rosso, il mio gomito sul frigo bianco, cercando allo stesso tempo di tenere Zen sollevato. Vedo i frigoriferi muoversi e sento di perdere la presa. Ad un tratto vedo Dodi appoggiato ad un muro che non riconosco…il muro divisorio tra il nostro locale e la cantina a fianco e’ crollato per rivelare pochi gradini di scale che terminano all’altezza del nostro soffitto. Il Dodi dice alla Carly di spostarsi a fianco di lui perche’ si e’ formato un piccolo gradino. La Carly si sposta e per un momento tira un sospiro di sollievo. Zen viene passato tra di noi sempre gridando e tremando di freddo. La mia paura e’ ora di soccombere tutti anche di ipotermia e i miei piedi scalzi sono ghiacciati. Dico al Dodi della porta a sinistra della gelateria e se ritiene che possiamo scappare da li’. Poi vedo una mensola sopra di loro che funge da soffitto e gli dico se possiamo andare al piano di sopra. Lui ritiene di no. Poi mi indica il livello dell’acqua e mi accorgo che sta’ miracolosamente scendendo. Vediamo il livello dell’acqua grazie alla riga di fango sui muri. Di colpo, dopo 10-15 minuti riesco a toccare per terra. Vedo il livello dell’acqua fuori dal negozio ed anche se sempre alto, vedo la forza della piena e’ notevolmente calata. Come se davvero fosse arrivato il miracolo che cercavamo, io e Carly gridiamo al Dodi di uscire e scappare attraverso la porta di sinistra. Il Dodi aderisce e esce appena per vedere se e’ aperta. Mi chiede di passargli Zen, la Carly mi passa davanti e tutti in fila ci infiliamo nuotando nel portone. Sulla soglia mi giro verso la gelateria e il resto della strada e vedo uno scenario terribile. Cerco in vano mio padre con lo sguardo e ad alta voce dico: papa’ dove sei!? Mi sento chiamare e girandomi vedo Gianluca Galleno. Non ci credo, e’ sulle scale e sta’ aiutando Carly, Zen e il Dodi. Salgo anche io e per la prima volta dopo un ora e mezza mi sento salvo. Abbraccio Dodi sulle scale ed entrambi crolliamo all’angoscia della realta’ in un breve pianto isterico. Riusciamo ad arrivare in cima alle scale e guidati da Mauro, usciamo dal carugio in alto. Non sento piu’ i piedi ma mi dirigo verso la piazza per avvertire della scomparsa di mio padre e nella speranza che l’hanno trovato. Non ricevo nessuna notizia ma le ricerche partono frenetiche. Veniamo raccolti dal Romano (che ha il pastore tedesco) che ci conduce in casa sua e ci permette di riscaldare Zen con degli asiugamani. Carly corre a scuola per prendere India…sono le quattro meno un quarto e non mi sembra vero. Pensavo che erano le 7-8 di sera. Al suo ritorno con India ci dicono di scappare in Comune perche’ tutto sta’ per peggiorare. Saliamo svelti, nelle nostre possibilita’ fisiche e veniamo accolti subito con calore da tutti di Vernazza. Zen viene avvolto da 3-4 coperte e portato nella chiesa, Carly resta con Zen mentre Giovanni Catarruzza mi prende asciuga e mi porta dal sindaco per avvertire la scomparsa di mio padre. Vestiti e asciugamani arrivano e dopo poco anche scarpe e pantaloni. Siamo vivi, siamo vivi e ti ringrazio papa’. Ti ringrazio di aver tenuto la porta per darmi il tempo di salvare la Carly e Zen e metterli a galleggiare sul frigorifero. Ti ringrazio per aver fatto calmare le acque e per averci fatto scappare. So che sei stato tu, il tuo spirito, a tappare la piena e rompere la furia dell’acqua. Penso a questo mentre osservo e sono testimone dell’impossibile. Il telefono non funziona, il cellulare non funziona, la radio appena, la luce va e viene e le prime notizie dell’entita’ della tragedia cominciano a girare. Susy si offre di ospitarci a casa sua e le siamo eternamente grati. Ci prepara un letto grande, ci porta acqua da bere e ci mette comodi e sicuri. Cerchiamo di addormentarci, molte parole dopo, nella speranza di affrontare la prossima giornata con rinnovata energia. Dormo solo 10-20 minuti e cosi’ anche Carly. Le ripeto di come sia strano che dopo che mio padre e’ stato portato via la forza della piena si sia calmata. Condivido con lei (e con voi, intimamente) cio’ che mi dice il mio cuore. Il fischio del treno, a notte fonda, porta speranza e il mio pensiero mi porta alla mattina precedente e all’oca risucchiata dalla piena. Penso a mio padre e immagino il peggio. Penso al suo sacrificio e trovo sollievo nel sentire Zen respirare nel sonno. Grazie papa’, grazie Dodi e ringrazio tutti noi per aver in qualche modo mantenuto la calma…anche nella tragedia di quel momento. Grazie Vernazza per il tuo calore e affetto, per averci raccolto e scaldato. Guardo nel vuoto del buio e le immagini ripercorrono la mia mente. Piango e ripiango e mi arrabbio per mio padre, per come abbia sofferto e per l’angoscia di essere stato strappato dalla sua famiglia, dai suoi nipotini che tanto aspettava. Con Carly ci teniamo per mano, la pioggia cade e siamo vivi…grazie a mio padre.

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