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Archive for dicembre 2011

Stiamo a casa perchè ho la lebbra. Ma penso sia una cosa virale.

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La maglietta della Juve

Ognuno di noi ha fatto una po’ di cose patetiche nella vita, diciamo – giusto per dare una stima ottimistica – il 5% del totale delle proprie azioni.
Poi va da sè che c’è chi supera ampiamente quella percentuale, magari essendone inconsapevole.
Perchè, dovete sapere, le cose patetiche si dividono nelle seguenti tre categorie:
a) le cose patetiche che se ne accorge chi le fa, al momento
b) le cose patetiche che se ne accorge chi le fa, dopo del tempo
c) le cose patetiche che se ne accorgono gli altri ma non chi le fa.
Io sono abbastanza un esperto di cose patetiche, parte a causa della mia memoria che distingue tra le cose utili (e le dimentica) e quelle inutili (e le ricorda), mettendo le figure di merda di ogni periodo della mia vita in una cartelline di quelle che si aprono automaticamente all’avvio.
Perciò me le ricordo tutte le mie cose patetiche, almeno quelle delle prime due categorie.
Per esempio una volta, avrò avuto tredici anni, mi capitò di essere convocato per una partita di calcio con i miei compagni di classe.
Cosa che per me era un evento perchè non mi convocavano mai, vuoi perchè ero scarso come raramente se ne vedono, vuoi perchè non potevo sudare/correre/romperegliocchiali/tivienlatosse e quindi mi autoescludevo.
Ma quella volta ho detto sì, stavolta gioco.
E non solo – anche se sarebbe bastata come cosa patetica per giustificare questo pezzo – ma decisi di giocare CON LA MAGLIETTA DELLA JUVE.
Purtroppo io non avevo la maglietta della Juve, mio fratello sì.
Purtroppo tra me e lui ci sono otto anni di differenza, quindi allora ne aveva cinque.
Purtroppo decisi di mettermi QUELLA maglietta lo stesso, dopo aver verificato che riuscivo ad indossarla.
Giocai, si fa per dire, fasciato come un wurstel di pollo, le strisce bianconere orribilmente deformate in longitudine, lo spirito dei grandi juventini morti che mi maledivano dall’alto.
Feci la mia cosa patetica, non la dimenticai mai e non mi tolsi comunque la voglia di giocare CON LA MAGLIETTA DELLA JUVE.
Un anno fa di questi tempi partitella con i colleghi.
Apro il cassetto e tiro fuori la mia maglietta della Juve nuova di zecca, ancorchè con lo sponsor dell’anno prima (comprata in offerta all’outlet).
La misi, stavolta la misura era giusta, ero orgoglioso.
Purtroppo la sera della partita la temperatura era vicina allo zero, quindi rimase sotto la tuta termica e nessuno la vide.
Se ne riparla tra altri 35 anni.

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Animali estinti

C’è chi sin da piccolo, e anche da grande, fa l’album Panini dei calciatori.
Io, invece, avevo dei genitori cattivi.
Cioè, visti ex post sono stati bravissimi, ma visti da allora erano malvagi perchè non mi facevano fare le figurine dei calciatori ma quelle della scienza, della geografia e della storia.
Il che significava che quando i miei compagni di classe scambiavano Cuccureddu con Boninsegna io provavo a inserirmi proponendo un Ulisse, un licaone e due Lawrence d’Arabia ma venivo pesantemente insultato.
E quando facevano quei giochi che si fanno a scuola con le doppie (tipo muro) io per giocare dovevo mendicare qualche doppia dai compagnetti più generosi.
Se vincevo potevo tenermi le figurine vinte – e mi illudevo di avere un mio minialbum immaginario -, se perdevo dovevo risarcire con merendine, visto che licaoni e monumenti del mondo non valevano come merce di scambio.
Ma, come dicevo, io ero molto più acculturato dei miei compagni, cosa che a sei anni serve a una sega ma in futuro chissà (a una sega anche dopo, visto da qui).
Comunque anch’io vorrei far fare a Francesco un album didattico, un po’ perchè sono sicuro che apprezzerebbe e un po’ per comprensibile vendetta.
Solo che, ahimè, gli album didattici non esistono più.
L’altro giorno mia mamma, cioè la stessa che a me comprava “Mille secoli di storia” e “Animali estinti”, non ha trovato le figurine di Cars 2, nè quelle dei Puffi.
E ha chiesto all’edicolante se c’era qualcos’altro.
Lo sventurato purtroppo non rispose “Panini, calciatori”, ma indirizzò la donna e l’infante verso un assurdo album dei Transformers.
E a me non resta che farmi l’album dei calciatori da solo, al lavoro, di nascosto.
Che a casa ancora mi vietano di farlo.

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Il più bel regalo di Natale che ho ricevuto è stato quella volta che mi sono svegliato e fuori dalla finestra c’era una roba tipo paradiso terrestre, solo che si potevano mangiare anche le mele.
In tv c’erano solo programmi scemi ma travestiti da intelligenti, così tutti potevano dire con orgoglio “Visto ieri sera il Grande Fratello, che grande lezione di filosofia” e i critici televisivi scrivevano che finalmente era giunta l’età dell’oro della televisione, e persino Uomini e Donne concorse al Nobel per la Letteratura, ma non lo vinse.
Il lavoro era stato abolito, al suo posto c’erano dei siti da visitare e lo stipendio era calcolato in proporzione ai film che scaricavi, solo che poi c’erano dei questionari e se non dimostravi di averli visti c’erano delle detrazioni.
La scuola durava tutta la vita, con dei richiami semestrali oltre i 70 anni, e gli insegnanti venivano sorteggiati ogni settimana tra coloro che avevano accumulato i punti dell’Esselunga, così che quelli che non avevano voglia di insegnare andarono alla Coop.
La musica classica venne vietata e i teatri lirici furono riconvertiti in grandi voliere gestite da quelli che hanno l’Acquario di Genova, che subito questa scelta fu molto criticata ma poi la gente si affezionò alle poiane e non rimpianse le romanze.
I peccati mortali vennero depenalizzati, quelli veniali aboliti.
La politica come la conosciamo oggi non esisteva più. Nel Parlamento, che però si chiamava in modo diverso, ruotavano quelli che avevano accumulato i punti dell’Esselunga, così che chi non era interessato ai decreti legge andò alla Coop, ma anche alla Conad.
Ogni cittadino fu obbligato a scegliere uno sport da fare e uno da guardare in tv, e guai se ne faceva o guardava un altro.
Alle Olimpiadi si accedeva con i punti dell’Esselunga.
E’ stato un bel Natale quella volta che mi sono svegliato e fuori dalla finestra c’era tipo il paradiso terrestre, ma si potevano mangiare le mele.
Solo quelle dell’Esselunga, però.

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La cosa che odio di più quando stendo è il fatto di dover girare i capi colorati.
Che io all’inizio non lo sapevo, o fingevo di non saperlo, e li lasciavo girati per il verso in cui si indossano.
Diciamo che sottovalutavo la forza del sole, non immaginavo fosse in grado di rendere la maglia lacoste a cui tenevi tanto in un simpatico capo bicolore con una parte superiore rimasta blu scuro (quella che stava in ombra) e l’altra diventata azzurro sbiadito.
Alla fine ho imparato a rivoltare le maglie e i pantaloni prima di stenderli, ma è un’attività che trovo insopportabile.
Specie quando, come stamani, sei a -1°C e le mani sono già congelate per conto loro, senza che si bagnino nell’attività di rovesciamento.
La seconda cosa che odio di più quando stendo sono i sacchettini proteggi-capi-delicatissimi.
Evidentemente un’invenzione femminile, perchè da sempre l’uomo – anche in veste di giovane casalinga come me – sa che nella lavatrice non si nasconde un mostro mitologico che strazia i collant e le magline di sintetico.
Ma siccome la sola cosa più grave di non fare un cazzo in casa è fare qualcosa e sbagliare, dunque ci si adatta e si accettano gli odiosi sacchettini.
La mattina presto, sottozero, le mani già insensibili dal rovesciamento dei capi colorati, tocca pure prendere il fermaglio della cernierina e aprire i sacchetti.
Estrarre le calzine, che sono sempre tantissime, stenderle. Stendere pure i sacchettini.
Finalmente rientrare e scaldarsi le mani sulla brace del camino, se uno ce l’ha.

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Quest’anno niente

Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito. Era ancora inizio settembre e già compariva sul telefonino l’sms con cui lo chiamavano a rapporto.
Vi siete abituati bene, aveva pensato, ma quest’anno dovrete fare a meno di me.
In realtà non lo sapeva nemmeno lui il motivo per cui quest’anno, per la prima volta negli ultimi dieci anni, non avrebbe scritto nulla per Natale. Tra sé e sé si diceva che era necessario un periodo di stacco, che odiava le ripetizioni, che aveva già detto tutto quello che doveva dire.

Il racconto spiritoso lo aveva fatto, ed era pure piaciuto. Ancora adesso qualcuno ai buffet, appena lo riconosceva, si avvicinava e dando di gomito ripeteva “Quel Tommaso… quante risate mi ha fatto fare”. Che lui già odiava i buffet, non essendo mai stato capace di tenere in equilibrio piattino e tartine con il panico che qualcosa finisse per terra, specie se il coglione di turno lo sgomitava per dirgli di Tommaso. Poi figurati se uno diceva che quelle quattro baggianate gli avevano procurato delle risa. Passava la fame.
Comunque quel filone lo aveva abbondantemente sfruttato e di questi tempi sapeva scrivere solo cose amare.

Solo che anche il racconto di Natale strappalacrime lo aveva già fatto. E, non per vantarsi, non sarà stato Dickens ma più di una, ai buffet, si aggrappava al suo gomito per sussurrargli sospirando “Ah, Sabrina, che ragazza sfortunata…”. Il che, oltre a causare nuovi sussulti al precario castello di salatini e vulevant, gli ricordava quell’odioso personaggio che era stato tentato di uccidere prima di optare per un più redditizio lieto fine.
In ogni caso, anche su quel fronte, nessuna possibilità.

Per un po’ se l’era giocata con la satira strettamente legata all’attualità, tipo il politico di turno che si trasformava in un Babbo Natale al contrario calandosi dal camino per portare via anziché per donare. Non staremo a dirvi dei fruitori di buffet più sagaci che, vedendolo da dietro, gli aggrappavano la spalla per avvicinarsi all’orecchio e dirgli che era un genio, forse persino il legittimo erede di Forattini. Cosa che gli causava una specie di convulsione alla mano destra e allora sì che le tartine se ne cadevano da sole.
Insomma, non c’era nessuna buona idea, pensava in quel mezzogiorno di settembre sulla spiaggia di Villasimius quando ricevette il messaggino. Che, anche volendo, con quel caldo porco, uno non riesce a concentrarsi sulla neve, le renne e tutto l’ambaradan.

Niente, non farò niente, si disse, solo che un attimo dopo la moglie spuntò dalla sdraio per ricordargli che la settimana successiva ci sarebbe stato il suo compleanno e di quella borsetta che aveva visto e lui capì che qualcosa doveva fare anche quest’anno.
Con un moto di disperazione pensò di riciclare qualcosa degli anni precedenti, ma lo avrebbero sgamato subito e non avrebbero nemmeno aspettato il buffet per dirglielo. Pensò di copiare qualcosa da un collega che stimava, ma sapeva che lui lo leggeva e non se la sentiva di rischiare la figuraccia (“Quando ti ispiri a qualcuno finisci per fare di peggio”, avrebbe detto davanti a tutti). Pensò di rifare qualche classico adattandolo ai tempi moderni, ma con l’ignoranza che impera nessuno l’avrebbe riconosciuto, probabilmente nemmeno il suo editor.

Alla fine si sdraiò al sole e si assopì. Al risveglio tutto era chiaro. Prese la rivista di sua moglie, una penna e, prima di dimenticarselo, appuntò l’incipit.
“Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito.”

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Qualche tempo fa parlavo del lavoro più faticoso del mondo, lo sceneggiatore del Trenino Thomas.
Ho scoperto che nell’ambiente circola anche il lavoro meno faticoso del mondo ed è lo sceneggiatore di Misfits.
Per chi non conoscesse l’oggetto – essendone peraltro giustificato – si tratta di una serie tv inglese, a mio parere la roba più interessante del genere uscita da un pezzo.
La trama è semplice: un gruppo di ragazzi, costretti dai servizi sociali alla riabilitazione dopo piccoli reati, vengono travolti da una misteriosa onda che distribuisce (a loro, ma non solo a loro) svariati superpoteri.
Una cosa magari non originalissima, ma arricchita dall’ambientazione nella periferia londinese con conseguenti disparità sociali, dialetti curiosi e tante, tantissime parolacce che non conoscevo (wank, shag, prick, per dirne qualcuna).
Ecco, gli sceneggiatori di quella serie riescono a mettere in quasi ogni puntata inattesi lampi di genio ma, obiettivamente, hanno la vita più facile dei loro colleghi di Thomas.
Perchè quando QUALSIASI protagonista può fare QUALSIASI cosa, viene naturale farsi prendere la mano.
– Che dici, facciamo che i nazisti hanno vinto la guerra?
– Ok.
– Che poi però possiamo tornare indietro e fargliela perdere?
– Ok.
– Facciamo che X muore?
– Ok.
– Che poi rinasce?
– Ok.
– Che vola?
– Ok.
– Che legge il pensiero?
– Non offendermi, chiedimi qualcosa di meglio.
– Che si divide in due persone dal carattere opposto?
– Ok, questa è ganza.
E così via, con l’incredulità sospesa come un baccalà.
E il tutto funziona un sacco.

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