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Archive for febbraio 2012

Per farvi capire come è

Potrei dirvi un sacco di cose belle su mio fratello, sui suoi pregi, sulle cose che lo rendono unico, su come sono felice che sia diventato papà, su come si merita di fare carriera sul lavoro, su quanto apprezzi la sua onestà e il suo senso della misura, su come mi piacerebbe una volta giocare a calcetto con lui, di come stiamo poco al telefono ma a volte le parole sono abbastanza anche se veloci, di come vorrei che gli piacessero i libri, di come ci vogliamo bene.
Solo che oggi non c’è il mio capo e tocca a me fare le sue veci e non ho tempo di scrivere un post.
Auguri frè.

Ah, i congiuntivi ormai non li usa più nessuno.

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Le mamme orgogliose

Le mamme orgogliose sono fantastiche perchè comunicano più del necessario.
Se vanno a comprare il pane gli scappa detto che la sera ci sarà la festa di Laurea del figlio, ha preso la lode tra l’altro, se fanno mica anche le torte, ah non le fate, vado in pasticceria, che stasera c’è la festa di mio figlio, il migliore del suo anno.
Con il crescere dei figli le mamme orgogliose hanno via via maggiori dettagli da comunicare al disinteressato interlocutore.
Dai disegni dell’asilo si passa ai voti scolastici, alla cintura del judo fino ad arrivare, alla fine, alla sontuosa assunzione presso un prestigioso studio legale, ammannita a uno scazzato impiegato delle poste al quale nulla può fregare del perchè lei stia facendo la raccomandata.
Va detto che spesso le mammme orgogliose raccontano balle. Quando lavoravo all’Ipercoop ho conosciuto parecchie persone che si vantavano di conoscere il direttore, avendolo saputo dalla mamma. Solo che si trattava di diverse mamme e diversi direttori, nessuno dei quali corrispondente al vero.
Ieri sono andato a comprarmi le scarpe e accanto a me c’era l’accoppiata mamma orgogliosa-figlia silenziosa.
La ragazza si è provata due paia di stivali e doveva decidere quale prendere, quando la mamma orgogliosa ha manifestato la sua propensione per uno dei due, dicendo “sono sportivi ed eleganti e…” (il tono si alza per raggiungere gli uditori più lontani) “vanno benissimo PER QUANDO VAI AL PARLAMENTO”.
Non so in quale veste e, anche se ero decisamente più curioso della commessa, mi sono trattenuto dal chiederlo.
Solo che mi è venuta in mente la pubblicità TIM con la mamma di Garibaldi che chiede alle amiche se il loro figlio ha unito l’Italia, e anche un po’ mia mamma che è sempre stata una mamma orgogliosa sui generis.

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Sta a guardà il capello

Ha detto Franci che oggi inizia la Quarantesima.
Ed era dispiaciuto che quest’anno non ha fatto neanche una Polentaccia.

(sol. Quaresima, Pentolaccia)

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Beautiful

Nello scorso fine settimana ha fatto tappa alla Spezia il circuito delle mostre feline e noi, che amiamo i gatti più di ogni altra cosa a parte il parmigiano, siamo andati a vedere.
Lo so, lo so che tutto ciò è diseducativo.
I veri animalisti pensano che tutto ciò sia mostruoso, che truccare un gatto con la cipria prima della sfilata sia disumano (o disfelino).
E’ vero, è mostruoso, ma anche – modalità malvagio – terribilmente divertente e perciò vi racconterò come funziona la cosa.
I padroni dei gatti sono in genere anziane e tranquille signore inglesi, un po’ polverose e spettinate, in genere l’esatto opposto dei loro gatti che invece sono in tiro che neanche Belen quando scende la scale.
Queste simpatiche vecchiette conservano i loro beniamini in tendine scure, tipo camerini, nelle quali i concorrenti gozzovigliano in attesa del momento della chiamata, momento in cui le nonnine svelano un inaspettato piglio assassino contro i visitatori non esperti che allungano le mano – o provano a – verso i loro mici appena pettinati, cotonati e truccati.
Non ho visto nessuno riuscire a toccare un gatto, ma sono sicuro che l’avrebbero ammazzato.
Le competizioni funzionano così: attorno a un tavolino vengono disposte una quindicina di gabbie con all’interno i concorrenti indicati da un numero, rosa se femmine e azzurro se maschi come in una nursery che si rispetta.
Quando tutto è pronto un giudice internazionale vestito come un testimone di Geova che vende aspirapolveri inizia a prelevare le bestie, una ad una, e rivolgendosi al pubblico commenta i loro pregi e li valuta.
Va detto che lo spezzino medio non conosce le lingue e in particolare i lemmi tecnici come retronuca, punta del pelo e stinco posteriore (immagino che li abbia detto da quello che indicava, anch’io senza sottotitoli tendo a perdermi), fatto sta che tutto o quasi era beautiful.
A questo punto va detto che i gatti si dividono in due categorie.
Quelli belli e simpatici, con un musino grazioso, vispi, che mordicchiano la mano del giudice sono giudicati i peggiori e hanno le coccarde di consolazione.
Quelli iperpelosi, similpelouche, vagamente autistici, con improbabili musi retroversi vincono e prendono gli applausi.
Cose curiose che si notano:
a) le concorrenti (umane) non denotano grande competitività e si accontentano della coccardina, che a quanto ho capito non si nega a nessuno, ma secondo me dentro ci stanno di merda;
b) gli esperti conoscevano i gatti per genealogia, cioè dicevano cose tipo “quello è il figlio di XY, campione europeo e si vede perchè ha lo stesso naso” (!)
Insomma, uno spasso, specie se lasci spenta la tua vena animalista che ti fa vedere quelle povere bestie come poco più di oggetti da collezione e poco meno di vallette di Sanremo.
Un’ultima parola per il mio Paciugo, di gran lunga (e, come dice ogni genitore, non lo dico solo io) più bello di tutti quelli che c’erano.
E’ stato meraviglioso immaginare il momento in cui il giudice-testimone di Geova provava a estrarlo dalla gabbia, figurarsi gli schizzi di sangue e le urla generali.
Beautiful, ma comunque squalificato a vita.

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Buon viaggio, amico mio

“Ci metti tutto te stesso, poi ci metti anche quello che non hai o che non sapevi di avere e finalmente c’è, è lì, nelle tue mani: il tuo libro. Bellissimo.
Poi ti guardi intorno e capisci che c’è qualcosa che non va, una roba tipo una malattia deformante, un’invalidità improvvisa o un figlio. Gli amici sorridono e camminano all’indietro, i conoscenti se la danno a gambe e tutti gli altri pensano “eccone un altro… che due palle”. Hanno dipinto in faccia il terrore che tu chieda loro di leggerlo. Il tuo libro. Neanche fossero le diapositive del mare.
E tu pensi che non hai ancora cominciato a fare un centesimo di quello che ti proponi per promuoverlo, che a te prima, prima, interessava solo che loro leggessero, ma dopo, dopo, quando guardi la pila che sta sul tavolo, dei loro gusti, del loro essere lettori coatti, non importa un cazzo, che un libro fermo in magazzino non esiste ancora e tutto quello che chiedi è che se lo prendano, che lo facciano vivere nel mondo, possibilmente per regalarlo, così potrai continuare a frequentarli senza imbarazzanti non-detti tra voi.
Vi pare patetico? Allora aspettate giugno, quando esce anche il romanzo. Questo è solo l’inizio.”

(Mauro Gasparini all’uscita di “Dammi un bacio“, 19 maggio 2010.)

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Nemesi – di Philip Roth

– In that small cafè – cantò lei in un fievole sussurro – the park across the way – In mezzo alla piccola foresta di betulle ricurve, ai deboli tronchi che, come gli aveva spiegato Marcia, erano stati piegati dalle intemperie dei rigidi inverni delle Pocono, i due restarono avvinghiati con braccia non paralizzate, dondolandosi al ritmo della musica su gambe non paralizzate, premendo l’uno contro l’altra torsi non paralizzati, riuscendo ora a udire le parole solo a intermittenza – everything that’s light and gay think of you when night is not seeing you –

Nemesi – Philip Roth

(un altro grande libro)

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Mauro

Io sono un pessimo amico, e Mauro se ne è accorto.
Sono uno che non dà molto affetto, e più invecchio e meno sono portato a darne. Sbrigativo nelle nostre rare telefonate, implacabile nel valutare le sue avventure letterarie.
Ecco, uno come lui si merita – e ne aveva molti – amici migliori di quanto ho saputo essere io.
Quando ci sentivamo mi tirava per i piedi fuori dalla mia pigrizia.
Mi invitava a scrivere, a muovermi, a svegliarmi.
E io dopo ogni nostra telefonata ero un po’ felice per i suoi sforzi e un po’ frustrato perchè sapevo che tanto io non mi muovo, nè mi sveglio.
Lui invece si era mosso ed era sveglio, parecchio sveglio.
Ed ora che stava ottenendo quello per cui aveva lavorato trent’anni, ora che Garibaldi andava da Dio e che Veleno stava per avere un seguito, ora, cazzo, mica se ne doveva andare.
Mi restano le chat per decidere le battute di Spinoza con lui e Stark, in un tempo che Spinoza era una roba piccina. Mi resta la copia di Veleno che mi ha spedito. Mi resta la sua gioia di quando parlava delle sue bambine o degli applausi a Parigi e a New York.
Oggi se ne va Mauro, oggi si chiude definitivamente Zabajone, la nostra avventura insieme.
E a me resta il rimpianto di non aver nemmeno mosso il culo, una volta, per incontrarlo dal vero.

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