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Archive for giugno 2012

Italia-Germania

Oggi il solito sontuoso Gramellini ci racconta le sue tre Italia-Germania.
Personalmente me ne ricordo solo due, perchè quella sera del 1970 avevo tre anni e mezzo e solo i racconti di mio padre e dei miei zii mi hanno fatto immaginare una roba così strana come loro in piedi di notte, di fronte alla nostra tv a valvoloni.

Quella dell’82 invece me la ricordo bene.
Ci sono arrivato con un senso di colpa tuttora irrisolto, perchè il giorno di Italia-Brasile io ero al mare e me la sono persa.
La giustificazione – comunque non valida – è che ero fidanzato da poco e una giornata a Monterosso mi pareva più interessante di una probabile sconfitta con i brasiliani.
Dopo era facile, tutti erano impazziti e non se ne parlava di più di fare dell’altro durante le partite (ed è stato così da quel 1982 in poi).
Della sera della finale ricordo soprattutto la scena all’incrocio di Migliarina, con le macchine che suonavano e quella strana festa popolare che non avevo mai vissuto, nemmeno nei consueti caroselli per la Juve che, pure, erano una gioia nostra e non di tutti.
Poi mi ricordo quel tizio che aprì l’idrante, allagando mezza piazza, e le parole di mio padre: “Un coglione normale già rischia di far danni, un coglione ubriaco è davvero pericoloso.”

La notte del 2006 va raccontata piano, perchè Francesco dormiva nelle sue lenzuoline di neoarrivato nel mondo.
Da allora, e anche adesso a dire il vero, si festeggia con il “mute”.
Al rigore di Grosso – e a quello di Diamanti, l’altra sera – sono saltato in aria gridando “….! ….!”, lanciando cose silenziose come i cuscini del divano, mimando la conquista della coppa.
Al massimo mi sono concesso un secco battito delle mani, che poteva passare inosservato.
Clap.
“…!”

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Riunione del quartiere di Mazzetta per l’avvio del progetto “differenziata spinta”.
Uno dei giorni più caldi dell’anno alle sei del pomeriggio, una stanza inadatta.
Da un lato del tavolo rappresentanti del Comune e dell’ACAM, la municipalizzata che in città è sinonimo di spreco e imboscamento di parenti, e qualche consulente che immagino strapagato con fondi pubblici per dire che la plastica va schiacciata e sciacquata.
Dall’altro lato del tavolo tre o quattrocento persone accaldate, infuriate e prevalentemente anziane, molto anziane.
La situazione precipita quasi subito, perchè quelli rimasti fuori urlano che non sentono e quelli che sono entrati urlano che hanno caldo e quelli che non hanno caldo urlano ladri a quelli dell’ACAM e quelli che cercano di mantenere la calma scoppiano in lacrime dicendo che loro non ce la faranno mai a differenziare.
Il tipo del Comune suda copiosamente, sulla sua camicia si disegnano macchie di sudore che riproducono la mappa delle circoscrizioni cittadine.
Un vecchio urla anche quando la situazione sembra calmarsi e allora tutti urlano contro di lui per dirgli di smettere di urlare.
Poi ci sono tipo venti minuti di calma relativa in cui la consulente – letteralmente terrorizzata – infila il racconto di come sarà la raccolta differenziata.
Infine le domande, ed è di nuovo il caos.
Tutti si alzano e urlano, urlano. Non ho mai visto nella mia vita tanti vecchi urlare tutti insieme.
In sintesi il tema è “non ce la faremo mai” a cui loro rispondono “Sì, che ce la farete”.
A quel punto me ne sono andato, ma vorrei lasciare qualche piccolo consiglio per gli amici anziani che preferiranno il mio blog a quello ufficiale che ha proposto ACAM.

Domanda: Come posso tenere il pesce in casa per tre giorni in attesa che passino a ritirarlo?
Risposta: Smetta di mangiare il pesce. Almeno risparmia, che è tempo di crisi. Si concentri a mangiare cibi asciutti che non lasciano residui (es. Sottilette)

Domanda: E il tonno? Devo sciacquare la lattina?
Risposta: No, se lo mangia al naturale. Che fa schifo ma le fa bene per la dieta, dice Dukan.

Domanda: I preservativi vanno nella plastica o nel residuo?
Risposta: Alla sua età da nessuna parte.

Domanda: La carta non va messa nei sacchetti. E se qualcuno legge la mia posta?
Risposta: Potrà ricattarla.

Domanda: Ma siete sicuri che rispetterete il calendario del ritiro?
Risposta: Ovviamente no. Ci comporteremo come cialtroni e la vostrà città diventerà una fogna.

Domanda: E allora chi ci guadagna?
Risposta: A parte me, i topi.

Domanda: Ma se proprio non ce la faccio?
Risposta: Passeranno dei ragazzi che raccoglieranno la vostra spazzatura per qualche euro e la porteranno nei quartieri dove ancora non si fa la differenziata, e dopo in altre città. Alla peggio la butteranno in mare. Noi ovviamente non supportiamo questa scelta ma nemmeno la biasimiamo.

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Aspettando la morte
come un gatto
che sta per saltare sul letto
mi dispiace così tanto per
mia moglie
lei vedrà questo
corpo
rigido e
bianco
lo scuoterà una volta, e poi
forse
ancora:
“Hank!”
Hank non
risponderà.
Non è la mia morte che
mi preoccupa, è lasciare
mia moglie con questa
pila di
niente.
Però vorrei che
lei sapesse
che tutte le notti
dormite
accanto a lei
anche le discussioni
inutili
erano sempre
cose splendide
e le più difficili
delle parole
che ho sempre avuto paura
a dire
ora possono essere
dette:
ti amo.

(Ieri vagando per indicibili vie elettroniche ho sbattuto su questa meraviglia)

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Vediamo di non usare l’aggettivo geniale, che non si dica che questa è una recensione entusiasticamente banale.
Ecco, diciamo fragolino.
E’ fragolina l’idea di fondo che regge questa ragnatela di storie della Egan: quella di creare molti diversi racconti che, sparsi per il tempo e per lo spazio, mostrano diversi momenti nella vita dei protagonisti e dei loro amici e parenti.
La Egan sparge per i racconti indizi su quello che il lettore troverà nei racconti successivi, costringendolo in qualche modo a un esercizio di lettura/memoria per ripescare le connessioni al momento opportuno e magari a una rilettura generale alla fine.
Fragolino, no?
Poi è fragolina l’idea (molto discussa e criticata) del racconto con le slides e anche il capitolo finale che ci porta in un futuro non lontano ma già inquietante.
La Egan dipinge con grazia i suoi personaggi, che mi hanno ricordato a tratti sia Franzen che il Coe della saga dei Brocchi: meno Proust (mi spiace per l’autrice), perchè non sono abbastanza fragolino e colto per conoscerlo.
Sasha, Bennie, Drew, Lulu e gli altri sembrano tutti barcollare sotto l’incedere del tempo (che è, appunto, un bastardo) e appaiono inevitabilmente indirizzati a baratri più o meno metaforici, che per fortuna talvolta evitano in extremis.
Un libro strepitoso (Pulitzer 2011), da leggere – è estremamente scorrevole e leggibile – e rileggere assolutamente.
Il problema di libri come questi è che alla fine ti lasciano un vuoto che fai fatica a sceglierne un altro.

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In-attesa

Qualcuno può pensare, sbagliando, che il momento più difficile sia il salto.
Certo, qualche difficoltà c’è, ma niente di paragonabile a tutto quello che c’è prima, alla scelta del posto da cui ti butterai.
Quello sì è un lavoro faticoso, perchè anche se non ne sai di balistica devi riuscire a trovare un luogo che sia abbastanza alto da garantirti un botto, “il” botto decisivo.
Quindi niente ostacoli che si mettono di mezzo, balconi, auto posteggiate, tende di negozio.
Noi non stiamo cercando gambe rotte o traumi cranici. Stiamo cercando di ammazzarci.
Alla fine, se sei fortunato, lo trovi e tiri quasi un sospiro di sollievo simile a quello che tirano quelli del bungee quando trovano il ponte perfetto, anche se in verità loro poi tornano su.
Comunque, dicevo, il momento del salto è il meno. Sai che ti aiuta la forza di gravità e a volte basta sbilanciarsi un po’ e va da solo.
La fregatura, almeno per me, è stata il dopo.
Perchè mi aspettavo un istante di volo e poi che finisse tutto.
Invece da qualche parte qualcuno ha deciso che per chi si butta il tempo si ferma in una specie di lungo stand-by, in un’antipatica pausa che ti divide dall’agognato arrivo del suolo che mette fine al tuo progetto.
In quei momenti, superata la prima fase di comprensibile stupore, non sei abbastanza lucido per vedere il film della tua vita o cazzate del genere.
Non sei nemmeno dell’umore adatto per ripensare alle ragioni che ti hanno portato qui – e a questo punto chi se ne frega – o a rimpiangere quello che hai perso.
Non chiedi seconde chance. Niente di tutto questo.
Sei solo incazzato – e vagamente annoiato – per questa attesa inattesa che sembra durare all’infinito.
Poi, grazie al cielo, arrivi.

***

Questo post potrebbe partecipare all’EDS Attesa, se solo sapessi di cosa si tratta e non copiassi, al solito, da Hombre e da Melusina.

PS. Ci sono anche firulì firulà, Lillina e Speakermuto
E Dario.

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1) Svuotarlo è una delle mie attività preferite, perchè posso buttare via roba senza che nessuno mi dica nulla
2) Per non dire di quando finalmente arriva la scadenza di quel farmaco che ingombra mezzo cassetto e finalmente si leva dai maroni
3) Quando pulisci il cassetto ti rendi conto del perchè l’Italia va male: perchè le confezioni dei farmaci sono troppo grandi
4) In particolare va segnalato lo scandalo delle pomate: di solito scadono prima di arrivare al 4% di utilizzo
5) Che poi secondo me le scadenze sono balle inventate dalle case farmaceutiche, ma facciamo finta che
6) Tenere in casa i farmaci, tranne quei due o tre, non serve a una mazza: meglio buttarli subito appena guariti
7) Anche perchè spesso in preda al panico ti dimentichi di averli e li ricompri: noi, ad esempio, abbiamo tre confezioni di tachipirina per il bimbo
8) E i medici ci mettono del loro, prescrivendo diversi farmaci per lo stesso male: io, ad esempio, ho tre diverse pomate per le micosi (e una polvere)
9) In fondo al cassetto dei medicinali ci sono le fasce per il polso (che comunque ricomprerai), le siringhe e le cose che non sai classificare
10) Le cose del gatto vanno nel cassetto nostro o in quello del bimbo?
11) Perchè non si buttano i termometri che non vanno più? Si spera che stando con le medicine guariscano?
12) Alla fine della pulizia c’è un sacchetto di scatole di carte e di bugiardini (da mettere nel cassonetto bianco) e un sacchetto di medicinali (da portare in farmacia)
13) Che non dico che dovrebbero rimborsarti qualcosa ma nemmeno fare quella faccia scazzata che sottintende che poi loro li butteranno comunque nell’indifferenziata

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Dei danni e delle beffe

Il danno è che l’anomalo virus arriva proprio quando l’estate si è decisa a iniziare.
La beffa è che l’anomalo virus ha il curioso nome di “mani-bocca-piedi” e ogni volta che lo nomini parte in testa Don Lurio che canta “testa-spalla baby one two three punta-tacco baby one two three”.

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