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Archive for luglio 2012

Qualche decennio fa era di moda questa barzelletta:

Un bambino sardo scrive una lettera a Gesù Bambino “Per quest’anno voglio la bicicletta.” A natale gli arrivano tanti regali tranne quelli richiesti. L’anno successivo torna a scrivere la lettera “Quest’anno visto che sono stato bravo, voglio la bicicletta!” Anche quest’anno niente. L’anno successivo i genitori, passando davanti al presepe, scorgono una lettera al posto di Gesù Bambino. Aprendola trovano scritto: “Cari Giuseppe e Maria se volete rivedere sano vostro figlio mi dovete portare la bicicletta!”

Luoghi comuni, uno pensa.
Poi, leggendo il bellissimo libro di Michela Murgia “Viaggio in Sardegna” trova, tra le tante piccole gemme che la brava scrittrice sarda ci propone, anche la storia della minaccia a Gesù per richiedere l’acqua.
Evidente retaggio di precedenti culti, il rito consisteva nell’immersione di un crocifisso nell’acqua con la recita della formula:

Si abba non non das oe
Massestà chi t’occhidimus
Est abba chi ti pedimus
E non sun purpas de boe
Sos traghinos de Logoe
Chi non si potan Jampare.
(Se non ci dai oggi l’acqua
vedrai che ti uccideremo
acqua che ti chiediamo
non sono polpe di bue
che i rigagnoli di Logoe
non li si possa saltare).

E finchè l’acqua non tornava, Gesù stava sott’acqua.

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Ah, ah, lo fa al contrario!

Per anni ho creduto che i fermentilattici fossero una truffa delle case farmaceutiche perchè io li prendevo e non mi facevano niente.
Poi un giorno ho visto uno che li apriva girando il coperchietto in senso orario.
Ah, ah, che sciocco, mi sono detto, neanche un fermentolattico sa aprire, come farà nella vita.
A quel punto però mi sono accorto che come per magia nel suo fermentolattico è scesa della polverina.
Ci saranno voluti due o tre anni prima che ricollegassi il giro al contrario e la caduta della polverina.
Sei o sette mesi perchè capissi cos’era quella polverina.
Una ventina di giorni perchè imitassi il gesto.
Ora, però, i fermentilattici mi funzionano anche a me.

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Invece, come si poteva immaginare, Ceres c’è.
E’ solo caduta, da sola o spinta da qualcuno o dal vento.
Ma non si è rotta.
Ha voluto rimanere intatta, a perenne dimostrazione di quanto un rifiuto possa rimanere a terra senza essere tolto dai netturbini o dal personale della vicina pizzeria dalla quale si è originata.
Io comunque non la levo, ormai ne ho fatto una questione personale.
Anzi, da oggi controllerò l’orientamento (oggi è ovest).
Magari ha un qualche senso.

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Il semaforo blu

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo, fece una stranezza.
Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
“Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:
“Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi:
“Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
“Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l’olio d’oliva.”
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare:
“Poveretti! Io avevo dato il segnale di via libera per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

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Ceres c’era


Per quasi un mese questa bottiglia vuota di Ceres ha svettato sulla colonnina grigia, all’incrocio davanti a casa mia.
La pizzeria di fianco, pur gettando ogni giorno decine di sacchi di rumenta, pareva non accorgersi della bottiglia di Ceres.
Tanto che, immaginando che la stessa fosse in una zona spazio-temporale visibile solo a me, l’altro giorno ho fatto un esperimento: ci ho messo accanto una pallina di carta.
Che, la mattina dopo, è stata tolta, indicando che evidentemente qualcuno interveniva, ma non sulla bottiglia.
Ieri pomeriggio, all’arrivo a casa, l’ho fotografata per scrivere questo pezzo.
Credevo che non mi avesse visto nessuno, ma evidentemente non era così.
Perchè, stamani, la bottiglia E’ SCOMPARSA.
Ora io immagino che fosse un segnale per qualcosa, tipo il “Dio c’è” sull’autostrada che secondo leggenda indicava i luoghi in cui veniva lasciata la droga.
Con la mia fotografia ho bruciato un posto sicuro.
E ora, probabilmente, rischio la vita.

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Bonifacio

Bonifacio è un altro discorso.
Perchè per quanto belle siano le spiagge della Corsica, Bonifacio fa parte di quelle cose (poche, nella vita) che oltre a essere belle sono uniche.
Tanto che è difficile spiegare con parole quello che già dalle foto si riesce minimamente a percepire.
Già da quando arrivi Bonifacio ti rendi conto della sua unicità.
Perchè sei sulla statale che arriva da Bastia, colline e montagne alla tua destra, ogni tanto il mare che sbuca alla tua sinistra.
Poi, all’improvviso, la strada si stringe e si fa a curve. Vedi le prime rocce di calcare con le loro caratteristiche erosioni orizzontali.
Svolti ed ecco la Marina di Bonifacio.

E ancora non ci capisci nulla.
Il paese con la fortezza è lassù in alto, in fondo a questo fiordo, e tu ancora non sai come ci arrivi né, soprattutto, dov’è il mare.
Solo quando il vaporetto si stacca dal porto e inizia a percorrere il fiordo tu cominci a realizzare come funzioni il tutto.
La natura si è inventata questo scherzo del fiordo in calcare in un’isola di granito e gli uomini, da seimila anni in qua, ci hanno costruito sopra questa rocca quasi inviolabile, alta sul passaggio delle navi nelle agitatissime Bocche.
Già così sarebbe sufficiente a creare un posto unico.
Ma poi ci si sono messi il mare e il vento, che hanno disegnato le falesie scavandole tanto che le estreme case del paese, quelle che si prendono il maestrale in faccia per nove mesi all’anno quando va bene, sono letteralmente sul vuoto.

Dal belvedere che sta là sopra, alla fine dei caruggi genovesi e dietro alla chiesa pisana, le Bocche sono uno sfondo da presepe, con il faraglione di calcare che i francesi chiamano “granello di sabbia” e la moderna torre di controllo per la gestione del traffico nello stretto, con la speranza che a nessuna nave, di quelle di oggi, capiti uno dei plateali naufragi che ne hanno contraddistinto la storia.
Fuori, sulla scogliera, si ritaglia nella falesia la straordinaria scala artificiale “del Re d’Aragona”, costruita nel 1420 per l’approvvigionamento dell’acqua dolce e arricchita poi con una bella leggenda.

E, come se non bastasse il tutto, le grandi grotte scavate nella falesia.
Poi, ahimè si rientra alla marina.
Si prende la macchina, si attraversa il tunnel magico e si torna nel mondo reale.
Che, nel caso della Corsica del sud, è fantastico.
Ma non è unico.

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Bastia, Cittadella Genovese.
Vedo questa targhetta e mi vanto con la guida franco-corsa del mio cognome.
Lei ride e mi dice, in un italiano stentato, che quel nome deriva dall’usanza di costringere i falliti a calarsi le braghe.
Poi ride ancora e mi chiede se ho capito.
Ride, ripete.
Io non rido.
Mia moglie sì, parecchio.

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