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Archive for ottobre 2012

Il device di carta che mi hanno regalato al compleanno è il secondo libro di Paolo Giordano.
Uno che di mestiere faceva altro e si è ritrovato a vendere svariati milioni di copie in giro per il mondo dei suoi “Numeri primi”, per non dire dei diritti d’autore del bel film che ne hanno tratto.
Io li avevo amati parecchio, quei numeri primi, al solito mio nella corrente della ggente e controcorrente rispetto a quelli che la narrativa italiana fa cagare e quel libro in particolare.
Io, come detto, li avevo amati parecchio e quando ho visto in libreria “Il corpo umano” nella sua edizione ipertrofica mi sono detto.
a) sarà deludente
b) sarà bello come il primo
c) ci farà capire quanto il primo fosse sopravvalutato (e in verità questa ipotesi mi atterriva un po’ perchè io, non so se l’ho detto, quei numeri primi li ho amati parecchio).
Alla fine nessuna delle tre è stata la risposta giusta perchè “Il corpo umano” è, semplicemente, più bello del primo.
Perchè rispetto ai numeri primi – che ho peraltro molto amato – questo è un libro più maturo. Un libro da scrittore, non da scienziato.
Ci sono le stesse emozioni del primo, la stessa straordinaria capacità di focalizzare personaggi angosciati e angoscianti che dapprima pensi “uh, come sono sfigati” e poi ti chiedi come mai ti somigliano così tanto.
Là c’erano Alice e Mattia, qui ci sono Egitto, Cederna, Ietri, Torsu, Zampa, Renè.
Sono soldati italiani in missione in Afghanistan, gente che va a fare la guerra – ed è una scelta impopolare quella di parlare di soldati in un paese di pacifisti – pensando di silenziare il rumore interiore delle esplosioni delle loro vite “civili”.
La guerra non cura, però, e i nostri torneranno (non tutti) con cicatrici visibili aggiunte a quelle, non curate, che si portano dentro.
Dicevo che questo libro è comunque più organico, rispetto ai numeri primi, e soprattutto rispetto alla parte di Alice e Mattia adulti che non mi aveva convinto fino in fondo nelle scelte narrative.
Qui invece si cresce, si conoscono i personaggi, si va con loro in missione e gli si resta vicino nel dramma, nel ritorno, nelle non soluzioni.
Alla fine ti mancano e, come ho già avuto modo di dire, è la cartina di tornasole che un libro funziona.

(Unica notazione negativa. Non puoi chiamare il maresciallo figo Renè e non aspettarti che io me lo immagino con la faccia di Pannofino per tutto il libro)

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Per il mio compleanno mi hanno regalato questa nuova diavoleria che stanno lanciando sul mercato.
L’idea è la stessa degli ormai onnipresenti ebook, quindi la lettura di un romanzo o di un saggio o di quelchevipare, ma stavolta hanno pensato di metterlo su carta!
So che vi state chiedendo come sia possibile, e confesso che anch’io, fino a quando non l’ho visto, non me lo sarei potuto immaginare.
Voi invece provate a immaginare l’intero testo di un ebook stampato consecutivamente su molte pagine poco più grandi di metà A4, su entrambe i lati.
Le pagine sono numerate, come gli ebook, ed è possibile inserire un segnalibro, in genere regalato dall’editore che tenta così di sopperire al bisogno del lettore di individuare il punto da cui ripartire.
Perchè, e qui è una grande novità, alla fine di ogni lettura questo nuovo device si richiude su se stesso e all’esterno resta la copertina, in genere di materiale più rigido per distinguerla dalle pagine.
Gli editori sono consci della difficoltà di lanciare un prodotto apparentemente così scomodo (per dimensioni, peso e metodo di lettura – ricordiamo che il font è fisso e non può essere ingrandito) e allora hanno promosso una campagna pubblcitaria che richiama come principale vantaggio il cosiddetto “odore della carta”, puntando così all’unico senso che non può essere soddisfatto da un lettore di ebook.
Non sappiamo se questo esperimento funzionerà, di certo è un tentativo di limitare la pirateria informatica creando device non digitali e quindi non replicabili.
Vi saprò dire le mie sensazioni leggendo questo nuovo device, che qualche genio del marketing ha chiamato – con un nome poco originale – Libro.

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Un’insana passione

Diciamo subito che “The apprentice” è il talent show che più mi appassiona, persino prima di Masterchef.
Perchè mi riporta a quell’epoca in cui pensavo che il mio futuro sarebbe stato quello, a inventare giocattoli (ho fatto il colloquio alla Clementoni ma non mi hanno preso, per inciso) o a fissare il miglior prezzo per 500gr di arabica.
Fantastico quel periodo, in cui mi immaginavo nel rutilante mondo del marketing ad applicare le quattro P per vincere sui concorrenti ed essere il migliore.
Ora me la rivivo negli occhi di quei concorrenti vagamente imbranati ai quali viene chiesto di essere brillanti e che spesso fanno cagate mirabolanti che anche un ragazzino saprebbe evitare.
Bello, bello The Apprentice, magari depurato della parte-baracconata (inevitabile nei realitu/talent) riconducibile al considerare Briatore, dico Briatore, come un imprenditore di successo e un esempio da seguire.
Comunque bello, e per me vince Matteo.
(titoli di coda, fotografia di chiagia con la scritta “Oggi Chiagia ha abbandonato i sogni di gloria e fa un lavoro che non ama per comprarsi cose che non gli servono. Cit.”)

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