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Archive for agosto 2013

Uno scorfano

“Ah, io non chiederei di essere un gabbiano, nè un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’é il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”. (L’isola di Arturo, Elsa Morante)

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(Tuerredda)

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Per avere la forza di correre all’alba, prima di andare al lavoro, ci vuole un insieme di cose.
Motivazione, follia, entusiasmo, esibizionismo, altra follia.
Il tutto si fonde in un elemento che potremmo chiamare DSV (“dai si va”), che tuttavia non rappresenta affatto un valore stabile nel corso della giornata.
Ad esempio il DSV ha un picco il giorno precedente alla corsa mattutina, quando incontri l’amico inscimmiato di corsa e ti metti a confrontare tempi, km e a fare programmi per il futuro, straparlando di possibili mezze maratone già in settembre.
Poi viene la sera e per prepararti la roba sulla sedia serve che il DSV sia ancora abbastanza alto, che io odio dai tempi della scuola la preparazione della roba la sera precedente. Allora ti ripeti le date della mezza maratona e il DSV raggiunge il livello necessario per raccogliere scarpe e maglietta e puntare la sveglia.
Poi la notte, e per il DSV è il dramma. Al primo risveglio causa gatto che ha sete il DSV crolla. Al secondo risveglio causa gatto che ha fame la discesa continua. Al terzo risveglio causa gatto che vomita quello che ha bevuto e mangiato il DSV è quasi a zero.
Ma poi riprendi sonno e sogni di correre, correre, ti innegrisci come Bolt e fai il ralenty come Chariots of Fire. Tadandandandadan, il DSV sale.
Un’ora prima della sveglia apri gli occhi, vedi l’orario e capisci che anticipando la partenza potresti aggiungere qualche km, il DSV schizza in alto ma è solo un rimbalzo tecnico, ti riaddormenti subito.
La sveglia ti soprende con un DSV sdraiato sul fondo, ed è lì che distingui il campione, che prende il DSV per le orecchie e lo tira su, dall’appassionato, che deve raccogliere da qualche parte la motivazione, l’entusiasmo, l’esibizionismo ma soprattutto la follia necessari per prendere e andare.
Ai primi km di corsa il DSV ancora dorme con te oppure si è fermato allo stretching.
Poi vedi l’alba, senti l’aria fresca della mattina, ti torna in mente quella mezza di settembre che sembra di colpo possibile, e corri con il DSV alle stelle.
Gli ultimi sussulti del DSV ci sono quando scarichi i dati del tuo Garmin e quando ti vanti con i colleghi (ma coooomeeee faiiiii? eeeeeehh).
Poi di colpo ti svegli e pensi quello che non devi pensare: chi me lo fa fare.
Ma è solo questione di smaltire la stanchezza e di riincontrare l’amico.
Dai si va.

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Che poi è curioso che di tutto quello di bello che potrei dire di Chia (Sud Sardegna, più vicino a Tunisi che a Olbia) e della mia lunghissima vacanza laggiù mi venga in mente di cominciare dalla raccolta differenziata.
Sarà che noi spezzini siamo in preda da un anno allo psicodramma della differenziata, in balia di un gestore che viene e va con la casualità della pertosse.
Fatto sta che eravamo appena arrivati nella nostra casetta e appena conosciuto la proprietaria lei ha iniziato a bombardarci di istruzioni sulla differenziata.
– L’umido va qua. La plastica qua, e SOLO, in sacchi trasparenti perchè controllano. Il metallo…
– Beh, con la plastica come a Spezia!
– NOOOOOO. Ecco perchè quelli di prima mi hanno unto tutta la plastica con una scatoletta di tonno!
– Da sola?
– NOOOOOO. Col vetro.
E così via, con domande a trabocchetto per vedere se abbiamo capito.
Fatto sta che il leit-motiv della vacanza è stata l’accuratezza con cui abbiamo diviso carta (che va da sola in contenitori di carta), vetro e metallo, plastica e umido.
Con la plastica, in particolare, che assumeva dimensione di gigantesco blob in attesa del passaggio a metà mese, coincidente peraltro con la vigilia della nostra partenza.
Al quarto sacco trasparente è arrivato il sospirato giorno e con soddisfazione abbiamo messo fuori il tutto. Per ritrovare tutto la mattina dopo.
Perchè non sono passati, ho immaginato io abituato ai ritmi spezzini.
PERCHE’ AVVETTE DIFFERENZIATTO MALE!!!, è sbottata la signora al momento dei saluti, LI HANNO LASCIATTI PERCHE’ NON SONO PERFETTI!
E ha cominciato a indicare microcorpuscoli estranei all’interno dei sacchi, incolpandoci del fatto che ora le toccava riaprire i sacchi e ridifferenziare tutto.
Il marito cercava di dirle che non potevano averli visti, ma lei era irremovibile.
Brava donna, bella casa. Ma non sbagliatele la differenziata.

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Tra le categorie di persone che da sempre soffro ci sono quelli che l’avevano capito prima.
Avete presente la soddisfazione di un finale a sorpresa di quelli dico MA NO MA DAI MA FIGURATI?
Quelle soluzioni che la nostra generazione – assuefatta alle narrazioni banali e prevedibili – adorano tanto che a volte basta una mezzo rovesciamento per fare di un film o di un libro un fenomeno di culto?
Ecco, sappiate che – come per ogni cosa bella della vita – ci sono anche lì quelli che rovinano tutto.
Ti dicono “Ma come, si capiva benissimo già dal risvolto di copertina” oppure “Era tutto chiaro dai titoli di testa”.
E io, invariabilmente, odio.
Ai tempi dell’Università c’era una futura medica lucchese che sosteneva che “Assassinio sull’Orient Express” si intuisca dai primi capitoli.
No.
Poi, col tempo, ci sono stati gli “smontatori” dei Soliti Sospetti e del Sesto Senso.
No.
E ora è il turno dell’ultimo film di Tornatore, bello al di là del geniale meccanismo costruito dal regista ma comunque non abbastanza originale per impedire al cretino di turno di dire che si capiva tutto “dalla prima telefonata”, ovvero prima ancora che tutti si fossero seduti al cinema.
No.
E anche ammesso che il cretino di turno che non si aspetta i finali sia io, non ditemelo.
Lasciatemi nella mia incredulità, lasciatemi fare OOHH quando succede il colpo di scena.
E dopo non ditemi che l’avevate capito.

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