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Archive for ottobre 2017

Il giorno della mia pensione fui avvertito da una sottile scarica idrosonica che percepii solo dopo alcuni minuti, non appena la crioenergizzatrice mi ridestò dal sonno in cui stavo ormai da centosedici anni.

Con la Grande Riforma del Lavoro del 2035 gli stati avevano infine accettato che nessun sistema economico era in grado di supportare l’impatto pensionistico di una popolazione sempre più anziana.

Questo, sommato al fatto che il lavoro meccanico era ormai di quasi totale pertinenza dei robot, lasciava a milioni di anziani compiti meramente intellettuali e direttivi, verosimilmente destinati ad essere svolti fino alla loro morte.

Ma ciò non risolveva il problema di fondo: per sostenere milioni di anziani scarsamente produttivi servivano risorse e, semplicemente, non c’erano. La storia in questo casi prevede sommovimenti sociali, guerre e rivoluzioni che ripristinano il corretto equilibrio tra risorse e bisogni.

Questa volta invece non ce ne fu bisogno, grazie alla rivoluzione crioenergetica. I lavoratori intellettuali, raggiunti i sessant’anni di età, sarebbero stati congelati a una temperatura tale da mantenere la struttura fisica ai minimi essenziali e quella mentale alla normale efficienza in grado di continuare la propria attività lavorativa, restando lucida per tutto il tempo del congelamento.

Così gli anziani criogenati avrebbero a loro modo contribuito a creare le risorse necessarie al progredire della società, salvo poi essere messi in pensione una volta che si fosse individuato un apporto non conveniente rispetto all’energia investita.

Dapprima non fu facile far accettare alla popolazione un tale drastico cambio di vita, ma ben presto furono le stesse classi più giovani a capire che questa dolorosa opzione avrebbe loro consentito di mantenere la giusta rotazione delle risorse fino alla loro maturità, salvo poi essere disponibili a sottoporsi a loro volta alla crioenergizzazione. Così lo imposero e, dopo alcuni anni di rivolte, la situazione fu accettata, anche se una consistente quota della popolazione – con evidente egoismo – prese a togliersi la vita all’approssimarsi dei sessant’anni.

Quando toccò a me entrare in crio la presi tutto sommato bene. Ne avevo parlato a lungo con mia moglie, più giovane di me di cinque anni, che si disse contenta di venire a trovarmi ancora per qualche tempo. Non avevamo avuto figli ma scelsi comunque di farlo perché la ritenevo una cosa giusta e poi alla fine non mi costava nulla, almeno a livello cosciente.

Poi è venuto il giorno della mia pensione. Non ho festeggiato con i miei colleghi o con mia moglie, ma con un cervello elettronico che monitorava dall’inizio le mie funzioni vitali e, registrati negli ultimi mesi sensibili cali di efficienza, aveva programmato lo spegnimento per quel giorno.

Cosa si prova? Sarebbe bello dire un conto alla rovescia, un progressivo perdere la coscienza ripensando a quanto accaduto, se ne è valsa la pena, che chissà se mia moglie è già in pensione prima di me, che forse finalmente è finita questa noia. Invece la verità è che non si viene avvertiti prima, per evitare inutili perdite di energia. Si viene spenti all’improvviso e destinati allo smaltimento, dove si contribuisce ancora per il poco che si può, per un’ultima volta.

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S.

Ho visto i tuoi occhi in un sogno, in una di quelle notti in cui ti sembra che non prenderai mai sonno perché i pensieri sono pesanti, e quasi hai deciso di arrenderti, di lasciare andare la testa sott’acqua, di mandare tutto al diavolo, anche se non è giusto, e pensi, pensi, e poi all’improvviso ti ritrovi addormentato che non sai nemmeno come è successo, ma meglio così.

Ecco, a quel punto ho visto i tuoi occhi, e la prima cosa che ho notato è stato il loro colore che ora saprei riconoscere in un campionario, un colore che secondo me merita un nome suo perché i nomi che già esistono per i colori sono troppo banali, già usati mille volte per altri miliardi di occhi e invece tu ne meriti uno tutto per te, nuovo, magari uno di questi giorni lo invento.

Non saprei dire ora cosa ci fosse in quel sogno, se eravamo sul mare o in un centro commerciale, non lo so, davvero. So che quando sono riuscito a rinvenire dal tuo sguardo ti ho vista tutta insieme, che mi sorridevi, che mi tendevi una mano come ora fai normalmente ma in quel momento mi sembrava una visione impossibile, giusto uno di quei sogni che poi ti svegli e sei arrabbiato perché non è reale.

Ti ho preso la mano, nel sogno, e nel momento in cui mi hai sorriso ho capito che eri nostra figlia. Ti ho chiesto dov’eri, ti ho detto che ti stavamo aspettando, ti avrei forse implorato di venire in fretta. Ma tu nel sogno eri solo una bambina, e che ne sa una bambina della fatica dell’attesa, che ne sa dei pianti, delle speranze, delle delusioni, della pazienza. Una bambina si limita a sorridere e a stringere la tua mano, specie in un sogno.

Poi mi sono svegliato e ho dimenticato. Noi grandi siamo fatti male, abbiamo sempre troppe cose per la testa e finiamo per mescolare tutto e infilare quelle importanti in qualche angolo che chissà dov’è. Eppure quegli occhi sono rimasti da qualche parte della mia memoria, perché li ho riconosciuti appena li ho rivisti un po’ di tempo dopo, in una fotografia, in un video e poi, finalmente, quando sei uscita dall’aereo.

E ho capito che anche quando si è stremati bisogna continuare a nuotare. Che lasciare la testa sott’acqua non è mai la soluzione giusta. Che magari a riva troverai occhi come i tuoi, con il loro colore dal nome nuovo, ad aspettarti.

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La bellezza di Auronzo

Oggi il mio amico Carlo era al bar della Bocconi e a noi non interessa perchè fosse lì, alla sua età, sono cose che vedrà lui in famiglia.

A un certo punto lo sguardo viene rapito dalla tshirt di una studentessa, che immaginiamo a fini narrativi come attillata su base prosperosa e la sua attenzione viene per un attimo catturata dalla scritta Cadore.

Il passo che lo separava da una gaffe memorabile a quel punto era minimo: un attimo e ti ritrovavi a chiederle se anche lei è di Auronzo, se ha visitato il museo della Prima Guerra Mondiale, quale fosse il suo lago preferito, se nel Cadore si sta meglio in estate o in inverno, così, per fare conversazione.

Invece, un attimo prima dell’irreparabile, un movimento del corpo e la maglietta si distende rivelando una “J” apostrofata e imprevedibile che ricolloca la fanciulla dal piacevole ambiente predolomitico a una più normale passione per profumi e brand di alta moda.

J’adore. Non fidatevi mai della prima impressione, specie con le studentesse della Bocconi.

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