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Archive for novembre 2017

Milioni di pagine di blog mai lette se non dall’autore sono state sprecate per spiegare i pregi delle serie tv americane e, soprattutto, per confrontare impietosamente la povertà assoluta di mezzi e idee dei loro corrispettivi italiani (con poche eccezioni tra cui Gomorra).

Visto che la gente ha sempre meno voglia di aprire i blog (ma questo non è un blog) fornisco un comodo specchietto riassuntivo di pregi delle une e difetti delle altre, premettendo che è come confrontare un piatto da duecento euro fatto da uno chef stellato in un ristorante con vetrata sulla baia di Copacabana con un sacchetto di fagiolini del Lidl ancora surgelati.

(Con il massimo rispetto per i milioni di anziani che continuano a godersi i fagiolini surgelati perché l’artrosi gli impedisce di cliccare sul telecomando tasti diversi dall’1.)

SERIEVSFICTION

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Tarzan

C’era un bambino che era molto bravo a scuola ma completamente negato nelle attività pratiche.

C’era suo papà, che invece sapeva fare un po’ di tutto in casa ma soprattutto era bravo a mettere la tappezzeria, come usava in quegli anni. Questa sua abilità non era innata, ma frutto del fatto che da ragazzino aveva dovuto lavorare e glielo avevano insegnato. E del fatto che allora con uno stipendio di postino non si riusciva a tirare granché avanti se uno non affiancava un altro lavoro nel pomeriggio.

Quel papà avrebbe forse voluto che suo figlio fosse un po’ meno immerso nei libri e un po’ più “sgruppato”, avrebbe detto lui, nei lavori pratici. E allora lo portava talvolta con sé nei pomeriggi di lavoro.

Gli appartamenti in genere erano vuoti, con odore di pittura e di polvere. Quel papà trasportava in casa i secchi e il borsone degli attrezzi. Poi scaricava dal portapacchi della Escort la scala e il bancone di lavoro, una cosa pesantissima e magica che si apriva in tre formando un lungo tavolone su cui stendere la carta da parati.

Anche quello che seguiva in quel pomeriggio era vagamente magico. La perizia di quel papà nel tendere il filo colorato per fare i segni sul muro (“Dai, aiutami a tenderlo”) e poi tutta la manovra della carta da parati srotolata sul bancone, cosparsa di colla e ripiegata con sapienza in tre. Poi saliva sulla scala e mantenendo l’equilibrio attaccava la carta in alto, seguendo il segno sul muro, e poi apriva il pacchetto facendo aderire la carta al muro in modo che nemmeno un millimetro rimanesse rispetto alla striscia già attaccata a sinistra, né un millimetro si sovrapponesse ad essa.

Quel bambino osservava tutto questo per un po’, poi si annoiava e guardava l’orologio in attesa della fine di quell’interminabile pomeriggio. Non avrebbe imparato mai a mettere cura nel lavoro e ancora oggi, che è grande, fa fatica anche a non mettersi l’Attak sul polpastrello o a tagliare bene lo scotch.

Un pomeriggio quel bambino portò con sé il libro di Tarzan, che stava in casa nel mobiletto del corridoio in mezzo ai fumetti che aveva già letto. Il libro era alto e scritto fitto, in effetti non lo lesse mai, ma quel pomeriggio lo portò nell’idea di farlo.

Mentre Tarzan stava abbandonato sul bancone una goccia di pittura cadde dal soffitto e finì al centro della copertina, quasi a riprendersi un po’ del suo e a scacciare quell’oggetto evidentemente incongruo con l’ambiente e su quella copertina rimase per sempre e sarà anche oggi chissà dove.

(Auguri Papà, oggi sarebbero 76. Brutte notizie, anche Franci mi sa che non diventerà un buon tappezziere.)

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Per il piccolo Gianluca la gita dai parenti pisani era comunque un’avventura, agognata e attesa per giorni dal momento dell’annuncio, come si conviene a uno che già da piccolo avrebbe venduto un organo inutilizzato per fare un viaggio.

Viaggio, poi. Si andava vicino a Pisa, nello strano borgo di Putignano caratterizzato da belle casette indipendenti sparse per la campagna attorno agli argini dell’Arno.

Una delle attrazioni per me e mio fratello erano proprio quegli argini. Per noi, che grazie a Dio che non ringrazieremo mai abbastanza viviamo SUL MARE, vedere il fiume era comunque una roba strana.

La seconda attrazione era il passaggio a livello. La casa degli zii era su una strada tagliata dalla ferrovia e i nostri pomeriggi lì fuori erano caratterizzati dallo scampanare della sbarra che si abbassava (e noi fantasticavamo che ci fosse un minuscolo Giovanni che ne determinava il movimento) e dal passaggio, vicinissimo, del treno.

Poi c’era casa degli zii Edgardo e Pieranna (nomi che, come capirete, erano perfettamente congruenti con il clima da favola di quella giornata fuoriporta). La casa ci sembrava bellissima, nientemeno che una villetta a due piani con l’ingresso da una parte e dall’altra (!), insomma una roba tipo Trump Tower per noi che venivamo dai tre vani di Via Sarzana, Migliarina.

Entrando in casa, su un mobile a destra, lo sguardo era rapito da un meraviglioso grammofono, con la tromba (si chiamerà così?) di ottone lucido, il piatto che da chissà quanto non aveva ospitato dischi, ma sufficiente a farmi sognare se solo chiudevo gli occhi le arie di lirica che lo zio Edgardo amava. Lo zio Edgardo, con il suo humor toscanaccio, che diceva “un esercito di brodi” invece che “di prodi” e “com’è stata quella guerra? mondiale!” a me che non ridevo perchè non le capivo.

Poi il bagno al piano di sopra, con la scala che saliva e pensavi di essere nel Qualcosashire invece che a Putignano.

Accessori alla visita agli zii erano in genere la parentesi shopping alla Stalla Toscana (che era davvero una stalla con la roba alla rinfusa) e nei negozi di scarpe della vicina Titignano, dove i prezzi erano eccezionali e io ottenevo qualche adesivo per la mia collezione.

E poi la visita all’aeroporto, dove davvero diventavamo selvaggi con mutande di foglie di bambu che aprono la bocca davanti al grande uccello volante, in quell’epoca in cui Ryan Air era ancora nei pensieri di Gesù.

Quando le visite coincidevano con l’estate c’erano le feste dell’Unità, dove degustavamo il “pane pomodorato”, che mi sembrava una cosa buonissima e irripetibile e invece era solo pane bagnato di pomodoro (non bisognerebbe mai spiegarsi i ricordi troppo romantici).

Il viaggio a Pisa finiva di sera, con il ritorno a casa sulla nostra Ford Escort, io seduto dietro a leggere i miei Zagor se c’era luce, a guardare le stelle sperando di vedere un UFO se era buio, infine ad addormentarmi.

 

(PS Mentre scrivevo avevo la sensazione di aver già scritto qualcosa su Putignano, ma tra i difetti di diventare vecchio, oltre a scoprire il segreto del pane pomodorato, c’è che non ti ricordi più un cazzo.)

(PS2 La cugina Antonella, figlia di Edgardo e Pieranna, mi manda la foto del grammofono)

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Papetti

In quei momenti ciclici in cui la gente ti fa i complimenti e ti dice che sei sprecato e che potevi essere chissacosaforsedio e invece sei namerda, ecco in quei momenti penso che se avessi avuto dentro di me un po’ di rock forse la mia vita avrebbe avuto un percorso diverso.

Non dico rock estremo o heavy metal, basta una di quelle ballate tipo November Rain in cui a un certo punto parte la chitarra elettrica e ti spinge dal basso verso l’alto, nanananana su senza paura buttati nananananana fottitene delle critiche nananananana giocatela.

Invece dentro di me c’è un pezzo di Fausto Papetti, melodico e rassicurante, riscaldato da un refrain di sax tenore che dopo un po’ ti cadono le palle, le tette in copertina come massima trasgressione.

E capite che con un pezzo di Papetti dentro non è facile essere dio.

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Indie per cui

Questa cosa che mi piace musica da giovani sta diventando un problema.

La colpa, va detto, è di Spotify, il marchingegno che dispensa tutta la musica del mondo gratis e te la infila nel telefono, nel computer, sulla macchina col bluetooth, presto direttamente nel cervello infilando un aghino.

Dunque se prima quello che mi piaceva era dettato dalla combinazione radio+musica scaricata (e parliamo di anni e anni fa, giusto il tempo di applicare la prescrizione), oggi ci sono questi canali che ti fanno conoscere cantanti e gruppo che ancora non si sentono alla radio e non si vedono in tv.

Nello specifico il mio canale preferito era, all’inizio, Indie Italia, dove Indie non sta per indiani come penseranno i nostri piccoli lettori ma per indipendenti, dove indipendenti non sta per indipendenti ma per cantanti in attesa di diventare famosi.

In Indie Italia ho scoperto prima di tutti voi, gnè gnè, gli Ex Otago, i Thegiornalisti (nota, i gruppi indie hanno in genere nomi del cazzo), Brunori, Levante, Ghali, Coez, tutta gente che ora vedete da Fazio e dite uh belli, uh che novità, uh fan cagare e comunque io quelle cose le ho dette prima, gnè gnè.

Poi la mia bulimia esistenziale applicata alla musica mi porta ovviamente a partire dalla superficie (il pezzo che passa) e a tuffarmi in profondità in tutto l’ultimo disco, tutta la produzione, la storia della loro vita, i loro genitori e stop (ai nonni finora non sono arrivato).

L’ultimo fenomeno che sto ascoltando si chiama “Lo stato sociale” (vi ho detto dei nomi) ed è un gruppo formato da cinque giovanotti bolognesi che non sanno in realtà né cantare né suonare ma riescono ad amalgamare questo non sapere con testi scritti invece molto bene anche quando provocatori. Anche loro sono in fase di emersione dall’indienesimo, quindi la loro musica vira via via dall’ululato di protesta inascoltabile alla canzonetta facile per beccare le radio e le fan.

Non vi dico di ascoltarli, sicuramente non vi piaceranno, ma se dovesse capitare provate con “Niente di speciale”, ancora a metà del guado tra melodia romantica e testo assolutamente non banale.

Intanto io sarò già oltre, ai Pinguini Tattici Nucleari, al Management del Dolore Post Operatorio o agli Svitamento delle Brugole (due di questi tre sono veri, attenzione!), ma comunque vi aspetto e, nel caso, chiamate.

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Ci sono persone per le quali i viaggi sono un’infinita rottura di palle, uffa, preparare i bagagli, uffa, organizzare, uffa, partire. Per queste persone abbiamo grande pena e vogliamo loro bene come fossero normali.

Poi ci sono la maggioranza di noi, che abbiamo con il viaggiare un rapporto sano, ovvero che staremmo sempre in viaggio se avessimo soldi e ferie e diciamo che se vincessimo alla lotteria – cosa difficile che avvenga se non ci giochiamo – li spenderemmo tutti in viaggi, a parte un po’ in beneficenza (cosa che si dice tanto sappiamo che non succede se no col cazzo).

Infine ci sono persone che, per misteriose vie, sono riuscite a realizzare questo sogno, quello di fare viaggi favolosi intorno al mondo in posti dove la civiltà (leggasi wifi) non è ancora arrivata. In genere sono esploratori, giornalisti di viaggio, biologi, antropologi, eredi di fortune.

E un doganiere, mio amico e collega, che chiameremo F.C. per tutelare la sua privacy.

Lui per soddisfare la sua insaziabile fame di viaggiatore si è inventato coordinatore di viaggi per una nota catena, che chiameremo A.n.M. per i motivi di cui sopra. Almeno tre volte all’anno si spara strabilianti viaggi in posti dei quali nemmeno il sig. De Agostini di Novara sospettava l’esistenza, accompagnando comitive variegate, organizzandole, aiutandole e, alla fine, facciano un po’ come gli pare che io devo fare le foto.

Questo basterebbe ai più per placarsi ed affrontare il restante periodo dell’anno lavorativo in serenità.

A F.C. non basta. Perché quelli con A.n.M. sono QUASI lavoro, visto che devi accompagnare eccetera eccetera. Ti lasciano il piacere del viaggio ma anche , in un minuscolo posto recondito, la tensione della responsabilità di questi quattro disgraziati che porti dove non dovresti.

L’unica per togliere quella tensione è affiancare ai viaggi da coordinatore altrettanti viaggi da solo o con gli amici, in posti non meno belli, scovando su internet tariffe bassissime per posti bellissimi che io nemmeno se mi sposo Brin e Page riesco a trovarle.

L’ultimo mistero che resta ruota attorno al numero di ferie che riesce a godere nell’anno. Teorie malevole parlano di manipolazione dei software aziendali o, più banalmente, di ricatti ai danni dei dirigenti del personale per ottenere condizioni di favore.

Ma a noi non interessa. Noi aspettiamo il suo prossimo ritorno per vedere le meravigliose foto che scatta in un atollo del pacifico o sul cratere di un vulcano centroamericano o nei viali di una metropoli venusiana. Godere della sua presenza, sentirlo che ci racconta di quello che ha fatto facendoci fantasticare di essere con lui.

Brevemente, perchè sta già per ripartire.

 

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