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Archive for febbraio 2018

A poesia de Lisboa

La poesia di Lisbona è nell’acqua su cui si affaccia, il Tago, largo e profondo come un mare che raccoglie le forze prima di tuffarsi nell’oceano pauroso che lo aspetta poco più in là. Acqua rubata dalle installazioni portuali e a tratti recuperata e goduta come nel quartiere di Belem. Acqua trafitta dai due grandi ponti, il Vasco de Gama bianco e lunghissimo e il 25 Aprile, rosso come fossimo a San Francisco, che ti porta ai piedi del Cristo Re, alto e benedicente come fossimo a Rio.

La poesia di Lisbona è nella terra che non sta mai ferma, si muove nervosa su e giù per i colli e le strade all’improvviso si tuffano come piste di ottovolante, planano e risalgono arrampicandosi fino al prossimo dosso. La terra sovrastata da case, chiese e castello sopravvissuti ai terremoti, in particolare a quello grande del 1755, quando la terra non si accontentò dei suoi saliscendi e si prese la libertà di dare uno scossone a cambiare la faccia di una città.

 

La poesia di Lisbona è in un passato che si aggrappa ai muri piastrellati delle case per non venire portato via dalle sferzate del vento dell’Atlantico. Il passato dei tram gialli che sferragliano su e giù e degli elevatori che ti evitano le brusche salite. Delle piazze con i pavimenti maiolicati e i monumenti dei re che ricordano quando il Portogallo era una potenza. Ma qui la gente non sembra ricordarlo con nostalgia, al viaggiatore sembra gente troppo tranquilla per doversi occupare di un impero. Meglio guardare la Torre di Belem e pensare, con Saramago, che una torre difensiva così bella non può essere stata costruita da un popolo che ha voglia di guerra.

La poesia di Lisbona è nelle parole dei suoi poeti. Da quelli del passato, Luis de Camoes che guardando l’infinito da Cabo de Roca, davvero la fine del mondo, scrisse “aqui, onde la terra se acaba, el mar comenca”. Fino ad arrivare a Fernando Pessoa, con le sue descrizioni della luce di Lisbona che è più bella del più bello dei fiori, la sua statua che ti offre una limonata al Chiado, la sua tomba al Monastero de los Jeronimos. E Saramago, che con il suo “Lisbona” mi ha introdotto a questa città, e che ora “abita” con la sua Fondazione nella Casa de Bico dalla parete ricoperta di diamanti.

20180218_1409041508795412.jpgLa poesia di Lisbona non può non essere nei suoi dolci, nel latte cremoso dei Pateis de Nata della Manteiqaria o di Belem, nella cannella delle Queijadas e nell’uovo dei Traveisseros. Ma è poesia anche il salato delle sue sardine ritratte ovunque, vero simbolo della città, e del suo bacalhau fritto o grigliato. E come può non essere poetico un liquore alle ciliegie, la Ginja, che per tradizione viene servito da banconi lungo la strada in bicchierini, sotto forma di ginjinhas?

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La poesia di Lisbona è nella gentilezza con cui vieni accolto e ascoltato in italiano, spagnolo maccheronico, inglese, sparando ogni tanto qualche oui che chissà come ci finisce in mezzo e in qualche modo però ti capiscono o ci provano. E’ nel fado, suadente musica di nostalgia che si sente ovunque come una colonna sonora dolce e straziante. Nelle azulejos colorate che decorano i muri. Nel volo delle mante nell’Oceanario. Nelle aquile (vere) che vivono nello stadio del Benfica, gloria calcistica della città segnata da infiniti successi e da una maledizione centenaria.

Troppa poesia, insomma, per non venir via con la saudade di Lisbona nel cuore.

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