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Archive for aprile 2018

Quando uno fa la dieta tutto il mondo sembra schifoso, hai sempre fame, odi chiunque (che è il mio status normale anche senza dieta, tra l’altro).

Ma non appena cominci a dimagrire (e il segno non è la bilancia ma la voce falza dell’amico che dice come sei dimagrito) perdi completamente la testa e tutto il mondo sembra bellissimo, non hai più fame e ami chiunque (io nemmeno quando sono dimagrito).

Il problema però è che nella tua mente avviene un fenomeno inverso a quello che capita nell’anoressia: ti vedi più magro di come sei realmente. Hai perso cinque chili e pensi di essere uno di quei robi sottili che vedi a volte in spiaggia. Invece NON LO SEI.

Quando ti compri i vestiti questo effetto ottico/mentale si ripercuote sulla lettura delle taglie. Eri una 54, hai perso 5 chili, NON PUOI ESSERE una 48. Invece pensi di sì e ti provi la 48, che non ti va. Allora chiedi la 50 e ti va ma stretta stretta.

Imprechi contro queste case che sbagliano le taglie per i loro orribili fini commerciali, tiri il fiato e compri. Perché uno degli effetti quando dimagrisci e che pensi che dimagrirai per sempre. COSA CHE NON SARA’.

Succede quindi che quando ricomincerai ad ingrassare, e succederà in un periodo che varia tra i sei mesi e i due anni successivi, non ti andrà più nulla. Ma a quel punto l’armadio non avrà più abiti comodi, che avrai buttato nella folle illusione, e dovrai metterti quelli stretti.

Con tanti disoccupati in giro basterebbe che qualcuno facesse il correttore di taglie, seguendo le persone che si comprano cose troppo strette aprendogli gli occhi e ricordandogli che presto torneranno grasse.

Magari sul momento saranno odiati, ma poi vedrete.

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Da un po’ di tempo mi capita di dimenticarmi le cose. E parlando con miei coetanei, ovvero gente che ha la quinta decina nell’età, vedo che si tratta di una prassi diffusa.

La cosa più allarmante sono i nomi degli oggetti o dei personaggi famosi. Io mi facevo vanto di ricordarmi i nomi di ogni più insulso attore o regista che passava sul grande schermo. Dicevo “ah il film xy, quello con z che ha fatto anche quell’altro con q in cui faceva il padre di g”.

L’altra cosa pazzesca sono i collegamenti. Vedevo una scena in cui uno versava della menta fredda in gola a un cane (invento, eh) e dicevo dove l’ho vista, dove l’ho vista, e mi veniva in mente un libro che avevo letto dieci anni prima.

Ora, il vuoto. Vedo un oggetto e mi pianto cercandone il nome, come il protagonista della Versione di Barney che alle prese con l’Alzheimer non ricorda come si chiami il colapasta. Vedo un attore e annaspo alla ricerca del nome. Penso a un libro che ho letto un mese prima e non mi ricordo una mazza.

Ora, posto che non è possibile che tutti siamo affetti da alzheimer presenile o da sintomi di rincoglionimento, ho formulato una teoria.

Primo, il nostro cervello perde elasticità in un momento storico in cui siamo soffocati da informazioni. Un tempo leggevano dieci libri all’anno, vedevamo venti film, ascoltavamo dieci dischi. Oggi buttiamo nel frullatore continue notizie, input e tutte vengono appena sfiorate con lo sguardo, consumate, digerite, evacuate.

Il secondo motivo è che siamo abituati a googlare tutto e quindi il nostro cervello sta facendo la fine delle pinne caudali nei pesci che sono saliti a terra quella volta là.

La terza ragione, ed è qui il cuore della teoria che mi varrà il Nobel (che però non ricorderò di avere vinto) è l’effetto “panico neuronale”.

Quando vedi la foto di un’attrice e pensi “come si chiama” perdi di botto l’apporto del 30% dei neuroni più lucidi, che presi dal panico corrono in tondo sbattendosi l’uno contro l’altro e gridando “non ce lo ricordiamoooohhh”. Un altro 30% di neuroni intanto cerca di calmarli ma non viene ascoltato nel caos generale. Al 40% di neuroni restanti rimane il tentativo di capire il nome dell’attrice, ma sono quelli che stanno là dietro a poltrire e dopo l’esame di diritto privato non sono stati praticamente più usati.

Questo spiega, gentili accademici, perché rivedendo la stessa foto dieci minuti dopo, con i neuroni che respirano profondamente e si abbracciano ritrovando la serenità, rivedendo la stessa foto dirai “Keira Knightley”.

(O era Natalie Portman. Qual era quella che ha fatto Cigno Nero? PANICO!)

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Molte cose sono cambiate da quando il veterinario ci ha di fatto vietato di dare a Paciugo, il nostro gatto sedicenne, le crocchette industriali.

La prima è che non c’è più la ciotolina piena di crocchette 24/7, che era abituato a vedere dalla nascita gestendosi secondo la fame gli spuntini. Ora invece dipende da noi e per soddisfare la fame deve aspettare che gli prepariamo il succulento piatto con pastina all’uovo e nasello bollito.

Quando vede che iniziamo la manovra si avvicina e comincia un miagolio invero senza senso, perché semmai dovrebbe miagolare quando NON gliene diamo. Invece gli viene la prescia e chiede finché non vede il piattino davanti, che i gatti, si sa, sono tanto svegli in alcune cose ma tonti in altre.

La seconda cosa che è cambiata è che è diventato un randagio in perenne ricerca di cibo. Ormai per noi pranzare o cenare è diventata una lotta impari perché lui si avvicina mendicando qualsiasi cosa, che ora gli piace qualsiasi cosa, dalla carne al pesce (e fin qui), ma anche formaggi, verdure, torte salate e dolci. Qualsiasi cosa gli piace, come se nel suo piccolo cervello pensasse che la sua sopravvivenza dipenda da questo ultimo cibo che si sta procurando.

Il randagismo è emerso anche per quanto riguarda l’eventuale cibo che può trovare in giro per casa. Guai a dimenticarsi di coprire il cibo: lo troverà evidenziando un olfatto finora poco usato e sarà suo. La plastica in attesa della differenziata nasconde qualche sapore o odore che ricorda cibo? Tutto per aria.

La terza cosa è che per un paio di mesi gli ho dovuto dare il Maalox, che è una cosa che fa sempre molto ridere quando la dico. Come si dà il Maalox a un gatto? (Tutorial) Si raccoglie con una siringa e dopo averlo immobilizzato si spruzza in bocca/gola/trachea. Immobilizzare il gatto non è mai facilissimo ma in quest’ultima fase ho elaborato una manovra che prevede il blocco delle zampe anteriori – che poi sono quelle che possono offendere – e lo spruzzino in bocca.

Paciugo non ama il Maalox, anche se probabilmente se vedesse che lo prendiamo noi lo vorrebbe. Si nasconde in modo improbabile sotto il tavolo, ma è abbastanza peloso da essere visto e catturato. Dopo aver preso la medicina fa dei versi che secondo me un giorno verranno tradotti come insulti.

Poi si rimette in caccia, che da qualche parte c’è del cibo che lo aspetta.

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É vero, sto scrivendo un libro.

E siccome il mio primo problema è l’ansia da lunghezza questo libro sarà pieno di personaggi, in genere ne comparirà uno nuovo ogni dieci pagine e dopo altre dieci verrà dimenticato. Metà saranno di colore, ancora devo decidere quale. Metà saranno donne, alcune faranno persino la carbonara con la panna.

I personaggi saranno apparentemente slegati tra loro, ognuno con la sua storia che sembra non incrociarsi mai con le altre. Ma è solo un’apparenza: tutto segue un disegno orizzontale che porta a un obiettivo che non so io, figuratevi loro.

(In verità non tutti i personaggi sono slegati tra loro. Ci saranno cinque storie d’amore sorteggiate a caso tra i personaggi, vietati i derby e concesso un amore omosessuale. Ci saranno due parti, un aborto e una gravidanza isterica, scene di sesso esplicito e una spesa all’ipercoop.)

Il narratore cambierà ad ogni capitolo e talvolta parlerà di cose che accadono in altri libri, creando un effetto confusivo che è voluto dall’autore, che sono io. Voluta anche una certa trasandatezza nell’ortografia, con verbi avere senza acca rilasciati con fare svogliato come a dire io lo so che è sbagliato, punto.

L’idea è che sia il primo di una trilogia, o quadrilogia, forse di una saga, vediamo come va. Ogni capitolo finirà con un colpo di scena e il finale del libro sarà il colpo di scena più clamoroso di tutti, che direte che cagata i colpi di scena finora. Almeno credo, perché non ho ancora pensato al finale.

Sarà un romanzo di formazione, anche se non ho mai capito cosa significhi, forse è la volta buona. Sarà targetizzato sugli Young Adult, che vuol dire che lo leggeranno i vecchi per sentirti giovani perché i giovani hanno ben altro da fare. I diritti cinematografici saranno venduti a una major, ma il film non si farà mai perché non mi andrà bene nessun regista.

Sarà il più bel libro che abbia mai letto, perché è impossibile scrivere senza leggere. Cioè io ci provo, che odio rileggere le mie cose, ma mi sa che sarò obbligato. Voi invece che non l’avete scritto lo leggerete direttamente e sarà una rivelazione, soprattutto quando Jane incontra Mark e dice quella cosa del cane.

Ma non voglio anticipare nulla, come mi ha detto l’editore.

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E chissà cosa ci aspetta ancora là davanti, non lo so e non lo sa nessuno, però sappiamo quel che abbiamo dietro, quello che abbiamo fatto giorno dopo giorno, che poi è la grande storia di come siamo arrivati fino qui. E ogni mattina ci alziamo e facciamo un altro passo, e la nostra storia è la magia che trasforma questo passo corto e scemo in una roba gigantesca, che è la nostra direzione. Verso dove non è mica chiaro, ma intanto si va, e questa magia dietro non la vedi ma ti spinge, uguale identica a quella che stai in mezzo al mare, e lì per lì pensi di andare a fondo e invece no, perché qualcosa ti tiene a galla, senza fiato e però vivo, con gli occhi spalancati all’orizzonte.

Tutti con gli occhi che frizzavano, ad aspettare, aspettare fortissimo.
E non importa se non sapevamo quando sarebbe successo e come: era la cosa più stupenda del mondo, così tanto che la seconda in classifica era stare qui, tutti insieme, ad aspettarla.

Anche se gli zii mi avevano spiegato che un uomo non deve dirlo mai, che un altro uomo è bello. Simpatico sì, bravo pure, ma bello no, un uomo non lo dice. Così come un uomo non stira, non lava i piatti, non scrive le poesie.

…poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre.

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Mi piacciono le isole, perché non puoi capitarci per caso.

Prima devi decidere di andarci, e non è mai una cosa semplice anche quando l’isola sta lì, appena a pochi metri dalla terra su cui posi i piedi. Figuriamoci quando invece l’isola la vedi lontana, piccola, o non la vedi neppure e sai solo in quale direzione la troverai.

Sai che tra questa terra che lasci e quella dell’isola che ti aspetta c’è il vuoto del mare, sul quale dovrai volare su una barca di legno e si sa che volare non è mai una cosa che piaccia troppo a noi umani da quella volta che siamo andati troppo vicini al sole.

Allora perché mai uno dovrebbe prendersi il rischio di lasciare un appoggio sicuro per affrontare il volo sulle onde e poi magari finire su una terra diversa, circondata dall’acqua e che magari galleggia per miracolo?

Perché le isole compensano il loro istinto a starsene da sole, connaturato al loro essere appunto isole, con un’insopprimibile necessità di essere raggiunte da qualcuno che parte apposta, stacca i piedi, vola, solo per andare da loro. Dio, che sensazione deve essere.

E allora le isole cedono alla loro vanità e attivano la loro forza di attrazione, il magnetismo che da sempre ha portato qualche matto a lasciare la terra e partire per mare.

Quando hai ceduto a questa attrazione e sei sceso sull’isola sei di nuovo su una terra, ma lo senti che è una terra diversa. Una terra staccata che ti abbraccia e ti coccola perché ti vuole far venir voglia di non andare più via, almeno finché non lo decide lei.

E allora ti fa dimenticare la terra da cui sei partito, senza bisogno di mangiare il loto come i marinai di Ulisse, ti fa dimenticare i pensieri che hai lasciato laggiù, le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare.

Finché lo decide lei penserai che non te ne andrai mai, che sei arrivato nel posto che cercavi.

Ma le isole dopo un po’ si annoiano, hanno esaurito la loro vanità e hanno bisogno di ricaricarla con nuovi viaggiatori da attrarre.

Allora ti fanno tornare la nostalgia di casa, ti fanno ricordare le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare e penserai che forse erano le stesse persone, e forse fai bene a tornare da loro.

Allora prendi coraggio per il volo di ritorno, stacchi di nuovo i piedi dalla terra e parti.

Ma prima hai l’istinto di voltarti un’ultima volta, perché l’isola ti chiede un ultimo omaggio alla sua vanità.

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