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Archive for luglio 2018

Josefa

TOPSHOT-LIBYA-EU-MIGRANTS-RESCUEQuando era aggrappata alla tavola Josefa non sapeva il nome dei politici che ogni giorno parlavano in televisione di quelli come lei, non ne conosceva la faccia. Non sapeva nemmeno in quale paese sarebbe arrivata, quindi ignorava se l’avrebbero accolta o rifiutata. Forse prima di partire un’idea ce l’aveva ma in quel momento aveva dimenticato tutti, le dita attaccate al pezzo di legno cotte dall’acqua.

Josefa non sapeva che molti in quel momento la stavano odiando perché andava da loro, probabilmente a mendicare o a prostituirsi, perché lavoro non ce n’è. Gente che non la conosceva nemmeno eppure la odiava con la precisione di chi riconosce un nemico, un invasore colorato che sporca la tua pelle, un pericolo generico che avrebbe riempito le loro scuole, gli ospedali, le strade, i negozi, toccato i loro figli, puzzato nei loro autobus.

Non conosceva, Josefa, il nome del bambino che stava sulla tavola, poco più in là. Lo aveva sentito piangere, sempre meno, poi visto muoversi piano, sempre meno, morire. Quando sei aggrappato a un relitto nel Mediterraneo non c’è spazio per la compassione. Sei concentrato sulle tue mani gonfie, sulla bocca che brucia, sul tuo respiro, non hai energia per commuoverti. Lo guardi in silenzio, stringi il legno.

Mentre vomitava acqua salata Josefa non avrebbe potuto dirti perché fosse partita. Lo sapeva che non sarebbe stato facile, ma pensi sempre che le cose cattive capitano agli altri. Forse sei disperata, forse incosciente, forse prevale la voglia di andare. Non avrebbe saputo dirti come aveva raccolto i soldi ma lo aveva fatto, non ti avrebbe raccontato quello che aveva passato nel lungo viaggio fino alla costa libica. Era tutto alle spalle.

La notte, quando sei attaccata a una tavola tra le onde, è uguale al giorno. Non guardi le stelle, non dormi. Svieni, rinvieni quando l’onda ti sbatte contro. Nel buio senti il rumore dei cadaveri che cadono in acqua e pensi che ora c’è meno peso, il relitto ti sosterrà meglio, stringi più forte. Poi il sole ti sbatte negli occhi ed è l’ultimo giorno che sei qua. O ti trovano o muori.

In quell’ultima mattina prima di essere trovata Josefa non sapeva che i suoi occhi sarebbero diventati una delle tante immagini simbolo di questa sciagurata era che viviamo. Immagini che scuotono lo stomaco e risvegliano le coscienze, giusto per qualche ora. Immagini che corroborano gli egoismi, lo facciamo proprio per evitare questo, è chiaro, in questo modo capiranno che non devono partire.

Josefa è viva, noi siamo ogni giorno più morti.

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