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Archive for aprile 2019

Quando entriamo nell’atrio della Certosa sta diluviando. La macchina è nel parcheggio infangato e noi siamo riusciti ad arrivare al coperto saltando le pozzanghere.

Il custode ci raccoglie in un gruppo per la visita e precisa subito che non guarderà se abbiamo i biglietti perché non ha gli occhiali. In realtà ce li ha addosso, ma dice che non ci vede lo stesso, e siamo solo all’inizio.

E’ un ometto dagli occhi cerulei, infagottato in una giacca a vento sponsorizzata da un negozio di Follonica forse un po’ grande per lui. Ci mostra un mazzo con decine di chiavi. “Io non sono una guida, ma senza di me qui nessuno entra.” Poi ripete che non è una guida, quindi di non dare troppo peso a quello che dirà. Infine ci chiede i soldi per restaurare la Certosa, che cade a pezzi perché il Ministro di prima ha fatto casino e questo fa casino e i politici sono ladri e nessuno investe nella cultura e lui deve lavorare sette giorni perché non c’è giorno di chiusura ma contemporaneamente deve fare il riposo perché così prescrive la legge. Prende fiato, ci guardiamo.

Ammetto che l’inizio è stato straniante e poteva preludere a una visita dai toni surreali. Invece non appena ha chiarito che era lui a governare il gruppo e ha imposto il suo tono presaculesco abbiamo fatto pace ed è stato la miglior guida che si potesse chiedere.

Ci ha raccontato dei certosini, della loro vita di silenzio e preghiera (“io, che in chiesa ci vo il meno possibile”), mentre percorrevamo questa enorme e delicatissima struttura ancora miracolosamente intatta per la maggior parte ma sottoposta a infiltrazioni e puntellamenti che fanno presagire il peggio. Con il suo modo informale si è preso la nostra attenzione per portarla su qualcosa che evidentemente gli sta davvero a cuore.

Poi ci ha accompagnato all’uscita, consigliando un ristorante che ci avrebbe trattato benissimo, a patto di dire che ci aveva mandato lui, l’ultimo certosino di Calci.

Immagino la sera, quando gli ultimi visitatori lasciano la Certosa, lui che chiude dall’interno la grande porta di accesso e poi si reca nella sua cella, dove leva la stupida giacca di Follonica e veste il suo saio. Nel refettorio, sotto gli affreschi che rappresentano le visite dei Granduchi ai certosini, si siede al bancone e aspetta che venga servita la zuppa di verdure, in silenzio e in preghiera, ridacchiando tra sé.

 

 

 

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Mattia

Mattia ora è seduto al tavolo grande del secondo piano, nel posto in cui si trova. Ha un mano uno dei suoi libri, magari un fantasy o un saggio strano, e lo sguardo immerso dentro mentre aspetta il suo turno, così diverso dai colleghi impegnati nelle discussioni sul calcio.

Mattia di cognome fa la ragione sociale del suo spedizioniere, perché per noi questi ragazzi si chiamano così, Luca di X, Matteo di Y. Poi magari li incontri su Facebook e scopri il loro cognome vero, ma continuerai a chiamarli nel modo sbagliato.

Mattia era un vero pirata, a partire dalla sua faccia e dal suo abbigliamento disinteressati al parere altrui, e a questo pirata si chiedevano le dritte per trovare nel mare di internet le baie dei fuorilegge.

Mattia è entrato in ospedale con il papà del mio amico Stefano, che ora fortunatamente è guarito.

Mattia, invece, se ne è andato in pochi mesi perché forse di questo mondo aveva scaricato tutti i film e letto tutti i libri strani, e lì dove è ora ne troverà di nuovo.

Buona ricerca, pirata.

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