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Archive for the ‘Archivio’ Category

Ecco. Di nuovo in questo schifo di casa, con questi mobili di merda. Mi viene il vomito solo a guardarli, non so come ho fatto a sopportarli finora.
Ma ora basta, basta.
Cosa vi credete, che non ne sono capace? Che non ne ho il coraggio?
Vedrete, vedrete. Apro le finestre e butto giù tutto. Tutto.
Voglio vederle vuote queste stanze. Vuote. Come quel giorno maledetto che le ho viste per la prima volta.
Sì. Sì, non ci credete, voi. Ma ve ne renderete conto.
Non mi conoscete.
Pensate di sapere tutto di me. La matta. La pazza.
Ma ve lo faccio vedere io che sono matta davvero.
Cosa ridete? Cosa cazzo ridete? Non c’è proprio niente da ridere. Ci sarebbe da piangere ma siete troppo stronzi per farlo.
Giudicate, voi. State lì sui vostri banchetti di merda con il vostro martelletto di merda in mano. E giudicate. Bravi. Bravi.
Questo va bene. Questo va male. Questo sì. Questo no. Questo è bene. Questo è male.
Ma cosa cazzo giudicate?
Non sapete niente. Non capite niente. Siete ciechi. Dei poveri stronzi ciechi.
Siete solo capaci a guardarmi di traverso quando passo, a commentarmi dietro alle spalle con i vostri mormorii del cazzo.
C’è la matta, chiama il bimbo. Quante volte te l’ho detto di non giocare davanti alla sua porta. Se stai cattivo chiamo la matta.
E poi ridete. Che cazzo ridete? Dovete piangere se vi faccio paura.
Invece ridete di me. Vi sento. Vi vedo. Non avete paura di me. E fate male.
Ah, se fate male.
Prima o poi scoppio. Prima o poi scoppio davvero.
Pensa se mi vedevate una volta. Mi fate venire in mente i miei vecchi vicini.
In quell’ascensore lurido.
Buongiorno signorina. Che bel bambino che ha. Perché non lo fa giocare con Martina? E’ una bimba così socievole. Si troveranno bene.
E poi quando rimanevano soli.
Che tipo strano. Da sola con quel bimbo. Ma non ce l’ha il marito? Dai, dai, che perdiamo l’autobus.
Non sapevano niente loro e non sapete niente voi. Ciechi uguale. E stronzi uguale.
Non sapevano delle mie crisi di astinenza, di mio figlio che piangeva e mi tirava per la maglia. Non mi vedevano quando finalmente riuscivo a iniettarmi la roba e giacevo per terra bella intrippata senza sentire gli urli del mio bambino.
Cosa vuoi che sapessero?
Facevano finta di non capire. Bugiardi e ipocriti come voi.
Pronti a pulire la vostra bella faccia, a rimettervi le camicine stirate e a salire sull’ascensore.
Buongiorno signorina. (Dio che occhiaie) Tutto bene in casa? (Starà bene?)
Non stavo bene, bastardi. Non stavo bene per niente.
Ma a chi lo dicevo? Ero sola. Sola. Sola.
No. Non ero sola. C’era mio figlio, ma non me lo ricordo più.
Non ricordo la sua faccia.
Ci penso, mi concentro Mi faccio scoppiare il cervello. Ma non me la ricordo.
Cazzo c’avete da scuotere la testa? Vi ho chiesto qualcosa?
Volete provarci voi a mettervi al mio posto?
Dai, venite. Poi ce lo sappiamo ridire.
E non cominciate con le vostre stronzate. Nessuno vi ha chiesto un commento.
Voi siete i buoni e io la cattiva, no?
Lo sappiamo! L’abbiamo già detto!
Ma prima che divento cattiva sul serio e vengo a spaccarvi le vostre belle faccine, una cosa me la dovete dire. Eh, sì. Me la dovete dire.
Dove eravate?
Sì, sì. Avete capito bene, anche se fate finta di niente.
Ho chiesto dove eravate, stronzi!
Dove eravate quando mio figlio è uscito di casa da solo?
Lo so dov’ero io, stronzo, nessuno te lo ha chiesto.
Io ero nel posto dei cattivi. Metà sdraiata sul letto con la bava alla bocca e metà a galoppare nei prati del mio intrippamento.
Cosa giudicate? Cosa cazzo vi strizzate l’occhio?
Se proprio lo volete sapere di tutta la merda della mia vita quei prati sono la sola cosa che salverei.
Vedi come siete fatti? Non capite un cazzo.
Ho detto quei prati, stronzo.
Non ho detto la siringa, l’astinenza, il vomito, il buco, l’assuefazione, i porci che mi portavano in macchina per cinquantamila lire, le lacrime di mio figlio…
Ho detto quei prati. Avete capito o lo devo ripetere?
Quei prati, quei prati, quei prati…
Ma poi non mi avete risposto.
Dove eravate?
Voi siete bravi. Non eravate su un letto con un laccio nel braccio. Non eravate a galoppare.
O sbaglio?
Eravate belli lucidi sui vostri divanetti a giocare con la vostra bimba così socievole.
Troppo bravi per essere distratti. Troppo compiaciuti per essere generosi.
Ecco, dà la colpa a noi. Mi sembra di sentirvi, brutti stronzi.
Certo che do la colpa a voi.
Non mi avete ancora detto dove eravate, tra l’altro.
Di certo non avete visto un bambino di due anni uscire di casa da solo e correre per le scale.
Non l’avete visto andare in strada e finire sotto un camion.
Vi siete risvegliati di colpo con le ambulanze. Vi siete consolati sapendo che mi avevano trovata bella fatta in casa.
Avete saputo solo dire: povero bambino. Con una mamma così è il minimo che gli potesse capitare.
E non dovrei darvi la colpa?
Per me è sufficiente il rimorso, non riesco a prendermi anche la colpa. Quella la lascio a voi.
Intanto ho visto come siete stati bravi. Nessuno in ospedale, nessuno al funerale.
Bravi. Io da sola come sempre. Sola come un cane.
Anzi con mio figlio ma non me lo ricordo più.
E visto che non mi rispondete ve lo dico io dove eravate.
Eravate a complimentarvi per la vostra vita. Eravate a rammaricarvi per la mia disgrazia. Eravate a sentirvi sollevati per la vostra normalità…
Ma pensate che non l’avrei voluta anch’io, brutti stronzi?
Pensate che non vorrei essere stata come voi? Un po’ soltanto perché stronza come voi non potrei mai esserlo del tutto.
E non prendetevi i meriti perché ho smesso di farmi. Evitate, per favore.
Non c’entrano un cazzo le vostre comunità, i vostri preti, i vostri benefattori, le vostre medicine.
Non c’entrano e voi non c’entrate.
Lo volete sapere cosa mi ha fatto smettere? La rabbia.
Una rabbia dolorosa in grado di far superare ogni astinenza. Una rabbia universale.
Pensavate che mi sarei ammazzata. Ammettetelo, dai, tanto non mi offendo.
Sarebbe stato il finale ideale. Madre drogata causa la morte del figlio, poi si suicida per il dolore.
Vi sarebbe piaciuto, eh, stronzi?
Invece ho smesso, ma non per farvi un favore, non vi illudete. E non prendetevene i meriti.
Tutti a dirmi brava, a darmi pacche sulle spalle.
Non avete capito un cazzo come al solito.
Ero sola a farmi e sono stata sola a smettere.
Del resto cosa c’ho guadagnato a darvi retta?
Cambia casa, rifatti una vita, dimentica il passato.
Ho cambiato casa ma non mi sono rifatta una vita. Non ho dimenticato un cazzo, solo la faccia di mio figlio.
Vi dico la verità, così vi togliete quel sorrisetto.
Avete vinto voi.
La mia vita è finita quella sera. Sono già morta.
Non sono pericolosa per i vostri bimbi. Io mi sono già suicidata.
Quello che vedete non sono io. E’ un ammasso di merda che va in giro con il mio nome e si volta quando mi chiamano.
Io sono sparita. Volatilizzata. Sepolta con mio figlio. Esplosa, annegata, bruciata.
Ma non sono questa roba che vedete, ve l’assicuro.
Io non sono così stronza da farmi. Così stronza da dimenticare la faccia di mio figlio. Così stronza da smettere di drogarmi quando ormai è troppo tardi per tutto. Quando ormai non serve più.
No, non sono così, credetemi.
Ma cosa parlo a fare? Non mi crederete mai.
Vi fa comodo vedermi così. Vi fa comodo avere un metro per misurare quanto siete bravi. Vi fa troppo comodo per credermi.
Voi non mi conoscete ma io potrei raccontarvi meglio di quanto pensiate. Brutti stronzi.
Adesso chi cazzo è che rompe. Lasciatemi in pace. Andate via. Sono morta.
Ah, è lei, dottoressa. Buongiorno.
No, sto di merda. Di merda.
Voglio spaccare tutto, mi farà bene? Spacco i mobili. Le dispiace se spacco anche la sua bella faccina?
No, le medicine non le prendo, mi sono drogata abbastanza. Grazie lo stesso.
Lo so. Lo so. Non mi interessa.
Ecco, bene, mi lasci in pace. Mi lasci in pace!
Si, ho bevuto. Allora? Mi vuol punire? Mi vuol far male? Sono talmente morta che non sento più dolore, lo sa?
E non nomini più mio figlio, stronza! Gliel’ho già detto che non deve dire il suo nome. Non voglio ricordarmi la sua faccia.
Tanto non mi commuove, lo so che quando esce di qui se ne sbatte di me, lo so.
Stia zitta, mi scoppia la testa, stia zitta.
E mi levi le mani di dosso, puttana. Non mi deve toccare, non mi deve parlare, non mi deve…
Perché si è alzata? Aspetti. La prego… Non se ne vada. Non mi lasci sola.
Mi scusi se ho detto così, non volevo. Mi scusi. Cerchi di capirmi.
Sì, prendo le medicine, promesso. Ma non se ne vada…
Dottoressa, sono stanca.
Mi stia vicino.
Mi tenga la mano che ho bisogno di dormire.

Segnalazione di merito nella sezione “Teatro” al Premio Nazionale Orienthia 2000 di Padova

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Il sogno di Arianna

Non dovrei essere qui, pensa ritrovandosi nel corridoio della vecchia casa.
Non dovrei, dice a voce alta piagnucolando.
Giorgio mi ha promesso che non lo avrei più sognato. Me lo ha giurato.
Lo chiama a voce alta, Giorgio, ma non lui non c’è.
C’è invece il solito corridoio lunghissimo, con quel colore schifoso sulle pareti e sul soffitto, con quello strano pavimento liquido sul quale non riesce a posare i piedi.
Non vuole andare avanti.
Non vuole continuare il sogno. (altro…)

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Colpo di fulmine

Era una giornata noiosa, noiosissima, almeno fino a che non l’ho visto. Mi direte come faccio ad annoiarmi, mi invidiate. Credetemi, ci si annoia. Pensate che sia divertente stare a toccarsi i piedi tutto il giorno, a vedere quelle strane robe che girano sopra la mia faccia facendo quei tintinnii penosi? No, no, fidatevi. Una noia mortale.
Perciò faccio rumore, piango, urlo, strepito finché qualcuno non si convince a sollevarmi. Che bello. Cambia di colpo la prospettiva, da orizzontale a verticale, vedi un sacco di cose in più. E poi senti il tepore della pelle contro la tua e senti il rumore della voce che ti parla, quello sì, altro che il tintinnio di quella roba che gira. Bello, bello. Perciò rido. Mica per le smorfie che mi fate. Mi avete preso per scemo? (altro…)

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Mi rimbalzi dentro
entrando dagli occhi
passandoci in mezzo
scendendo giù, in basso, giù, in fondo,
a un passo dal cuore
che sfiori leggera
temendo di fargli del male, al solo toccarlo
perché non lo sai
che il solo vederti, il solo sapere che esisti
gli basta per farlo morire.

Mi rimbalzi dentro
e temo stavolta
che non ne uscirai
che troverai un posto
nel quale fermarti, nel quale posarti,
a un passo dal cuore,
sicura, stavolta, che non farai male
che tu sei la vita per lui, per il mondo
nel quale io vivo
nel quale io spero di tenerti accanto
di tenerti per sempre in me.

Mi rimbalzi dentro
e sono felice
sentendo che infine
hai trovato il tuo posto e che ci stai bene
a un passo dal cuore
e questo è il momento
nel quale so dirti
che non hai sbagliato
ora che hai capito
che quello era il posto tenuto per te.

Mi rimbalzi dentro
mi piace il respiro
che picchia sul mio
laggiù dal tuo posto dal quale mi nutri
a un passo dal cuore
ti sento chiamarmi
ti trema la voce
nel chiedermi di non scacciarti
di averti per sempre
nel posto che è nato per te.

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Il campetto

“Questo è il Campetto.”
“Questo? Questa specie di savana?”
“Già. Sembra incredibile ma solo pochi anni fa questo era il mitico Campetto di Migliarina. Dove ho passato un sacco di pomeriggi a giocare a pallone.”
“Tu che giochi a pallone? Dai, cerca di essere serio… E poi non sono pochi anni fa. Sei vecchio, cosa credi?”
Barbara ride e poi si avvia verso la macchina. Dice che non c’è tempo per il racconto della mia vita. Dobbiamo passare in lavanderia prima che chiuda. Entra, chiude la portiera, mi guarda fermo con le mani sulla recinzione arrugginita e scuote la testa. Addio lavanderia.
Sto guardando i pali della porta che oggi sono una specie di garanzia di tetano e invece allora erano bianchi e arrivavano fino a terra invece di sparire in un universo confuso di erbacce. A sinistra, all’altezza delle panchine (che non ci sono mai state ma che ci immaginavamo) oggi spuntano dalla vegetazione, come ruderi dell’antichità migliarinese o come macerie di un Atlantide riemersa, gli stand della festa. Messi in piedi l’ultima volta, forse una quindicina di anni fa, e mai più smontati, destinati al loro ruolo di monumento all’incuria e alla stupidità di chi ha potuto lasciare andare in malora il Campetto.
(altro…)

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orologioQuando sei in sala d’attesa, dal dottore, tutti odiano quello che sta dentro. Ne parlano male, dubitano delle sue magagne, fanno illazioni sulle sue inutili chiacchiere, biasimano il medico che gli dà corda.
L’altro giorno un tipo, non contento, ha detto “se hai il cancro o un infarto vai all’ospedale, altrimenti se sono cavolate devi fare in fretta”. Frasi tipo: è mezzora che sta dentro, è una questione di educazione e di rispetto per gli altri, cosa avrà da dire. Se è un anziano si tratta di ipocondria, se è un giovane sta raccontando i fatti suoi.
Per contrasto tutti quelli che aspettano promettono ai loro momentanei compagni di sventura che loro, al contrario, faranno velocissimo. Un paio di ricette, la misurazione della pressione, cinque minuti “di orologio”. Magari sperando che qualcuno, commosso, dica “Beh allora vada prima di me” (cosa che a memoria d’uomo non è mai accaduta ma, come si dice, tentar non nuoce). Poi quello che ha promesso una visita lampo entra e viene come fagocitato dalla distorsione temporale che impera nello studio dei medici. Un luogo dove il tempo corre diverso a seconda se stai dentro o fuori dalla porta.
Sempre l’altro giorno la signora che mi precedeva, ipercritica con quelli che c’erano prima di lei (una famiglia di extracomunitari, quindi con aggravante razziale), è entrata per “due ricette” ed è stata dentro mezzora. Giuro, io ero lì fuori e me ne stavo lamentando con gli altri.

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Micol al Camec

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