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Archive for the ‘postospiti’ Category

Il semaforo blu

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo, fece una stranezza.
Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
“Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:
“Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi:
“Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
“Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l’olio d’oliva.”
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare:
“Poveretti! Io avevo dato il segnale di via libera per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

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T’amo coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo a braccio e t’abbraccio coll’apostrofo e senza apostrofo
ti amo senz’apostrofo coll’apostrofo
ti amo a corpo morto, e come corpo morto cade
caddi in amore per dirla con l’inglese
caddie in amore per dirla con il golf
ti amo e t’abbraccio
senz’apostrofo e coll’apostrofo
e caddi in te per abitarti
senza pagare affitto
e spese di manutenzione ordinaria
ti amo di tacco e di punta
di diritto e di rovescio
ti amo per diritto di abitazione
senz’apostrofo coll’apostrofo.

(dal sempre brillante e divertente sblogs di Furio Ombri, hombre)

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(questo racconto ha partecipato al premio Gutenberg, ed è davvero davvero bello. leggetelo che vi fa bene. grazie a Vincenzo per avermi autorizzato a metterlo qua)

Mi chiamo Mara. Mi sveglio con le prime luci dell’alba. Vivo in strada. È stata una notte fredda, e ho sofferto nonostante i cartoni e gli stracci con i quali ho tentato di coprirmi. Gli altri senzatetto della stazione centrale si alzano dalle loro cucce. Tra poco comincerà la giornata anche per “i normali”. Quelli produttivi, vivi, visibili, inquadrati nelle divise sociali che rendono accettabili. Andranno a prendere il treno per riunioni in altre città, a lezione all’università, nella metropolitana che li ingoierà come fanno i serpenti con le uova. Saranno l’ingranaggio della grande macchina della società produttiva. Con una cravatta, uno shampoo e una sciarpa di cashmere ottengono un biglietto per la città dei giusti. È un viaggio di sola andata. Io invece faccio parte degli invisibili. Ho scelto di non essere la parte di un tutto che non mi rappresenta. Non più. Scelgo di non scegliere per non sbagliare ancora. Vivo senza esistere, guardo la luna senza andare in nessun posto. Sono una goccia in un oceano, un punto che viene quotidianamente scavalcato e ignorato come un volantino caduto dal parabrezza di un’automobile. A noi va bene così, considerando che quando si rendono conto della nostra presenza ci umiliano. L’altro ieri un ragazzo con la faccia feroce e un odore acre mi ha dato un calcio. Ha colpito forte, mentre me ne stavo accucciata davanti a una grata da cui usciva un po’ di aria calda. Sono scappata via. I suoi compagni ridevano per la mia andatura incerta. Zoppico un po’ a causa dei malanni che non ho mai curato.

Ho gli occhi celesti, ma probabilmente da quando la strada è la mia casa nessuno c’ha mai fatto caso. Ho tra i 60 e i 65 anni, credo. Una volta ero in forma. Correvo ogni mattina con il mio compagno. Partivamo dal centro di Roma e scendevamo le scalette davanti a Castel Sant’Angelo per arrivare sotto, lungo il fiume. Era bello, mi sentivo viva. I ponti che si riflettono sulla superficie verde del fiume creano dei grandi cerchi, occhi nei quali entravamo durante le nostre corsette. Ora sono talmente lenta che alla mensa dei poveri arrivo sempre in ritardo, e non mi fanno entrare. Andare prima non se ne parla: la fila per la cena comincia alle 17, quando io sono in giro a cercare nei rifiuti dei mercati qualcosa da mangiare. Alla mensa di via Marsala mi accontento di qualche avanzo che mi porta un anziano tunisino. Quel poveretto passa la giornata a pulire i vetri ai semafori di piazza della Repubblica. Con amara ironia dice sempre che da piccolo sognava di lavorare in centro, in una grande città. Gli hanno rubato l’attrezzo per pulire i parabrezza e ora si limita a sfregare i vetri dei fari delle macchine con un panno lercio. “E devo pure pagare quei tre criminali che mi affittano il semaforo” mi ripete ogni giorno dandomi una pacca sulla schiena mentre mangio. Forse è il mio unico contatto umano. Mi lascia sempre un pezzetto di pane e il polpettone che sa di cartone. Meglio di niente. “Mara piano, sennò ti strozzi”. Lo mangio con ferocia, quasi senza masticarlo. Meglio non farsi vedere con del cibo. Aziz il tunisino è il mio unico amico, se così si può definire un altro senzatetto.

La competizione per la sopravvivenza è feroce. Ogni mese a piazza Vittorio, su quelle panchine offese dalle scritte dei writers, si fa il conto dei caduti: “Stanotte è morto Josaphat, il marchigiano con l’occhio di vetro. L’hanno trovato sdraiato davanti alla saracinesca di un emporio indiano sotto a una montagna di giornali, abbracciato a un cartone da 2 litri di vinaccio. Gli avevano pure rubato le scarpe”. È un macabro bollettino, ma tutti lo ascoltano con attenzione. Magari è sparito quello che ti doveva 3 euro, e anche questa settimana non si mangia. Aziz mi racconta sempre di suo fratello che sta a Milano e lavora in un supermercato. Dice che gli manca. Ogni volta io lo guardo implorando di smetterla. Oggi finalmente ha capito. “Scusa Mara, non volevo ricordarti Sergio”. Lo diceva mentre un pakistano gli tagliava i capelli. A via di Castro Pretorio c’è questo tipo che per qualche spiccio ti sforbicia i capelli. Ti fa sedere su una cassa di legno da frutta e senza ascoltare quello che dici comincia a tagliare. Sembra sapere quello che fa. In questo periodo ha poco da fare, è inverno. Noi “senza dimora” badiamo al sodo, e con il gelo i capelli lunghi aiutano a proteggere dal freddo. A me comunque quel tipo non taglia un bel nulla. Non lo voglio io e, in fondo, credo che non lo voglia nemmeno lui. Sono ipertricotica, porto una fascia di velluto che mi aveva regalato il mio compagno troppo tempo fa. Non mi curo e questo crea un risultato che certamente non attrae.

Quando c’era Sergio non mi trascuravo e non avevo mai freddo. La domenica mattina andavamo al parco. Quelle incredibili giornate autunnali in cui gli alberi e le foglie sembrano infuocate, dipinte di tutte i toni di rosso. Lui leggeva i suoi giornali, a volte mi raccontava le notizie che lo colpivano di più. Sapeva bene che non mi interessavano molto, ma era bello condividere. Il mio mestiere era un altro, ed era grazie ad esso che c’eravamo conosciuti. Ci siamo trovati a Yakhroma, una piccola provincia russa a nord di Mosca. Lì quando c’è il sole tutti vanno sul canale a guardare i riflessi della luce sull’acqua. La gente cammina serena, con il sorriso placido di chi non ha mai cambiato lavoro. Io ero impiegata nei trasporti, specializzata in casi d’emergenza. Dove la neve sembrava non dare possibilità di passaggio, io e la mia squadra passavamo. Mi fa ridere pensare a quanto il tempo fosse importante per me. Adesso mi passa davanti come un perfetto sconosciuto, e io non gli presto la minima attenzione. Prima rappresentava tutto. Il tempo era denaro, il denaro era vita, la vita era fottuta. Se non portavo a termine un compito i “padroni” non pagavano. Se non giravano soldi io non mangiavo. E mangiare era la parte della giornata che preferivo.

Un giorno arrivò Sergio, un manager romano della Sda spedizioni che era rimasto bloccato nella piccola stazione cittadina. 15mila abitanti russi non possono certo pretendere la Stazione Termini. Dopo che lo riportammo a Mosca con delle slitte non volle più separarsi da me. Diceva che ero bellissima e i miei occhi l’avevano stregato. Io non rispondevo nulla, mi limitavo a sorridere. Successe tutto molto velocemente. Mi trasferii a Roma dove non lavorai più, non ne avevo bisogno. A volte giravo per il quartiere alla ricerca dei profumi, dei colori e del calore del sole. Non ero abituata alla magnificenza di una metropoli. Non ne avevo mai vista una, a parte Mosca. Ascoltavo la nuova lingua e cercavo di imparare le parole di base. D’estate impazzivo per l’odore dell’aria, una cosa del tutto nuova e affascinante. Annusavo il vento e sentivo i fiori, il pane del fornaio del quartiere ebraico, il gelato alla fragola dei bambini, gli scarichi del Tevere all’isola Tiberina e lo smog dei camion.

Non mi sembra più quella città. Vivo cercando di limitare i danni. Nessuno mi guarda pensando che sono bella. Ho una ferita ad un occhio che non riesco a tenere aperto, una cicatrice in testa e sono sporca, emano un cattivo odore. Perché tutto quello che per gli altri ha un senso per me non ce l’ha. Se l’è portato via Sergio, il significato della mia vita. Perché lavarmi? Ogni tanto qualche vecchietta di San Lorenzo mi invita a mangiare qualcosa. Ma è solo una scusa, poi vorrebbero che mi lavassi. Le gattare di Roma sono una categoria umana pericolosa. Hanno territori specifici come gli animali. Scendono dalle loro case popolari con la vestaglia del mercatino, le calze con l’elastico rotto, i bigodini in testa e il cibo per gatti dentro a piatti di plastica. Hanno sguardi feroci, pronti a cogliere in fallo chi disturba i gatti. E io sono una di quelli. Non mi piacciono i gatti. Forse perché li invidio. Passano la giornata a sonnecchiare e a guardarti con quell’aria di chi t’ha truffato. Le gattare di San Lorenzo cercano di farmi capire che quegli stupidi felini sono animali intelligenti, puliti, precisi. Tutto il contrario di me. Io odio i gatti. A me piacciono i cani. Piacevano, anzi, quando ancora vivevo le emozioni della vita.

Nessuno riesce a rispettare la mia scelta. Abbiamo diverse etichette. Randagi, barboni, accattoni, clochard. Homeless, derelitti, falliti, bastardi, figli di nessuno, bestie, mortidifame. Siamo solo esseri viventi che non riescono a integrarsi in un sistema che li ha rigettati. Infezioni che nessuno vuole curare perché impressionano. Rappresentiamo uno spauracchio, il simbolo del fallimento che le madri possono indicare ai figli che non vogliono studiare.

Il macro sistema sociale della Stazione in cui vivo è ben definito. Noi siamo l’ultima ruota del carro. Sopra di noi ci sono gli ubriaconi. Non vivono in strada, per quanto ci passino la maggior parte del loro tempo. Vengono qui perché nessuno ha il tempo o la voglia di guardarli. La gente che viaggia li evita come lebbrosi, noi non vogliamo essere confusi con loro. Perché chi ha una casa dove tornare non è dei nostri. Scelgono di poter far un passo indietro. E poi gli alcoolisti non ragionano. Cercano lo scontro verbale e quando lo trovano si picchiano. Per poi abbracciarsi. Vivono su una montagna russa emotiva che stroncherebbe un cavallo. Subito sopra di loro ci sono i drogati. Sono caratterizzati dall’avere un obiettivo: la dose. Non pensano ad altro e possono essere molto violenti. A me piacciono, in realtà. Non so per quale strano motivo ma con me sono sempre gentili. E non può essere solo la pena. Spesso mi danno qualcosa da mettere sotto i denti. L’appetito a loro è sparito da tempo. Poi, procedendo nella “piramide” di Termini, trovano spazio i ladri. Quelli sì che sono dei parassiti. Truffano la gente in tutti i modi. Di solito girano in coppia, uno va a sbattere contro la vittima e l’altro gli sottrae il portafogli o la macchina fotografica. Non si fermano mai, come una catena di montaggio. Troppo veloci per essere visti dalla sicurezza, hanno dei turni organizzati. Infine ci sono gli impiegati della stazione e la gente comune. I lavoratori di Termini hanno la tipica espressione di chi ha dovuto ripiegare sul primo lavoro trovato in un momento di crisi. La gente comune rappresenta il vertice piramidale. Ha fretta, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non interagisce in nessun modo con le altre categorie se non per lamentarsene.

Noi dannati viviamo in questo spazio perché per non sentirci morti a tutti gli effetti abbiamo bisogno che qualcuno ci ignori. Se non stessimo qui ci massacrerebbero. Finiremmo davvero per credere di non essere vivi. Io, inoltre, ho un motivo in più per vivere qui. È stato l’ultimo posto dove sono stato con Sergio. Lui aveva 51 anni, io 40. Doveva partire per Genova dove aveva una conferenza della sua azienda. Lo avevamo accompagnato ai binari io e Giovanna, la portiera del palazzo dove vivevamo. Lei lo conosceva da quando era piccolo. Arrivammo sui binari di mattina presto. Per me allora la stazione era un luogo come tanti, un punto di passaggio. Io mi guardavo intorno perché dopo 3 anni in città ancora non mi ero abituata ai grandi spazi, alla folla. Aspettavamo il treno seduti davanti ai tabelloni elettronici che raccontavano di viaggi da tutti i luoghi del mondo e d’Europa.

Vicino a noi c’era una coppia di ragazzi con lo zaino e un piccolo yorkshire che si affannava a correre dietro ad una pallina. I padroni, due giovani tedeschi che viaggiavano zaino in spalla con gli occhi gonfi di sonno, puntualmente gli tiravano la palla. Sembrava un gioco divertente, a giudicare da come ridevano. Un lancio del ragazzo, alto almeno quanto pallido, superò il muretto alto mezzo metro che delimitava lo spazio dei binari. Fino a quel momento la palla ci aveva rimbalzato per poi tornare indietro. Axel, così si chiamava l’ipercinetico cane, non ci pensò troppo e si lanciò oltre. Successe tutto molto in fretta. Ricordo ancora ogni singolo istante e lo rivivo al rallentatore. Qualsiasi particolare è stampato nella mia mente. Ho memoria di tutto quello che accadde. La percezione si è fermata a quel giorno. Da quell’istante non ho più vissuto, sono esistita.

Il cane salta il muretto. I tedeschi urlano ordini incomprensibili. La portiera si porta le mani alla bocca e invoca la Vergine Maria. Gli altoparlanti annunciano il treno in arrivo da Bologna sul binario 8, accanto al nostro. Una macchinetta a quattro ruote di quelle usate per pulire il pavimento mi passa davanti per una decina di secondi. Nell’aria c’è il forte odore di fritto del Mac Donald’s. Un bambino piange e strilla mentre il padre lo tiene per mano in fila alla biglietteria. Un ubriaco ciuccia avide sorsate dalla sua bottiglia di vino scadente come farebbe un bambino con la coca cola fresca d’estate. Ha un’espressione beata, sospeso in un mondo lontano anni luce da quello che sta accadendo. Una vecchia signora polemizza sul ritardo di un treno. Una ragazza strilla al telefonino mentre prende a calci il suo trolley. Un uomo obeso con la pancia sul punto di esplodere tiene una sigaretta pendente tra le labbra. Non aspira, la cenere è ancora attaccata e sembra non voler cadere in barba alle leggi di gravità. L’odore di disinfettante passato dentro ad un bar dietro i tabelloni orari. Il fischio di un impiegato delle ferrovie. Due studenti seduti per terra che dividono gli auricolari di un iPod su cui Biagio Antonacci sta cantando delle improbabili rime. L’odore della tunica nera della Morte che mi passa davanti.

Sergio si alza e si avvicina al binario 8. Ha un amore innato per i cani. Lo adoro anche per questo. Intanto in fondo, dietro al curvone si vede l’Eurostar in arrivo. Il cane continua a cercare la pallina sotto al muretto, ma è entrata in una buca. Il treno si avvicina, ha superato la curva. Sergio vive gli ultimi minuti della sua vita. Io sento morire la mia anima per la prima volta.

Sergio cerca di tirare su il cagnolino mentre quegli idioti dei padroni parlano con un poliziotto, sbracciandosi. Chissà che poteva fare un uomo in divisa…

Il treno è a 200 metri da Axel continua a ringhiare alla palla. Il mio uomo continua a ripetere comandi al cane. Non posso restare ferma. Mi alzo e senza pensarci salto giù sui binari. Scivolo sul brecciolino che divide le linee di metallo su cui scorrono le locomotive. Prendo Axel per la collottola e lo porto su, al sicuro. La portiera mi viene incontro e mi abbraccia, ringraziando la Madonna di Galatina. Sorrido e cerco Sergio per rimproverarlo della sua incoscienza. Non lo trovo. Vedo quattro persone intorno a dove stava fino a qualche secondo prima.

Gli altoparlanti dicono che il treno in partenza per Reggio Calabria è pronto sul binario 12. L’orologio segna le 14.27. Le ragazzine cantano con Antonacci che Iris e le poesie e non so che altro. Il ciccione si è alzato, la cenere gli è caduta sulla camicia e guarda in direzione di Sergio, sdraiato in terra con un’espressione di dolore che gli deforma il viso come un amplesso proibito. La ragazzina che stava al telefonino piange mentre guarda il display. Il rumore della macchina che pulisce a terra viene da lontano.

Mi butto su Sergio, piangendo. “Portatela via, e chiamate un’ambulanza” dice una signora. Un altro le risponde “Sono un medico. Mi lasci sentire se respira”. Il dottore tenta un massaggio cardiaco ma il mio uomo è già andato via, per sempre.

Mi chiamo Mara, adesso. Prima ero Nika. Tutto è cambiato da quel maledetto lunedì. Non sono voluta tornare a casa perché ogni giorno, alle 14.27, vado davanti a quel muretto. Una piccola targhetta che non riesco a leggere dice “Sergio Camerani, 1950-2001”. Mi accuccio lì e penso a lui. Per un po’, giusto il tempo di ricordarmi che non sono più niente, non ho emozioni. Un bambino aggrappato alla gonna della madre mi indica. “Mamma mamma, belo!” dice eccitato. “Ma no Luca, non lo vedi che è tutto sporco e malato?”. “Ma ci ha un ochio belo, mama, azzurro come il tuo!” risponde piccato il bambino. “E’ un Husky, Luca, adesso fai il bravo e cammina” ordina la madre mentre lo trascina via.

Ero un Husky. Ero un cane. Adesso sono Mara la randagia. Mi ha chiamato così Aziz dopo aver visto che tutti i giorni vado davanti a quella targa. Memoriamara. Mara.

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In certi giorni è più difficile. Diventa tutto più complicato.
Giorni in cui l’equilibrio sparisce e non sai che fine abbia fatto.

E, come un uomo sulla corda, cerchi di ritrovarlo per evitare di cadere giù.
Lo cerchi ovunque senza successo.

Così difficile tenerlo stretto certi giorni, l’equilibrio.

Difficile reggersi in piedi svuotando la testa da certi pensieri, certi umori. Lottare con la pancia che vorrebbe andar via lasciandoti lì e andare a fare follie.
Basta un pensiero impossibile da controllare, una associazione di idee, un raggio di sole che ti colpisce con la perfezione di un petalo di fiore.
Uno sguardo troppo intenso, il pensiero di un sorriso, il ricordo di marciapiedi calpestati e scivola via dalle mani.
Troppo vento per restare in piedi.

Così faticoso rincorrerlo certi giorni, l’equilibrio.

(dal blog di Novecento)

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Lei, la stronza, mi aveva detto se potevo tornare indietro, su quella fottutissima salita mezza ghiacciata, a prenderle una cosa che si era dimenticata nell’altro albergo, quello di merda in cui mi aveva convinto ad andare anche se sapeva che io odio gli alberghi di merda, odio la montagna, odio il freddo, odio le uscite in comitiva.

Lui, lo stronzo, aveva pure fatto la scena, ci vado io, voi state insieme, e poi aveva fatto qualche battutina sulla salita, che forse lui avrebbe fatto prima ad andarci, che stava più in forma, e allora io mi sono sentito punto sul vivo e ho detto, no, ci vado io, per la chiara, ci mancherebbe, ci metto un attimo, e l’ho visto che sogghignava e mica ci ho pensato lì per lì.

Io, lo stronzo, mi sono voltato a metà della salita per dir loro di andare pure, di non aspettarmi che faceva freddo, e non te li vedo lì, a baciarsi approfittando del dislivello, che lei è alta come me, mica come lui, e per un po’ mi è rimasto più stupore che rabbia e sono stato lì fermo, per tutto il tempo di quel bacio che sembrava non finire mai, e poi sono corso giù per quella cazzo di salita che a quel punto era una discesa e, insomma, sono caduto per terra.

Quando sono venuti di corsa, per tirarmi su, ho scostato le loro mani, li ho guardati in quelle loro facce tutte orgogliose di quello che avevano combinato, manco un momento di rimorso, li ho fissati e gli ho detto:

“Tanto voi due mica durate.”

(Un terzo punto di vista, dopo questi due)

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O forse sì

Li incontri per caso, che poi per caso non è mai, o forse sì, non lo so.
Occhi, che da soli valgono milioni di parole.

Momenti in cui stare in silenzio a guardarli, solo guardarli, fa tremare le mani.
Resti zitto, e non per paura di rovinare tutto: per paura che a tremare possa essere la voce.

Li assapori lentamente, come cioccolato fondente e whisky invecchiato.
Non sai se ce ne saranno altri uguali, non sai quando.

E poi, per caso, quegli occhi, quei silenzi, quel tremore. Di nuovo.
Che poi per caso non è mai, o forse sì, non lo so.

(scritto da Novecento per il mio blog. grazie!)

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