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Archive for the ‘Recevaries’ Category

Un sorso in più

Qualche post fa parlavo delle canzoni che svelano la loro realtà dopo molti ascolti, quanto ti capita di ascoltare le parole per la prima volta, invece che sentirle soltanto.
Ieri sera mi è capitato con “Un sorso in più” di Carmen Consoli, inserita nel cd-raccolta “Per niente stanca”, uscito in questi giorni.
Sembrava una canzone intimista, sulla voglia di essere preparati di fronte alle traversie della vita.
Invece è una canzone sull’Olocausto, pensa un po’.

Ricordo il freddo massacrante i timidi lamenti della mia gente
ammassati stipati dentro un treno merci
due giorni e due notti senza dormire
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto
Ricordo il freddo massacrante il giorno che
perdemmo per sempre i nostri figli
affamati assetati privati dei nostri vestiti
ed era come ingoiare vetro
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto avremmo smesso di capire
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
di quanto ne avessi realmente bisogno
di quanto ne avessi realmente bisogno
un giorno potrei avere sete
Ricordo il freddo massacrante il timore di affondare
in un letto di carboni ardenti
quale logica o legge di vita potrà mai spiegar
la diabolica impresa di quegli uomini eletti …
e ben presto avremmo smesso di parlare
ben presto avremmo smesso di capire
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
ed ho imparato a bere sempre un sorso in più
di quanto ne avessi realmente bisogno
di quanto ne avessi realmente bisogno
un giorno potrei avere sete

Per dire, siamo così abituati alle metafore che quando vediamo qualcosa di descrittivo non ci facciamo caso.

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Bella raccolta raccontata dei Nomadi che, per la prima volta nella loro carriera, si buttano sulle cover.
La migliore è probabilmente “Hey Man”, scelta come brano di lancio dell’album.
In alcuni casi si cade nell’effetto karaoke, specie quando le canzoni sono straabusate come “La leva calcistica della classe ’68”, ma in genere le riletture sono molto efficaci.
Ottimo il ricordo di Ivan Graziani (“Monna Lisa”) e la ruggeriana “Prima del temporale”, una canzone che mi fa ricordare un sacco di cose e che secondo me è poco conosciuta per quanto è bella. Frizzante e divertente il reggae di “Piero e Cinzia”, mescolata con “Redemption Song” di Marley. “Autogrill” diventa un pezzo country e si allontana qualche chilometro dall’originale.
L’unico dubbio: nell’originale del “Giorno di dolore che uno ha” la frase “quando questa merda intorno sempre merda resterà” è una di quelle più efficaci. Nella cover la merda si trasforma in feccia, riconosciuta dal colore e non dall’odore. Boh. Forse Danilo non può dire parolacce?

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Quando decidi di non bruciare più le tue serate sui social network
e ormai sei disinteressato alla televisione perchè se ti interessa qualcosa tipo x-factor te lo guardi in versione short su youtube togliendo tutte le cazzate inutili
e non è una serata in cui c’è il calcio
e hai appena finito un libro e quello nuovo ancora non ti ha preso
e tuo figlio è incollato ai cartoni in attesa di essere messo a letto
e non hai voglia di vedere un film

in quel caso ci sono le serie tv.
Che ormai si scaricano e si guardano senza fatica, con i tempi che vuoi, senza aspettare la settimana dopo e senza sorbirti la pubblicità per sapere se il proiettile partito prima del promo arriverà a bersaglio al termine dello stesso.
Sono sempre stato perplesso dalla dipendenza che danno le serie tv (a parte quelle con episodi autoconclusivi alla Curb your enthusiasm), poi quest’anno sono scivolato in quelche modo dentro Flash Forward e, pur con i mostruosi limiti recitativi che ha, ci sono rimasto coinvolto fino alla fine.
Un giorno, in gita a Peccioli, i genitori di un quattrenne si sono confessati fan delle serie tv e alla mia domanda “quale serie mi consigliereste in assoluto?” mi hanno detto “24”.
(In verità la prima risposta è stata “Lost”, la prima risposta è sempre “Lost” ma io non posso vedere dieci stagioni arretrate sapendo già tutto perchè di “Lost”, come di Sanremo, tutti sanno tutto anche senza averlo mai visto).
Quindi sono entrato nel tunnel “24”, prima stagione (trasmessa nel 2001 negli Stati Uniti, pensate, gli americani avevano voglia due mesi dopo l’11 settembre di vedere una serie su un attacco terroristico).
L’idea di “24”, come ormai tutti sanno visto che è all’ottava stagione, è geniale. Le 24 ore del telefilm (24 episodi da 40 minuti, che diventano un’ora con gli spot, durante i quali l’orologio scorre dando la sensazione del tempo reale) sono le 24 ore di una giornata di tale Jack Bauer, agente federale con figlia tendenzialmente zoccola e destinata a ficcarsi nei guai e moglie (rip) fatalmente votata alla disperazione.
La bontà del prodotto sta nella bravura degli sceneggiatori, ingabbiati nel giochino delle 24 ore e costretti a creare una trama che le riempisse letteralmente di storia, colpi di scena (come se diluviasse), botti e tricche tracche. Il tutto restando credibili.
E, almeno per questa prima serie che molti di voi avranno visto da piccoli e io ho finito solo ieri sera, ci sono riusciti (salvo qualche rallentamento nel primo pomeriggio, quando la prima storia viene dipanata e si pongono le basi di una seconda minaccia che condurrà fino alla mezzanotte). Le ultime ore/puntate sono irresistibili, da non sapersi fermare nel vederle di fila.
E il finale, beh, è molto molto bello.
Ora Jack Bauer, ma soprattutto i personaggi di contorno, sono entrati nel mio immaginario dopo che per 24 ore (meno le pubblicità che, nei file scaricati, si saltano) mi hanno fatto compagnia.
A questo punto la tentazione di partire con la Season 2 è fortissima. Tutto sta resistere, almeno per qualche tempo.

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Curb your enthusiasm

E’ frustrante quando scopri una cosa, libro film o musica, che ti fa impazzire e la gente attorno a te non la conosce.
Soprattutto perchè, come in questo caso, il telefilm è una perfetta ragnatela di situazioni e battute che ti rimbalzano nella testa per tutta la giornata e tu, cavolo, non puoi condividerle con chi ti sta intorno perchè dovresti prenderla alla lontana e dire

“Ieri sera nel telefilm che ho visto c’era lui che aveva scommesso 5000 dollari con l’agopunturista sulla sua guarigione.”
“Che telefim è?”
“Si chiama Curb your enthusiasm, una cosa americana.”
“Ah, si vede qui da noi?”
“Stanno dando su FX la prima stagione, ma io sto vedendo su internet la seconda. Ce ne sono sette.”
“Chi ci lavora?”
“Larry David.”
“E chi è?”
“Il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen, Basta che funzioni. E’ anche il co-creatore della serie di culto Seinfeld, hai presente?”
“No. Ma ho capito chi è lui. Quello pelato. E di che parla?”
“Lui interpreta sè stesso in situazioni quotidiani semplicissime che per qualche motivo si complicano – in modo comico – all’esasperazione. Fa il misantropo cinico e polemico, ma paradossalmente incontra sempre persone più cattive di lui. Si svolge a Los Angeles ed è anche, oltre che divertente, un interessante spaccato dell’America di oggi.”
“…”
“Lo vedo in inglese.”
“…”
“Con i sottotitoli in inglese.”
“…”
“Pensa che nell’episodio di ieri sera lui a un certo punto…”
“Senti, ma il fantacalcio quando lo cominciamo?”
“La seconda di campionato.”

Forse il titolo, che significa “smorza l’entusiasmo”, sta a rappresentare proprio quello che devo fare io quando ne parlo agli altri.
A proposito, pensate che nell’episodio di ieri sera lui a un certo punto…
(Alt-F4)

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Alla fine “De Andrè canta De Andrè” mi ha lasciato un senso di fastidio. Pensavo di piangere, mi sono quasi annoiato.
Capisco che è un lavoro improbo fare il cantante quando sei il figlio di Faber. Ed è ancora più improbo quando decidi, sotto la spinta di produttori che fiutano il business, di impostare una tourneè sulle canzoni di tuo padre.
E’ dura perchè tu non sei una coverband qualsiasi, che può permettersi di suonare quei monumenti di poesia che sono le canzoni di De Andrè. Tu sei suo figlio, gli somigli nella postura e nei capelli, lo ricalchi in modo più o meno inconscio quando canti e suoni, quando ti accendi una sigaretta o quando sorridi.
E allora il confronto è spietato, impietoso. Il tributo diventa imitazione, il ricordo stridente.
Cristiano, che è un ottimo musicista e un buon cantante, ci ha provato in tutti i modi.
Ha preso un tastierista-produttore (reduce da collaborazioni con Zucchero e Ligabue) e gli ha messo in mano le canzoni di suo padre cercando di arrivare ad arrangiamenti che fossero moderni, alla Coldplay o alla Radiohead per usare le sue parole. Ma anche sotto questo profilo il risultato è stato piuttosto deludente.
Intanto perchè gli arrangiamenti non erano sempre all’altezza (“Se ti tagliassero a pezzetti diventa Piccola stella senza cielo”, dice qualcuno su Youtube), con una scelta “rock” che spesso e volentieri fa a pugni con lo stile delle canzoni di Fabrizio snaturandole.
E poi perchè, diciamocelo, c’è ancora un’aura di sacralità – probabilmente eccessiva – attorno a quelle canzoni, e sinceramente si ha voglia di sentirle così come siamo abituati anzichè vederle trasformate in canzonette. Magari in futuro saremo, sarò, pronto a sentire travisamenti delle canzoni di Fabrizio come ormai ci siamo abituati con Battisti. Per ora, per me, è presto.

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Quello che mi stupisce di più degli ultimi album di Ligabue è la pochezza dei testi.
La musica funziona, in genere, il rocchenroll gira per i fatti suoi senza faticare troppo.
Ma i testi – che erano uno dei punti di forza del primo Liga (si pensi a Lambrusco&Popcorn, a Bambolina e Barracuda) ora sono poverissimi.
Quindi mi permetto di dargli un consiglio.
Prendi uno di questi autori che si sconvolgono e tirano fuori testi deliranti e fagli scrivere quelche testo.
Morgan, Bianconi, Agnelli per farti tre nomi.
Dividi a metà i diritti di autore ma almeno eviti di tirare fuori polpettoni scarni che comunque alla fine diventeranno dei classici per i tuoi fidati fans.
Ma non in virtù del loro essere “buoni” pezzi ma solo per la ormai consolidata teoria della merda (“se mangi merda mille volte, alla fine ti piacerà”) applicata al pop.

(E anche quando ci provi, come in “Caro il mio Francesco”, una specie di avvelenata anni 2000 nella quale ti rivolgi a Guccini, ahimè, il testo sembra quello di una canzone di Scanu.)

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Io sono uno che si entusiasma, fin troppo. E poi ho un’anima profondamente pop, quindi faccio particolarmente in fretta a innamorarmi delle cose facili e gradevoli.
Poi mi capita che dopo un po’ rivedo o risento o rileggo quelle cose e penso quanto dovevo essere stupido a farmele piacere, e a volte bastano due mesi perchè questa sensazione di consapevolezza arrivi, a volte anni, a volte invece non arriva mai.
Dovrebbe aiutare, in questo senso, frequentare un salotto virtuale come Friendfeed, dove gli opinion leader sanno sempre qual è la musica giusta da ascoltare o il miglior libro da mettere sul comodino.
Per non dire dell’essere sgamato, chè quelli lì del social network evoluto sanno sempre cosa si nasconde dietro alle cose che accadono, quelle stesse cose alle quali la gente del mondo reale crede a bocca aperta.
Solo che quando hai la mia età è difficile cambiare le proprie propensioni e allora ti capita ancora di innamorarti di qualche schifezza, salvo poi (forse) svegliarti successivamente biasimandoti per la tua pochezza.

Allevi, ad esempio, l’avevo visto due anni fa, nel momento di massimo fulgore della sua carriera. Quando questo ragazzone buffo aveva qualcosa come quattro o cinque album nella classifica dei dischi più venduti ed era acclamato sui giornali come il nuovo Mozart o giù di lì.
Allora sembrava davvero qualcosa di importante, questo ragazzone buffo con le sue smorfie di imbarazzo e le mani velocissime sui tasti.
Rivedendolo ieri sera, invece, ha prevalso una sensazione di fastidio.
Certo, la musica è buona (per quanto ne capisco io) e ha un talento notevolissimo.
Ma il circo creato attorno, i capelli, le faccette, le carezze al piano, il pubblico adorante, mi hanno fatto mettere in secondo piano tutto quello che c’era di musicale.
L’ho guardato come un prodotto, costruito a tavolino (e perfettamente funzionante, almeno finora). Una specie di Arisa classica.
Un buon pianista classico, probabilmente ottimo compositore, sul quale qualche produttore ha imbastito un progetto pop di quelli che funzionano sui creduloni come me.

Ecco, ho pensato, se ci fosse stato Friendfeed due anni fa me ne sarei accorto prima.

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