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Uno scorfano

“Ah, io non chiederei di essere un gabbiano, nè un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’é il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”. (L’isola di Arturo, Elsa Morante)

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(Tuerredda)

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Per avere la forza di correre all’alba, prima di andare al lavoro, ci vuole un insieme di cose.
Motivazione, follia, entusiasmo, esibizionismo, altra follia.
Il tutto si fonde in un elemento che potremmo chiamare DSV (“dai si va”), che tuttavia non rappresenta affatto un valore stabile nel corso della giornata.
Ad esempio il DSV ha un picco il giorno precedente alla corsa mattutina, quando incontri l’amico inscimmiato di corsa e ti metti a confrontare tempi, km e a fare programmi per il futuro, straparlando di possibili mezze maratone già in settembre.
Poi viene la sera e per prepararti la roba sulla sedia serve che il DSV sia ancora abbastanza alto, che io odio dai tempi della scuola la preparazione della roba la sera precedente. Allora ti ripeti le date della mezza maratona e il DSV raggiunge il livello necessario per raccogliere scarpe e maglietta e puntare la sveglia.
Poi la notte, e per il DSV è il dramma. Al primo risveglio causa gatto che ha sete il DSV crolla. Al secondo risveglio causa gatto che ha fame la discesa continua. Al terzo risveglio causa gatto che vomita quello che ha bevuto e mangiato il DSV è quasi a zero.
Ma poi riprendi sonno e sogni di correre, correre, ti innegrisci come Bolt e fai il ralenty come Chariots of Fire. Tadandandandadan, il DSV sale.
Un’ora prima della sveglia apri gli occhi, vedi l’orario e capisci che anticipando la partenza potresti aggiungere qualche km, il DSV schizza in alto ma è solo un rimbalzo tecnico, ti riaddormenti subito.
La sveglia ti soprende con un DSV sdraiato sul fondo, ed è lì che distingui il campione, che prende il DSV per le orecchie e lo tira su, dall’appassionato, che deve raccogliere da qualche parte la motivazione, l’entusiasmo, l’esibizionismo ma soprattutto la follia necessari per prendere e andare.
Ai primi km di corsa il DSV ancora dorme con te oppure si è fermato allo stretching.
Poi vedi l’alba, senti l’aria fresca della mattina, ti torna in mente quella mezza di settembre che sembra di colpo possibile, e corri con il DSV alle stelle.
Gli ultimi sussulti del DSV ci sono quando scarichi i dati del tuo Garmin e quando ti vanti con i colleghi (ma coooomeeee faiiiii? eeeeeehh).
Poi di colpo ti svegli e pensi quello che non devi pensare: chi me lo fa fare.
Ma è solo questione di smaltire la stanchezza e di riincontrare l’amico.
Dai si va.

Che poi è curioso che di tutto quello di bello che potrei dire di Chia (Sud Sardegna, più vicino a Tunisi che a Olbia) e della mia lunghissima vacanza laggiù mi venga in mente di cominciare dalla raccolta differenziata.
Sarà che noi spezzini siamo in preda da un anno allo psicodramma della differenziata, in balia di un gestore che viene e va con la casualità della pertosse.
Fatto sta che eravamo appena arrivati nella nostra casetta e appena conosciuto la proprietaria lei ha iniziato a bombardarci di istruzioni sulla differenziata.
– L’umido va qua. La plastica qua, e SOLO, in sacchi trasparenti perchè controllano. Il metallo…
– Beh, con la plastica come a Spezia!
– NOOOOOO. Ecco perchè quelli di prima mi hanno unto tutta la plastica con una scatoletta di tonno!
– Da sola?
– NOOOOOO. Col vetro.
E così via, con domande a trabocchetto per vedere se abbiamo capito.
Fatto sta che il leit-motiv della vacanza è stata l’accuratezza con cui abbiamo diviso carta (che va da sola in contenitori di carta), vetro e metallo, plastica e umido.
Con la plastica, in particolare, che assumeva dimensione di gigantesco blob in attesa del passaggio a metà mese, coincidente peraltro con la vigilia della nostra partenza.
Al quarto sacco trasparente è arrivato il sospirato giorno e con soddisfazione abbiamo messo fuori il tutto. Per ritrovare tutto la mattina dopo.
Perchè non sono passati, ho immaginato io abituato ai ritmi spezzini.
PERCHE’ AVVETTE DIFFERENZIATTO MALE!!!, è sbottata la signora al momento dei saluti, LI HANNO LASCIATTI PERCHE’ NON SONO PERFETTI!
E ha cominciato a indicare microcorpuscoli estranei all’interno dei sacchi, incolpandoci del fatto che ora le toccava riaprire i sacchi e ridifferenziare tutto.
Il marito cercava di dirle che non potevano averli visti, ma lei era irremovibile.
Brava donna, bella casa. Ma non sbagliatele la differenziata.

Tra le categorie di persone che da sempre soffro ci sono quelli che l’avevano capito prima.
Avete presente la soddisfazione di un finale a sorpresa di quelli dico MA NO MA DAI MA FIGURATI?
Quelle soluzioni che la nostra generazione – assuefatta alle narrazioni banali e prevedibili – adorano tanto che a volte basta una mezzo rovesciamento per fare di un film o di un libro un fenomeno di culto?
Ecco, sappiate che – come per ogni cosa bella della vita – ci sono anche lì quelli che rovinano tutto.
Ti dicono “Ma come, si capiva benissimo già dal risvolto di copertina” oppure “Era tutto chiaro dai titoli di testa”.
E io, invariabilmente, odio.
Ai tempi dell’Università c’era una futura medica lucchese che sosteneva che “Assassinio sull’Orient Express” si intuisca dai primi capitoli.
No.
Poi, col tempo, ci sono stati gli “smontatori” dei Soliti Sospetti e del Sesto Senso.
No.
E ora è il turno dell’ultimo film di Tornatore, bello al di là del geniale meccanismo costruito dal regista ma comunque non abbastanza originale per impedire al cretino di turno di dire che si capiva tutto “dalla prima telefonata”, ovvero prima ancora che tutti si fossero seduti al cinema.
No.
E anche ammesso che il cretino di turno che non si aspetta i finali sia io, non ditemelo.
Lasciatemi nella mia incredulità, lasciatemi fare OOHH quando succede il colpo di scena.
E dopo non ditemi che l’avevate capito.

Stamani uscendo di casa ho visto la palmina nuova benedetta nell’ultima Pasqua appesa al suo posto apotropaico (il citofono).

Mi sono chiesto che fine abbia fatto la palmina dell’anno precedente visto che, come mi insegnavano i miei, è peccato buttarla nella spazzatura anche se è, a suo modo, scarica di benedizione.

Ma dove metterla, in quest’epoca di raccolta differenziata?

In proposito i vecchi avevano una soluzione, o almeno mio papà e mio zio facevano così: la bruciavano nel water.

Così la palmina scarica non finiva nella rumenta, Gesù non si arrabbiava e noi ci divertivamo un sacco con la puzza di bruciato in casa.

 

Discutere con i grillini

Discutere con i grillini è enormemente più faticoso che discutere con i berlusconiani.
Perchè nel caso del berlusca è facile essere in disaccordo con tutti gli argomenti che vengono proposti, è facile riconoscere un diverso da sè nel razzismo leghista o nella gestione disinvolta della politica a fini propri.
Oggi invece dobbiamo (dobbiamo?) discutere con i grillini, che partono a razzo con i minori costi della politica (e siamo d’accordo), la legge anticorruzione (e siamo d’accordo), sono tutti ladri vaffanculo è un’emergenza bruciamoli tutti (e facciamo finta che siamo d’accordo).
Quindi alla fine non sai che dirgli e rumini uno “speriamo che abbiate ragione”.
Perchè il punto chiave, che però non si può spiegare in una chiacchiera da bar, è che il grillino crede che la loro rivoluzione cambierà il mondo.
Che non ci saranno più politici che rubano, che mangiano su Mps, che si fanno pagare le vacanze dagli amici a cui danno appalti, che non sono disposti a ridurre il loro stipendio perchè sono lì per passione.
E da questo deve derivare, se stiamo alla loro visione, che non ci saranno nemmeno più falsi invalidi, gente che non stacca lo scontrino o che parcheggia nei posti per gli handicappati, nessuno più chiederà favori agli amici per lavorare, le vecchiette saranno aiutate ad attraversare la strada e sarà sereno duecento giorni l’anno.
Perchè, fuor di metafora, è impossibile immaginare una rivoluzione della politica se non si immagina una rivoluzione dei cittadini.
E’ impossibile immaginare politici migliori se non ci sono uomini migliori.
Chissà se i nostri concittadini novelli Savonarola sono pronti a esserlo.

Un’altra primavera

Della prima volta che abbiamo cominciato mi ricordo le tue lacrime, così simili alle gocce di soluzione che ora scendono lente nelle tue vene.
Piangevi in quel tuo modo strano che non prevede nessun suono, appoggiata alla manica del mio pile, e con le dita strappavi piccoli pezzi di carta dal fazzolettino già appallottolato e incapace di prendere altro della tua disperazione.
Disperazione stupida, avremmo capito più tardi, come solo può essere stupida la disperazione di una ragazza di sedici anni di fronte alla prima grande delusione amorosa della sua vita.
Disperazione infinitamente grande in quel momento, per chi ancora non sa niente ed ha il diritto sacrosanto di distorcere la percezione dell’importanza delle cose.
Io stavo lì, la manica bagnata e una mano sulla spalla, e recitavo la parte abusata del migliore amico che consola la ragazza della quale è sempre stato innamorato senza che lei abbia mai fatto cenno di accorgersene.
Mi spiaceva di essere così felice di averti tra le mie braccia ed ero pronto ad una lunga consolazione quando, improvvisamente ed inspiegabilmente, erano finite le lacrime ed era spuntato un mezzo sorriso.
E ancor prima che potessi interpretare cosa ciò stesse a significare quelle labbra stavano già sulle mie.
Siamo stati insieme per soli tre mesi, in quel primo inizio.
Ci siamo fatti la prima canna insieme e ci ha fatto schifo nello stesso modo.
Abbiamo festeggiato la prima notte di primavera su un argine del Po guardando l’unica stella che si era fatta spazio tra le nuvole.
Ci sono state promesse e proiezioni, sufficientemente esagerate e improbabili come si conviene a due sciocchi adolescenti innamorati.
Ci sei stata solo tu, in quei tre mesi che mi sono sembrati lunghissimi a ricordarli dopo, solo tu e sembrava non ci fosse spazio per nient’altro.
Invece c’era, ed era fuori dalla scuola, una mattina.
E tu ci hai messo poco a dire che forse stavamo sbagliando qualcosa, che io ero davvero il miglior amico che potesse immaginare di avere e che probabilmente quella dell’affetto che si trasforma in amore era davvero un’ingannevole illusione.
Non ero d’accordo, ma non ebbi validi argomenti per contrastare quella repentina fuga da me.
Ti guardai, nei giorni successivi, di nuovo felice e abbracciata a lui, conservando la mia manica per l’inevitabile occasione che sarebbe capitata.
L’occasione venne, ci furono altre lacrime a inzuppare la mia maglia, ma questa volta le labbra rimasero serrate e io, vagamente rassegnato, tornai amico consolatore.
E così rimasi fino alla fine delle superiori, quando chissà come finì anche il nostro affetto e le vite ci portarono altrove, in posti diversi.
Dopo ripensai che ci eravamo lasciati anche da amici, e senza dircelo.

Chiedo a tua sorella se può lasciare la stanza. Le dico che è stanca, di andare a prendersi un caffè.
In verità ho voglia di piangere un po’ da solo, che io quando ho gente intorno ancora mi vergogno.
Controvoglia lascia la stanza dell’ospedale, come era uscita dal bar il giorno in cui abbiamo cominciato per la seconda volta, anche allora un po’ scocciata perché aveva capito che te la volevi togliere di torno.
Mi avevi visto entrare nel locale con la faccia annoiata che avevo in quei giorni, frettoloso come sempre nelle mie pause pranzo, desideroso solo di trovare un angolo in cui stare zitto e leggere il giornale.
Mi avevi osservato mentre digitavo qualcosa sul telefonino, probabilmente un messaggio a mia moglie per dirle che non avevo tempo di andare a prendere il bimbo in palestra. Eri rimasta in silenzio per qualche minuto mentre mi sedevo e ordinavo alla cameriera.
Poi avevi attirato la mia attenzione e io, finalmente, mi ero accorto di te e ti avevo riconosciuto dopo aver messo a fuoco quella nuova pettinatura e quell’espressione che non ti avevo mai visto.
Quando mi sono seduto al tuo tavolo hai iniziato a parlare e quasi subito mi hai chiesto se ero felice, non hai aspettato la risposta, hai detto che tu, invece, non la eri per niente.
Hai raccontato di un matrimonio che diventa presto disinteresse, con pericolose e rapide virate verso l’odio. Hai detto che tuo marito era una brava persona ma tu, semplicemente, banalmente, avevi capito di non amarlo e poi di non sopportarlo.
Non avevi e non volevi figli, hai detto poi, per favore non dirmi se tu ne hai, che per oggi non ho voglia di notizie felici.
Eri nervosa e stanca, inevitabilmente cresciuta dalla ragazzina che consolavo ma ancora capace di quello sguardo di chi cerca nell’altro la conferma della sua fragilità, ora diversa e tangibile ma non meno insopportabile.
Tua sorella è ricomparsa nella vetrina mezzora dopo, facendo segno con le chiavi della macchina, e tu hai scarabocchiato il tuo numero di telefono su un foglietto e me lo hai passato, fatti vivo, ho parlato solo io, non so nemmeno come stai, e te ne sei uscita di corsa senza voltarti.
Due mesi dopo eravamo in una camera d’albergo a fissare il soffitto in silenzio dopo aver fatto l’amore.
Ero passato da amico a niente e poi ad amante in soli tre bruschi passaggi, non sapevo cosa sarebbe capitato, lasciavo che le cose andassero senza nutrire aspettative.
Quando la passione sessuale svanì, e non ci volle molto, cominciasti ad essere ossessiva, a parlare di progetti. Mi chiamavi sul lavoro, mi aspettavi fuori dalla palestra, mi cercavi a ogni ora del giorno.
Ti aggrappavi a me, terrorizzata all’idea del mio abbandono, pur cosciente della mia vile incapacità di andarmene lasciando macerie.
Così proseguimmo ancora, vedemmo un altro inizio di primavera, e poi, sorpresa, fosti tu ad andartene maledicendomi per tutto quello che ti avevo illuso e che non ti avrei saputo dare.
Rimasi zitto, ero rimasto zitto per quasi tutta la storia e non era certo il momento di iniziare a parlare, pensai che forse avevi trovato un’altra persona, mi dissi che era meglio così.
Ti guardai uscire e sparire, un’altra volta, dal mio spazio di esistenza.

Ora è quasi buio nella tua stanza.
Tua sorella è qui e ti fissa dallo stipite della porta con aria disperata. Ogni tanto passa lo sguardo su di me e ancora mi torna all’orecchio la sua voce al telefono, in quel mattino di primavera, solo tre giorni fa.
Stavo correndo in tribunale e allo squillo ho sperato che fosse la cancelleria per avvisarmi dell’annullamento dell’udienza, era invece un numero sconosciuto, il tuo, che avevo cancellato dalla rubrica quando te ne eri andata la seconda volta.
Risposi e dall’altra parte sentii una voce che non conoscevo ripetere un nome di donna, nominare un ospedale, chiedere aiuto, corri subito da lei, subito.
Prima ancora che capissi cosa stava succedendo c’è stato una fitta di dolore e mi sono fermato per respirare.
Poi, quando le parole hanno preso forma e ho capito che quel nome eri tu, sono corso in ospedale.
Tua sorella era appoggiata fuori dal Pronto Soccorso e fumava guardando il viavai della ambulanze, gli occhi asciutti, la bocca tirata.
Quando mi ha riconosciuto ha soffocato alcuni singhiozzi e mi ha messo una mano sulla spalla, nello stesso punto ti eri appoggiata tanto tempo prima, e ha iniziato a raccontare.
Mi ha raccontato del bambino, che non volevi avere e che invece stava per arrivare, e di te che avevi tirato fuori a sorpresa il mio nome che non dicevi da anni, glielo dobbiamo dire quando nascerà, chissà come sarà contento.
Mi ha raccontato del giorno in cui lo hai perso, delle urla di tuo marito stravolto dal dolore che partoriva l’odio che aveva nascosto in sé tutto quel tempo, incapace di contenerlo, tu stordita da un dolore che non aveva più spazio e ignorava la sua rabbia.
Alla fine lui se ne è andato, un addio tra persone civili come voleva lui, sentiamoci, e tu avevi confuso la libertà con la felicità.
In quei giorni parlavi di me, mi ha detto tua sorella, ma non mi avevi voluto chiamare, aspetterò il momento giusto e stavolta non me ne andrò più.
A volte, mi ha detto, ti interrogavi sulla mia vita che quando eravamo amanti ti era sembrata così normale da essere insopportabile e spesso mi detestavi per questo e con la stessa forza mi invidiavi e cercavi di capire se me la meritavo davvero, questa vita insopportabile e normale, o se fossi stato solo fortunato.
Se mi avessi chiamato avrei provato a spiegarti, a lenire il tuo male che cresceva mentre ti rendevi conto di non riuscire a ripartire, ti avrei detto che io non valgo un cazzo, sono solo uno che gli va tutto bene nella vita, che non ho meriti per quello che mi è stato regalato.
Ma non mi hai chiamato.
E’ toccato a tua sorella farlo poco dopo averti trovata per terra, nel bagno in mattonelle rosa della casa che tuo marito ti ha lasciato, il sangue attorno alle tue braccia e alle tue mani che sporcava il tappeto di ciniglia sotto il lavandino.
Sei rimasta così per cinque ore, ha detto il dottore, cinque ore nelle quali io, se non fossi stato altrove, avrei potuto cercarti, fermarti un attimo o una vita prima. Cinque ore in cui sei stata sola e ora tua sorella se ne prende la colpa perché, dice il dottore, cinque ore sono tante.
Le dico di non pensarci, che non serve a niente, ripeto che nessuno ha colpa e altre banalità che sono sempre stato bravissimo ad infilare.
Ora il tempo è fermo, non ci sono più ore, minuti, primavere.
Bisogna solo aspettare, fissare le gocce della flebo che scendono in te come le lacrime di allora e aspettare che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, aspettare.
Oggi iniziamo per la terza volta, Ester, e questa volta non ti lascerò andare.