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Mi piacciono le isole, perché non puoi capitarci per caso.

Prima devi decidere di andarci, e non è mai una cosa semplice anche quando l’isola sta lì, appena a pochi metri dalla terra su cui posi i piedi. Figuriamoci quando invece l’isola la vedi lontana, piccola, o non la vedi neppure e sai solo in quale direzione la troverai.

Sai che tra questa terra che lasci e quella dell’isola che ti aspetta c’è il vuoto del mare, sul quale dovrai volare su una barca di legno e si sa che volare non è mai una cosa che piaccia troppo a noi umani da quella volta che siamo andati troppo vicini al sole.

Allora perché mai uno dovrebbe prendersi il rischio di lasciare un appoggio sicuro per affrontare il volo sulle onde e poi magari finire su una terra diversa, circondata dall’acqua e che magari galleggia per miracolo?

Perché le isole compensano il loro istinto a starsene da sole, connaturato al loro essere appunto isole, con un’insopprimibile necessità di essere raggiunte da qualcuno che parte apposta, stacca i piedi, vola, solo per andare da loro. Dio, che sensazione deve essere.

E allora le isole cedono alla loro vanità e attivano la loro forza di attrazione, il magnetismo che da sempre ha portato qualche matto a lasciare la terra e partire per mare.

Quando hai ceduto a questa attrazione e sei sceso sull’isola sei di nuovo su una terra, ma lo senti che è una terra diversa. Una terra staccata che ti abbraccia e ti coccola perché ti vuole far venir voglia di non andare più via, almeno finché non lo decide lei.

E allora ti fa dimenticare la terra da cui sei partito, senza bisogno di mangiare il loto come i marinai di Ulisse, ti fa dimenticare i pensieri che hai lasciato laggiù, le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare.

Finché lo decide lei penserai che non te ne andrai mai, che sei arrivato nel posto che cercavi.

Ma le isole dopo un po’ si annoiano, hanno esaurito la loro vanità e hanno bisogno di ricaricarla con nuovi viaggiatori da attrarre.

Allora ti fanno tornare la nostalgia di casa, ti fanno ricordare le persone che ti hanno deluso e quelle che ti hanno amato, quelle da cui scappavi e quelle da cui pensavi di non poterti separare e penserai che forse erano le stesse persone, e forse fai bene a tornare da loro.

Allora prendi coraggio per il volo di ritorno, stacchi di nuovo i piedi dalla terra e parti.

Ma prima hai l’istinto di voltarti un’ultima volta, perché l’isola ti chiede un ultimo omaggio alla sua vanità.

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Inutili voti

Non me lo ricordo quel 16 marzo 1978.

Mi ricordo bene cosa stavo facendo il giorno di Capaci o l’11 settembre, ma non il 16 marzo 1978.

In compenso mi ricordo bene i giorni successivi, il mio spasmodico assorbimento di notizie dalle rare fonti di informazioni di allora (ma come siamo sopravvissuti a un’era in cui non si sapeva tutto nell’istante in cui accade?).

Mi ricordo la speranza di ogni giorni, le lettere e le foto col giornale, le fughe di notizie e le illusioni di averlo trovato. Tutta roba che rivista oggi, dopo averne letto sui libri e visto nei film, sembra quasi una presa in giro. Loro sapevano dov’era e non lo volevano trovare, noi piangevamo nelle nostre cucine come delle stupide pecore incapaci di capire il gioco del pastore.

Ma soprattutto di quei giorni mi ricordo le notti. Quando mi coricavo in sala e dedicavo le mie preghiere a Aldo Moro, pregando Gesù che lo riportasse a casa, promettendo che se lo avesse fatto avrei rinunciato alle figurine, impegnandomi a non fare questa o quella cosa convinto che così gli avrei salvato la vita.

Tutta roba che, rivista oggi, mi fa sentire un coglione. Ma avevo undici anni, gli undici anni di allora, e quindi ero autorizzato ad esserlo.

Poi mi ricordo il pomeriggio del 9 maggio, il ritrovamento del corpo.

A Spezia arrivava il Giro d’Italia e io dovevo andare con i miei compagni a vederlo, in Viale Italia. Avevo già l’appuntamento con Luca, che cinque anni dopo sarebbe stato spazzato da un male bastardo.

Poi arrivò la notizia. I telegiornali partirono con le edizioni straordinarie.

E i miei genitori mi dissero no, non si va al Giro d’Italia. Potrebbero esserci manifestazioni, casini. Non si va. Gli altri sono andati, io no.

Io ero davanti al tg, a pensare a tutti i miei inutili voti che non gli avevano salvato la vita.

A poesia de Lisboa

La poesia di Lisbona è nell’acqua su cui si affaccia, il Tago, largo e profondo come un mare che raccoglie le forze prima di tuffarsi nell’oceano pauroso che lo aspetta poco più in là. Acqua rubata dalle installazioni portuali e a tratti recuperata e goduta come nel quartiere di Belem. Acqua trafitta dai due grandi ponti, il Vasco de Gama bianco e lunghissimo e il 25 Aprile, rosso come fossimo a San Francisco, che ti porta ai piedi del Cristo Re, alto e benedicente come fossimo a Rio.

La poesia di Lisbona è nella terra che non sta mai ferma, si muove nervosa su e giù per i colli e le strade all’improvviso si tuffano come piste di ottovolante, planano e risalgono arrampicandosi fino al prossimo dosso. La terra sovrastata da case, chiese e castello sopravvissuti ai terremoti, in particolare a quello grande del 1755, quando la terra non si accontentò dei suoi saliscendi e si prese la libertà di dare uno scossone a cambiare la faccia di una città.

 

La poesia di Lisbona è in un passato che si aggrappa ai muri piastrellati delle case per non venire portato via dalle sferzate del vento dell’Atlantico. Il passato dei tram gialli che sferragliano su e giù e degli elevatori che ti evitano le brusche salite. Delle piazze con i pavimenti maiolicati e i monumenti dei re che ricordano quando il Portogallo era una potenza. Ma qui la gente non sembra ricordarlo con nostalgia, al viaggiatore sembra gente troppo tranquilla per doversi occupare di un impero. Meglio guardare la Torre di Belem e pensare, con Saramago, che una torre difensiva così bella non può essere stata costruita da un popolo che ha voglia di guerra.

La poesia di Lisbona è nelle parole dei suoi poeti. Da quelli del passato, Luis de Camoes che guardando l’infinito da Cabo de Roca, davvero la fine del mondo, scrisse “aqui, onde la terra se acaba, el mar comenca”. Fino ad arrivare a Fernando Pessoa, con le sue descrizioni della luce di Lisbona che è più bella del più bello dei fiori, la sua statua che ti offre una limonata al Chiado, la sua tomba al Monastero de los Jeronimos. E Saramago, che con il suo “Lisbona” mi ha introdotto a questa città, e che ora “abita” con la sua Fondazione nella Casa de Bico dalla parete ricoperta di diamanti.

20180218_1409041508795412.jpgLa poesia di Lisbona non può non essere nei suoi dolci, nel latte cremoso dei Pateis de Nata della Manteiqaria o di Belem, nella cannella delle Queijadas e nell’uovo dei Traveisseros. Ma è poesia anche il salato delle sue sardine ritratte ovunque, vero simbolo della città, e del suo bacalhau fritto o grigliato. E come può non essere poetico un liquore alle ciliegie, la Ginja, che per tradizione viene servito da banconi lungo la strada in bicchierini, sotto forma di ginjinhas?

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La poesia di Lisbona è nella gentilezza con cui vieni accolto e ascoltato in italiano, spagnolo maccheronico, inglese, sparando ogni tanto qualche oui che chissà come ci finisce in mezzo e in qualche modo però ti capiscono o ci provano. E’ nel fado, suadente musica di nostalgia che si sente ovunque come una colonna sonora dolce e straziante. Nelle azulejos colorate che decorano i muri. Nel volo delle mante nell’Oceanario. Nelle aquile (vere) che vivono nello stadio del Benfica, gloria calcistica della città segnata da infiniti successi e da una maledizione centenaria.

Troppa poesia, insomma, per non venir via con la saudade di Lisbona nel cuore.

La sera della Befana

Da sempre ho un difetto, uno tra i tanti. Quando mi sto godendo una vacanza comincio a un certo punto a fare il conto alla rovescia di quanto manca alla sua fine e già quando si supera la metà comincia la malinconia.

Questo probabilmente ha le sue radici nelle vacanze scolastiche di quando ero bambino.

Il primo momento malinconico delle vacanze di Natale era la mattina del 26, quando ti svegliavi e percepivi che qualcosa era svanito. Che in realtà eri solo a +4 dall’inizio delle vacanze, ma forse il fatto che avevi scartato i regali (anche in quell’epoca meno consumistica) e che fosse passato il pranzo con i parenti contribuivano a creare la sensazione dello scivolo verso l’inevitabile.

Mi ricordo che mi sdraiavo sul divano, la testa appoggiata alla spalliera e un braccio indietro a stuzzicare le palline dell’albero. L’altra mano già a sfogliare uno dei libri che mi avevano regalato.

Poi però realizzavi che in effetti eri a -11 dalla fine delle vacanze e ricominciavi a godertele, i compiti, il veglione di fine anno, -6, la malinconia che si riaffaccia, le calze della Befana, il drammone.

Ecco, il giorno della Befana io di solito piangevo perché quello era il momento della vera fine del mondo-vacanza.

La sera prima dell’inizio della scuola preparavo lo zaino per il giorno dopo, poi tutti davanti alla televisione per la serata finale di Fantastico (o programma analogo). In tivù era una sera di evento televisivo, si rideva, si scopriva che anche quell’anno non saremmo diventati miliardari, aria di festa.

Ma non per me, che al mattino dopo sarei tornato a scuola, ed ero disperato. Che poi io a scuola ci stavo bene e già alla seconda ora tutto sarebbe tornato normale, ma in quel momento, con quella testa, percepivi solo l’ingiustizia della vita.

 

Anche questa volta da solo

L’ha sentita uscire, sbattendo la porta.

Ogni volta la stessa storia, le promesse. Non ti lascerò mai, sei troppo importante per me. E lui che sempre ci ricadeva come un cretino, come se non fossero bastate tutte le volte che lo aveva tradito e se ne era andata, certa che al ritorno lui l’avrebbe perdonata.

Solo che stasera era tutto più difficile. Perché l’appartamento era illuminato a intermittenza dalle luci dell’albero di Natale, rosso, poi blu, poi verde, di nuovo rosso, luci che avrebbero dovuto essere per loro due, insieme.

Ci aveva sperato nelle ore del pomeriggio, guardandola che si aggirava per la casa annoiata e sbattendo le cose per terra. Entrava e usciva dalla camera, lanciandogli sguardi di sottecchi. Stavolta resta, è nervosa, resta.

Lui era rimasto immobile, sul divano, il cuore gonfio di speranza.  Stavolta resta, rinuncia a quelle cose stupide che l’aspettano là fuori e sceglie me.

Avevano cenato insieme, in silenzio. L’aveva  poi guardata riporre i piatti nella lavastoviglie, chiudersi in bagno. Aveva sperato, abituato ad essere deluso ma ancora aveva sperato, che idiota.

Poi alla fine lei si era decisa a vestirsi, con quell’abito di velluto che le lasciava scoperte le spalle, le sue scarpe preferite ancora lucide di vernice. I capelli raccolti in uno chignon, un trucco leggero, la collana colorata.

L’aveva guardata mettersi la giacca, avvolgersi la sciarpa attorno al collo, avviarsi verso la porta e poi, come per un ripensamento, tornare verso di lui e salutarlo con una carezza, senza una parola, come se fosse sufficiente a pagarlo.

La porta sbattuta, le luci dell’albero, fuori dalla finestra la neve che scendeva. Solo.

Rimase così, alla finestra, fino a quando cominciarono a risuonare i botti dalle case vicine. Si avvicinava la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno e anche questa volta non l’avrebbero passata assieme.

Cercò di controllare il tremore che quei rumori forti gli causavano. Gli umani sapevano che loro non sopportavano i botti ma continuavano a spararli fregandosene.

Infine dovette desistere e si allontanò dalla finestra. Attraversò la casa e saltò sul letto, il muso sul cuscino di lei.

“Niente cuccia stanotte, mi troverai qui.”

Fu un Capodanno strano nella città di S.

Perché era il primo Natale da quando – dopo anni di polemica – erano stati infine collocati nella piazza principale una serie di archi che, a parere degli esteti, dovevano rappresentare un’installazione di arte moderna in grado di liberare nella città un respiro culturale fino ad allora sopito.

Da un lato questi archi avevano dei curiosi colori pastello, forse non perfettamente in linea con i gusti dei più ma di certo allegri e a loro modo provocatori. Dall’altro c’erano dei grandi specchi, che coprivano tutto lo spazio dell’arco e riflettevano la piazza alle loro spalle con i confratelli archi, gente che si faceva selfie, fontane a rischio caduta di bambini, autobus di passaggio con autisti si spera lucidi.

Tutto bene, insomma, o così pareva. Alla fine la città si era abituata a questa novità e i primi mesi  di vita degli archi erano scorsi sereni.

Ma quella di Capodanno fu davvero una notte strana, per la città di S.

La gente era riunita nella piazza, dove da una postazione collocata in alto arrivavano luci e musica caotica. Tutti si stringevano nei cappotti, perché era un Capodanno gelido, oltre che strano, evitando i botti che esplodevano tra la gente ignari delle ordinanze del sindaco che li aveva vietati.

Presto fu il conto alla rovescia e arrivò la mezzanotte, i tappi degli spumanti nelle bottiglie di vetro in attesa di divenire cocci a terra, i baci, quest’anno sarà meglio del precedente, sì, credici, amore mio non ti lascerò nei prossimi dodici mesi, promesso, troverò lavoro, bona, e così via.

Poi uno che non stava facendo promesse e guardava la folla si voltò verso uno degli specchi e vide qualcosa di strano. Si avvicinò, guardò meglio e, dopo essere impallidito, se ne allontanò di corsa.

Ma subito altri, che passavano davanti agli specchi, notavano la stessa cosa. Si sparse la voce, la gente cominciò ad accalcarsi, a spingersi, erano tutti curiosi. Ma appena capivano cosa si vedeva nello specchio si affrettavano ad andare via.

Perché negli specchi degli archi della piazza, in quella strana notte di Capodanno nella città di S., ciascuno vedeva il peggio di sé. Vedeva quello che di solito riesce a seppellire dietro la facciata di ipocrisia che consente a ciascuno di stare in pace con sé stesso.

In quella notte, in quegli specchi, molti videro il proprio miserabile egoismo, l’intolleranza che ogni giorno sempre più a fatica soffocavano, intolleranza contro il nemico e l’amico, contro il diverso, il simile e l’uguale, persino contro chi si ama quando non si ama a sufficienza. Videro la loro incapacità di essere felici, la loro inadeguatezza ad accettare la propria fortuna. Videro, in una parola, l’orrore.

E, come è naturale, ne furono spaventati e scapparono via, dando la colpa a un’allucinazione delle luci, dello spumante, dei botti. Ma andarono via, provando a dimenticarsi di quell’immagine, non sempre riuscendoci, tornarono a casa, molti si sognarono per come si erano visti.

Qualcuno di loro, prendendo coraggio, tornò nei giorni successivi, con la luce del sole, a specchiarsi negli archi della piazza. E con sollievo scoprì che, finita quella notte, era tornato a vedersi come era prima, diciamo normale.

Ma non seppe che per le altre persone non sarebbe più stato lo stesso, che per nessuno sarebbe stato più, diciamo, normale.

 

(Buon Natale 2017 e grazie a Carlo per l’idea)

Anche i modem lo sanno

Qui raccontavo di come i capelli sanno di quanto li devo tagliare e si aggiustano sembrando perfetti per evitare di essere tagliati.

In questi giorni ho scoperto che anche i modem lo sanno.

Dopo mesi di collegamento a singhiozzo, nell’impossibilità di capire se la colpa fosse del modem o della rete, ho scelto la soluzione più semplice e ho comprato un nuovo modem.

Ecco, dal giorno in cui ho ordinato il nuovo modem a ieri il vecchio modem è stato impeccabile, la linea non è più saltata, Franci non me l’ha più menata perché Fifa perde la connessione, Netflix è andato a meraviglia.

Ieri dopo dieci giorni (nuovo record di Amazon Prime!) sono entrato in casa con il nuovo vistoso modem rosso di marca Fritz! e ho posato il cartone accanto al pc.

Mi piace pensare di aver causato una scenata di gelosia, perché per tutta la sera il vecchio modem ha avuto continui singulti, accendendosi e spegnendosi, la linea è saltata, Franci me l’ha menata, ecc. ecc.

Oggi lo cambio.

(Non mi meraviglierei che abbia pure gufato e che alla fine la colpa sia di Infostrada.)