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Buonuomo

La premessa è che mi hanno craccato o hackerato o boh il mio profilo Netflix e con esso la mia carta di credito abbinata.

Quindi, e qui arriviamo a noi, ieri sono dovuto andare in questura a denunciare il tutto. Per assicurare alla giustizia i ragazzetti venezuelani, colombiani o peruviani che stavano guardando le peggio cazzate su Netflix a mie spese? Ma figuriamoci. Sono andato perché sennò la Visa non mi ridà i 9,70 euro (39,99 lire turche) del mio addebito e già il fatto che io mi sbatta per una cifra così da poveri rende merito ai ragazzetti che mi hanno fregato.

Se anche mi fossi aspettato un CSI Cyber pronto a soccorrermi questa immagine sarebbe stata immediatamente cancellata dalla faccia scazzata del poliziotto che mi ha preso la denuncia. L’espressione di chi è stato appena sottratto a una improrogabile partita di Candy Crush (gioco forse troppo intellettuale) in un placido pomeriggio di settembre in una questura abbandonata e buia in una città dove non succede mai niente.

Salve buonuomo, ha esordito l’ispettore per chiarire subito che avrebbe fatto il brillante, e appena ho detto di che si trattava ha cercato di deviarmi verso la polizia postale, immaginandosi di tornare presto al suo Ruzzle (no, questo è davvero troppo intellettuale) in un placido eccetera eccetera.

Io ho insistito, lui ha alternato domande incongrue del tipo “ma com’è questo Netflix? ci sono bei film” e bonarie battute per chiarire chi comandava (“che dice, un documento me lo vuole dare”). Poi ha stampato il verbale, riletto due volte come ci fossero verità nascoste, firmato e consegnato.

Lo accompagni alla porta, agente, si è rivolto all’addetta all’ingresso (probabilmente l’unico essere vivente oltre a me e lui nel palazzo). Lei ha detto certo ispettore, e ha fatto un passo verso la porta di uscita che già stava davanti a me. Lui con un sospiro ha raccolto lo sguardo bovino e l’orecchino ed è tornato a combattere il crimine, sotto forma probabilmente di Pokemon (troppo intellettuale, dite?).

 

 

 

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La penale

Il ragazzo sale sul treno. Si siede ancora accaldato dalla corsa e si sporge nel corridoio cercando di attirare l’attenzione del controllore. Non ha il biglietto, non ha fatto in tempo a farlo. Sa che se lo fai sul treno c’è una penale di cinquanta euro ma non vuole fare il viaggio nascosto nel cesso. Pagherà quello che deve pagare, ma non poteva perdere questo treno. Lo aspetta la coincidenza a Viareggio e poi l’altro treno fino a Lucca. Dove c’è l’appuntamento imperdibile, quello che vale il prezzo della penale. 

La ragazza è seduta dall’altra parte del corridoio. Lo vede salire, sbuffare, annusarsi con circospezione per capire se è sudato. Lo vede confabulare con il controllore che lo tratta come un terrorista prima di riscuotere la penale. Lei deve fare tutto il tragitto fino a Roma. Poi deve aspettare un cambio e scendere ancora fino alla sua città, dove non ha voglia di andare. 

Dopo poco gli chiede il caricabatterie del cellulare, forse è una scusa visto che ha ancora mezza carica. Lui glielo dà anche se invece il suo è scarico, non sa opporsi alla gentilezza. Poi il ghiaccio è rotto. Lei gli chiede come mai abbia pagato la penale invece di aspettare il treno successivo. Lui dice che deve essere a Lucca prima delle sette, non dice perché. Poi lei gli dice il suo nome e inizia a raccontare. Lui ascolta, poi parla anche lui, ma non di quello che lo aspetta a Lucca. 

Lui non scenderà  a Viareggio. Perderà  la coincidenza. Non sarà a Lucca prima delle sette. 

Forse perché un raggio alieno avrà portato via il treno poco prima, impedendo che lui incontri quel suo destino. 

O, più probabilmente, perché quando il treno sarà nella stazione di Viareggio il ragazzo e la ragazza si staranno baciando e lui avrà deciso di proseguire il viaggio con lei. 

Che tanto la penale è già pagata. 

Tornare sul treno sul quale hai trascorso mezza vita al giorno per quasi sette anni fa comunque impressione (che poi non è proprio quello perché nel frattempo sei diventato uno della kasta e ti pagano l’Intercity e non più il direttino marcio delle sei e mezzo).

Fa comunque impressione, anche se ora i sedili sono più puliti, perché tornano alla memoria le IOB (infinite ore buttate), sacrificate sull’altare di Trenitalia, dei ritardi non per loro colpa, dei locomotori in fiamme, della scortesia gratuita dei controllori che per l’amor del cielo faranno una vita di merda ma perché se la devono prendere con me. 

Fa impressione anche se oggi sembrano tutti in orario e arriverò in tempo per la fine dell’allenamento di Franci ma non so se posso dirlo, che siamo appena a Sturla e il Dio dei treni può prepararmi rappresaglie in ogni momento. 

Fa impressione ma anche sollievo, soprattutto se riconosci tra le facce dei pendolari quelle di qualche disgraziato che condivideva il tuo dramma undici anni fa. Ed è ancora qua, più vecchio ma non più saggio, gonfio di IOB,  a urlare ogni giorno contro il cielo maledizioni che nessuno sentirà.

Ecco, non dovevo dirlo. Siamo a Quarto e il treno, la ‘freccia’, è quasi fermo. Non dovevo sbilanciarmi sulla puntualità.  Il Dio dei treni non ha il senso dell’umorismo. 

Dancing in the dark

Crescere un figlio è come imparare a ballare. Più il ritmo si fa complicato e più ti ritrovi a guardarti i piedi per vedere se i passi sono giusti, e più guardi in basso e meno riesci a stare al ritmo.

Poi ti guardi intorno, cerchi negli altri il modo giusto di ballare ma impari che ciascuno ha il suo.

E per quante lezioni tu possa prendere imparerai a ballare solo quanto saprai trovare il tuo movimento, quando saprai ignorare gli spettatori ai bordi della pista, quando saprai essere il più possibile spontaneo dimenticando le regole, lasciandoti portare, seguendo l’istinto.

Non mancherà qualche inciampo, servirà comunque un buon partner e un po’ di fortuna.

Ma a quel punto ci sarà soltanto la musica e sarà perfettamente intonata con le tue sensazioni, volerai, volerete.

E invece

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Avrei potuto incontrarti in cima a un sentiero. In quel momento in cui ti siedi sul prato e finalmente ti levi le scarpe e le calze scalciandole via. Le gambe si rilassano, i piedi hanno ancora i segni della salita eppure sembrano prendere vita a sentire l’erba che solletica la pianta. Avrei potuto sdraiarmi sulla schiena, le gambe piegate, respirando un’aria che non conosco e guardando un cielo che così bello e vicino forse non l’ho mai visto. E mentre ripensavo al fiatone dei punti più impervi e alla pace di camminare senza nessuno attorno avrei potuto vederti spuntare dall’imbocco del sentiero, guardarmi, sorridermi. Da non darmi nemmeno tempo di pensare che palle, volevo stare solo, io odio l’umanità, anche qua anche qua. No, non mi avresti dato tempo. Saresti venuta vicino dicendomi ciao, mi chiamo, posso sedermi qua, e ti saresti seduta accanto a me, senza nemmeno stendere il plaid. Avresti chiesto il mio nome e poi, strano, cosa ci facessi lassù tutto da solo. Forse non avresti nemmeno aspettato la mia risposta, mi avresti detto che tu ogni tanto sali su quel sentiero e lo percorri da sola, da quella volta in cui c’eri stata con altre persone e avevi avvertito un senso di saturazione e la sensazione che ti stessi perdendo qualcosa. Ci eri tornata il giorno successivo, un giorno di ferie dal lavoro, ne era valsa la pena. Posso togliermi le scarpe, mi avresti chiesto, ma te l’eri già tolte prima che potessi rispondere. Poi ti saresti sdraiata anche tu sull’erba, accanto a me, le gambe piegate, e io mi sarei accorto che non percepivo imbarazzo per quella vicinanza così intima. Avremmo parlato per un paio d’ore. Mi avresti preso in giro per le mie paure che sono così visibili da notarsi anche guardando il cielo su un prato di montagna. Mi avresti raccontato delle tue, di come è stato difficile e poi facile individuarle, capirle, accettarle, vincerle ed esserne vinte. Avresti riso alla mia domanda sulle ricette, perché ricette non ce ne sono, ci sono gli ingredienti e la voglia di lavorarli. Alla fine saremmo scesi insieme da quel sentiero, e non ci saremmo più persi.

M come MUSEI

Il viaggio comincia da qui, dal rettilineo del Paseo del Prado su cui si affacciano il museo omonimo, il Thyssen e il Reina Sofia, che è come dire riassumere in cinquecento metri una buona dose di arte visiva europea degli ultimi otto secoli.

Il Prado è quello che ti aspetti da un grande museo dedicato alla pittura, ricchissimo di testimonianze di ogni tempo incluso capolavori mondiali tipo Las Meninas di Velazquez (quanto sei genio quando immagini un quadro così?). Poi ci sono Goya, Rubens, Canaletto e Tiziano, tanto per dirne alcuni e mi scuso con gli amici artisti che non ho nominato. La struttura “a percorso libero” richiede però una buona capacità di gestire energie e logistica, per non trovarsi come è successo a noi  – dopo quasi tre ore – troppo stanchi per godersi la parte finale.  Da rivedere sicuramente, magari al contrario.

Nell’impossibilità di spararsi tre musei così in quarantotto ore abbiamo sacrificato il Reina Sofia, relegandolo a una breve visita serale in orario di ingresso gratuito. Giusto il tempo per godere il massimo brivido artistico della vacanza davanti agli angoscianti scarabocchi di Guernica, cercando di spiegare a Franci come mai sia l’arte sia fatta delle fedelissime riproduzioni di Rubens ma anche dei disegni di Picasso e dei deliri di Dali (ringraziando Salvador quando tuo figlio ti chiede perché un quadro raffigurante una cavalletta e un volto stilizzato si chiami “Il grande masturbatore”).

Infine il Thyssen, la meraviglia. Il marchese Thyssen e i suoi eredi hanno deciso di investire i loro soldi – che non vogliamo sapere come abbiano guadagnato – in una collezione unica. Che forma qui, raccolta in uno spazio ideale per organizzazione e tempo, uno straordinario viaggio nella storia dell’arte, dal Trecento italiano fino alla pop art di Liechtenstein, passando per Raffaello e Degas, Hopper e Caravaggio. Quasi vuoto, essendo tra i musei madrileni quello snobbato dalle gite, audioguida perfetta. All’ingresso due sontuosi ritratti del re e della regina, che se non sei indipendentista catalano fanno la loro figura.

 

A come ARCHITETTURA

Il meglio di Madrid sta nei vicoli che si snodano su e giù, sbucando in piazzette più o meno eleganti, specie nei quartieri meno affollati dai turisti come Lavapiès e La Latina. Sta in una chicca come Plaza Mayor con i suoi portici eleganti e la statua di un qualche Filippo che in passato puzzava perché gli uccelli ci si infilavano dentro e ci morivano. Sta persino nel Palacio Real, comunque maestoso e piacevole da visitare all’interno, con le sue ispirazioni francesi e nel pregevole Paseo del Prado con le fontane e gli spazi verdi.

Meno bene invece – a mio gusto – le architetture delle grandi vie con i palazzoni barocchi, il grattacielo quasi sovietico di Plaza de Espana e soprattutto le chiese.

Paradossalmente per la capitale di un paese così cattolico ho visto solo chiese brutte: la vecchia cattedrale di San Isidro è infrattata in un vicolo e buia (in più c’era la messa e siamo stati redarguiti perché girando per la chiesa avremmo fatto piangere Gesù).

La nuova cattedrale (Santa Maria di Almudena), completata nel 1993 dopo vari secoli di liti tra Madrid e Toledo è caratterizzata da un mescolio di stili vagamente destabilizzante. La cripta romanica con le molte colonne e le tombe dei nobili cittadini (una vera seconda cattedrale sotto la cattedrale) sarebbe pure bella se fosse del 1200 e non del 1990. Così, almeno a me, ha dato un senso di posticcio (ma vedo che su internet e nelle guide ha parecchi fans).

Per rilassarsi dopo le fatiche culturali ed alimentari c’è il Parque del Retiro, piccolo angolo di relax alla londinese con un pregevole palazzo di cristallo purtroppo vuoto e il laghetto con le barche da noleggiare. Abbiamo pensato di affittare un risciò sacrificando menischi e quadricipiti alla memoria dei reali spagnoli scomparsi.

 

D come DEGUSTARE

La simpatica guida del tour del primo pomeriggio ci ha messo in guardia dalla paella di Madrid, che non è mai all’altezza di quella valenciana o di quella andalusa. Ciò nonostante la prima sera abbiamo ceduto alla stanchezza scegliendo un ristorante consigliato dalla signora dell’albergo: ottimi presupposti, locale elegante, paella pessima per consistenza e ingredienti, sangria annacquata.

Molto meglio la seconda sera, con il locale almodovariano della Taberna del Sur. Un vero tapas bar pieno di giovani, con un proprietario figo, i manifesti dei film del regista spagnolo alle pareti e soprattutto ottime ottime tapas. Qui è avvenuta la scoperta del salmorejo (zuppa fredda di pomodoro, aglio e pane) che ha preso un posto stabile tra il mio cuore e il mio apparato digerente. La terza sera è stata dedicata a locale fighetto (Platea Madrid) del ricco quartiere di Salamanca: musica dal vivo, ristoranti di varia provenienza (incluso uno stellato) e la solita proposta di tapas e street food.

Per l’ultima sera, complice un abbassamento della temperatura di tipo dieci gradi in poche ore, ci lasciamo andare al Cocido Madrileno, l’unico piatto davvero originale della capitale. Le regole del cocido sono due: non si finisce mai (altrimenti non si paga, dice la leggenda) e non si può dividere tra i commensali (altrimenti si finirebbe e non si pagherebbe). E’ composto di tre portate:

  • un brodo di carne con la pasta,
  • un misto di carne lessa (parti irriconoscibili di animali misteriosi, salsicce avvinazzate, sanguinacci) e di verdura (ceci, crauti)
  • e, infine, un piatto con due gigantesche cosce lesse: una di pollo, ammesso che ne esistano di così grandi, e una di prosciutto (EL JAMON!, onnipresente, si dice a causa della santa inquisizione che obbligava a mangiarlo per dimostrare di non essere ebrei o musulmani).

Sopravvissuti al cocido, senza riuscire a finirlo. Sinceramente avevo fatto più fatica con la sua parente cassoeula.

 

R come RAINBOW

Dopo secoli di oscurantismo, santa inquisizione, dopo quasi cinquant’anni di dittatura fascista Madrid è esplosa di tolleranza.

Per un puro caso (!) il nostro hotel era ai margini dell’allegro quartiere della Chueca, vera e propria Disneyland per gay con le sue saune (otto euro l’ingresso MA cinque se hai meno di venticinque anos), le bandiere arcobaleno alle finestre, i sexy shop dalle vetrine abbastanza eloquenti e soprattutto i manifesti esplicitissimi con la pubblicità dei locali.

Questa dei manifesti è una storia curiosa: nel corso della giornata avviene una vera e propria guerra dei manifesti con successive ricoperture di quelli affissi solo poche ore prima da parte dei successivi. Nello specifico la sequenza tipo era uomo con culo nudo, poi manifesto di alice nel paese delle meraviglie, poi nuovamente uomo col culo nudo fino ad esaurimento degli uni o degli altri.

Venendo da una piccola città di un paese intellettualmente piccolo tutto quello che circondava sapeva giustamente di locura ed aggiungeva frizzantino alla vacanza (Franci rideva).

 

I come INSONNIA

Ma a Madrid non solo gay e lesbiche si danno alla pazza gioia. Sulla guida si diceva che a Madrid la movida non si ferma mai e io dicevo sì figurati, esagerazioni.

Invece ogni weekend (le notti di venerdì e sabato) sono il nostro capodanno, con gente che gira fino a mattino, locali aperti 24h, mortaretti, sballo a gogo (immagino, quella parte mi è mancata), sole che sorge su strade invase dalla spazzatura e su gente sfatta che fa colazione con pane tostato e una salsina rosa che non ho provato.

A parte la notte quello che colpisce di più a Madrid è la voglia di stare insieme, negli innumerevoli locali (davvero uno ogni pochi metri) di tutte le cucine del mondo, nei tapas bar, nei grandi cinema e teatri. Tra la Puerta del Sol e la Gran Via si riuniscono centinaia di madrileni e turisti, questi ultimi assaliti dai tipi con le maschere dei pupazzoni dei cartoni che fanno le foto per pochi euro.

Madrid, a dispetto del suo aspetto austero e royal, ha un’anima giovanissima che non si nasconde ed è anche piuttosto sprezzante rispetto al pericolo terrorismo, almeno a giudicare dalle scarse misure di sicurezza che si percepivano nelle strade e nelle piazze: poca polizia, niente new jersey, tutto apparentemente vulnerabile.

 

D come DELIRIO

…calcistico, nello specifico.

A Madrid il calcio è passione, aggregazione, attrazione turistica, business. Le magliette delle squadre di calcio (nelle loro declinazioni originalissime, originali, copie con licenza, tarocchi fatti bene, tarocchi fatti male) contendono al jambon la palma di prodotto più diffuso nella capitale.

La religione più praticata è il madridismo, nel senso di Real: la squadra del re ha ormai affiancato Isidro e Almudena come patrona della città e svolge le sue funzioni nel tempio del Bernabeu, che ha visto glorie italiane con i mondiali del 1982 e, ahimè, con altre vittorie che non amo ricordare.

In un pomeriggio mezzo nuvoloso e mezzo soleggiato, comunque freddo, siamo entrati in punta di piedi nel tempio stupendoci della facilità con cui si va allo stadio fuori dall’Italia: per dire, non c’era la guerra, non c’erano lanci di oggetti, non c’erano cariche della polizia. Persino non ci hanno chiesto i documenti, fidandosi del fatto che non avremmo ucciso nessuno.

La partita è stata mezza deludente ma alla fine chi se ne frega. Eravamo lì, davanti a noi c’era i moderni semidei in camiseta blanca e attorno a noi settantamila persone (inclusi molti cinesi di ogni età, che sembravano finiti lì cercando altro) che cantavano l’inno Madrid, Madrid Hala Madrid ( i cinesi no, in effetti).

La scarpa

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La maglia la lasciò nel luogo dove l’aveva incontrata, tolta subito e abbandonata. Nessuno la raccolse finché il vento non la spinse giù nel fosso.

Nemmeno i pantaloni furono notati da nessuno, appesi a un ramo di un albero appena fuori città dove rimasero un sacco di tempo a far paura agli uccelli che passavano di lì.

Gli slip invece furono visti da un gruppo di ragazzi che andavano verso casa e ne risero molto, che a quell’età è facile ridere per una cosa del genere. Per un po’ furono calciati, qualcuno più intrepido pensò di raccoglierli per fare uno scherzo al più piccolo tra loro, ma poi ne ebbe schifo e non lo fece. Furono portati via dagli spazzini.

La prima scarpa la lasciò su una spalletta del fiume e lì rimase finché uno che passava con un bastone non la spinse giù nell’acqua grigia, dove affondò in pochi istanti sparendo dalla storia.

La seconda invece venne lanciata fuori dalla macchina, ormai si faceva tardi, vicino alla stazione. Finì in mezzo alla strada dove venne colpita da qualche auto di passaggio denotando un’insospettabile resistenza agli urti. Fu vista da poche persone, guardata da pochissime. In qualcuno accese il pensiero su come fosse finita lì, c’è ancora qualcuno che si prende il tempo di farsi domande. Rimase in mezzo alla strada almeno tre giorni, poi non so.

Il corpo infine fu lasciato sul bordo di un campo incolto, vicino a una piccola discarica improvvisata.

Lo videro due ciclisti nel pomeriggio e subito chiamarono la polizia, che lo ricollegò immediatamente al tipo mezzo matto che da un paio d’ore raccontava strane storie sulle briciole di Pollicino.