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Archive for the ‘racconti’ Category

Nel paese di Chissadove un bel giorno trovarono un elefante.
Che non sarebbe strano, se solo Chissadove si trovasse tra le giungle del Tigrestan, ma invece è proprio strano, visto che Chissadove si trova in Italia, tra Unposto e Quellaltro.
Il primo ad accorgersi dell’elefante fu Luciano, il fornaio.
Che, per mestiere, ogni notte si alzava alle quattro e attraversava la piazza del paese, svoltava dopo la chiesa e frenava puntando i piedi in terra di fronte al suo forno.
Quel bel giorno Luciano infilò il vialone, passò la piazza, svoltò dopo la chiesa e, nell’istante in cui puntava i piedi a terra, realizzò che poco prima aveva visto un elefante.
“Sto ancora sognando”, pensò.
Tornò indietro trascinandosi la bicicletta, passò la chiesa e lo vide.
Grande, grigio, mezzo addormentato. Un elefante. A Chissadove.
Il sindaco saltò fuori dal letto non appena sentì suonare il campanello e, senza nemmeno accorgersi che era ancora notte, si vestì e spalancò la porta.
Luciano il fornaio lo fissava con occhi spiritati e borbottava qualcosa a proposito di un elefante e della piazza.
“E’ matto, ma è pur sempre il fornaio”, pensò il sindaco, per il quale i filoncini croccanti di Luciano erano la seconda gioia della vita dopo la sua amata moglie.
Quindi lo seguì in piazza e furono in due a spalancare la bocca di fronte all’elefante, che li fissava con curiosità.
Da lì in poi fu un alternarsi di gente che passava per caso e si immobilizzava con altra gente che veniva dopo aver sentito che c’era un elefante e, nondimeno, una volta arrivata si immobilizzava a sua volta.
In poche parole quando il campanile, ignaro dell’elefante, suonò le otto la situazione era curiosa. In mezzo un elefante che muoveva lento la proboscide vagamente infastidito. Attorno tutti gli abitanti di Chissadove immobili con la bocca spalancata, che per fortuna in quella stagione non c’erano le zanzare altrimenti chissà quante ne avrebbero mangiate.
Ma già al rintocco delle otto e mezza lo stupore lasciò posto al caos e i presenti, come di solito si usa tra gli umani del pianeta terra, si divisero in fazioni pronte a litigare.
Il primo gruppo, capitanato da Luciano il fornaio, litigava sul perché un elefante fosse finito in piazza a Chissadove. Qualcuno tirava in ballo gli alieni, altri l’inquinamento atmosferico, altri ancora le migrazioni dei popoli. La voce si alzava senza che nessuno ci capisse niente.
Il secondo gruppo, che si stringeva attorno al sindaco, si concentrava invece sul cosa fare di un elefante in piazza a Chissadove.
“E’ una grande occasione per rilanciare il turismo”, esclamò Antonio l’albergatore, che già vedeva le sue stanze occupate per tutto l’anno da orde di bambini intenzionati ad ammirare l’elefante.
“No, facciamoci dei salamini di elefante”, provò ad inserirsi Piero il macellaio prima di essere sommersi da una bordata di fischi.
Un terzo gruppo propose di caricarlo sul camion dei traslochi e di portarlo in Africa o in Asia, che non erano molto ferrati sulla provenienza degli elefanti ma erano almeno tutti d’accordo che a Chissadove ci potevano stare solo pecore e mucche.
Così scorse la giornata, senza che nessuno si mettesse d’accordo su niente.
L’elefante li guardava curioso e ogni tanto faceva un passetto a destra o a sinistra giusto per non farsi addormentare le zampe.
Li vide accapigliarsi, stancarsi di discutere e infine tornare nelle loro case per il pranzo e la cena, diminuire ogni volta, alla fine sparire del tutto.
Quando si alzò la luna l’elefante era solo nella piazza di Chissadove.
“Nessuno ha pensato a darmi da mangiare e da bere”, mugugnò tra sé prima di chiudere gli occhi per il sonno.
Poche ore più tardi Luciano il fornaio infilò il vialone, passò la piazza, svoltò dopo la Chiesa e…
L’elefante era sparito, pensò. Tornò indietro trascinando la bicicletta pensando che forse era passato troppo in fretta.
Dove c’era l’elefante c’era un vuoto, che sembrava ancora più vuoto una volta tolto l’elefante.
Luciano il fornaio chiamò il sindaco, che svegliò l’albergatore, che chiese al prete di suonare le campane.
Non erano ancora le sei che tutto il paese di Chissadove era raccolto intorno a uno spazio vuoto, immobile e con la bocca aperta.
Ma non passò molto tempo prima che gli abitanti si scuotessero dallo stupore e ricominciassero, manco a dirlo, a litigare.
Chi pensava che quelli di Lìvicino erano venuti a rubarlo, chi pensava che fosse uno scherzo del prete, chi diceva meglio così e chi diceva peccato però.
Se fosse stato ancora lì l’elefante e se avesse potuto parlargli gli abitanti di Chissadove avrebbero saputo perché non c’era più.
“Perché mi annoio a vedervi litigare”, avrebbe detto l’elefante.
E poi, in qualche modo, sarebbe di nuovo sparito.

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Un’altra primavera

Della prima volta che abbiamo cominciato mi ricordo le tue lacrime, così simili alle gocce di soluzione che ora scendono lente nelle tue vene.
Piangevi in quel tuo modo strano che non prevede nessun suono, appoggiata alla manica del mio pile, e con le dita strappavi piccoli pezzi di carta dal fazzolettino già appallottolato e incapace di prendere altro della tua disperazione.
Disperazione stupida, avremmo capito più tardi, come solo può essere stupida la disperazione di una ragazza di sedici anni di fronte alla prima grande delusione amorosa della sua vita.
Disperazione infinitamente grande in quel momento, per chi ancora non sa niente ed ha il diritto sacrosanto di distorcere la percezione dell’importanza delle cose.
Io stavo lì, la manica bagnata e una mano sulla spalla, e recitavo la parte abusata del migliore amico che consola la ragazza della quale è sempre stato innamorato senza che lei abbia mai fatto cenno di accorgersene.
Mi spiaceva di essere così felice di averti tra le mie braccia ed ero pronto ad una lunga consolazione quando, improvvisamente ed inspiegabilmente, erano finite le lacrime ed era spuntato un mezzo sorriso.
E ancor prima che potessi interpretare cosa ciò stesse a significare quelle labbra stavano già sulle mie.
Siamo stati insieme per soli tre mesi, in quel primo inizio.
Ci siamo fatti la prima canna insieme e ci ha fatto schifo nello stesso modo.
Abbiamo festeggiato la prima notte di primavera su un argine del Po guardando l’unica stella che si era fatta spazio tra le nuvole.
Ci sono state promesse e proiezioni, sufficientemente esagerate e improbabili come si conviene a due sciocchi adolescenti innamorati.
Ci sei stata solo tu, in quei tre mesi che mi sono sembrati lunghissimi a ricordarli dopo, solo tu e sembrava non ci fosse spazio per nient’altro.
Invece c’era, ed era fuori dalla scuola, una mattina.
E tu ci hai messo poco a dire che forse stavamo sbagliando qualcosa, che io ero davvero il miglior amico che potesse immaginare di avere e che probabilmente quella dell’affetto che si trasforma in amore era davvero un’ingannevole illusione.
Non ero d’accordo, ma non ebbi validi argomenti per contrastare quella repentina fuga da me.
Ti guardai, nei giorni successivi, di nuovo felice e abbracciata a lui, conservando la mia manica per l’inevitabile occasione che sarebbe capitata.
L’occasione venne, ci furono altre lacrime a inzuppare la mia maglia, ma questa volta le labbra rimasero serrate e io, vagamente rassegnato, tornai amico consolatore.
E così rimasi fino alla fine delle superiori, quando chissà come finì anche il nostro affetto e le vite ci portarono altrove, in posti diversi.
Dopo ripensai che ci eravamo lasciati anche da amici, e senza dircelo.

Chiedo a tua sorella se può lasciare la stanza. Le dico che è stanca, di andare a prendersi un caffè.
In verità ho voglia di piangere un po’ da solo, che io quando ho gente intorno ancora mi vergogno.
Controvoglia lascia la stanza dell’ospedale, come era uscita dal bar il giorno in cui abbiamo cominciato per la seconda volta, anche allora un po’ scocciata perché aveva capito che te la volevi togliere di torno.
Mi avevi visto entrare nel locale con la faccia annoiata che avevo in quei giorni, frettoloso come sempre nelle mie pause pranzo, desideroso solo di trovare un angolo in cui stare zitto e leggere il giornale.
Mi avevi osservato mentre digitavo qualcosa sul telefonino, probabilmente un messaggio a mia moglie per dirle che non avevo tempo di andare a prendere il bimbo in palestra. Eri rimasta in silenzio per qualche minuto mentre mi sedevo e ordinavo alla cameriera.
Poi avevi attirato la mia attenzione e io, finalmente, mi ero accorto di te e ti avevo riconosciuto dopo aver messo a fuoco quella nuova pettinatura e quell’espressione che non ti avevo mai visto.
Quando mi sono seduto al tuo tavolo hai iniziato a parlare e quasi subito mi hai chiesto se ero felice, non hai aspettato la risposta, hai detto che tu, invece, non la eri per niente.
Hai raccontato di un matrimonio che diventa presto disinteresse, con pericolose e rapide virate verso l’odio. Hai detto che tuo marito era una brava persona ma tu, semplicemente, banalmente, avevi capito di non amarlo e poi di non sopportarlo.
Non avevi e non volevi figli, hai detto poi, per favore non dirmi se tu ne hai, che per oggi non ho voglia di notizie felici.
Eri nervosa e stanca, inevitabilmente cresciuta dalla ragazzina che consolavo ma ancora capace di quello sguardo di chi cerca nell’altro la conferma della sua fragilità, ora diversa e tangibile ma non meno insopportabile.
Tua sorella è ricomparsa nella vetrina mezzora dopo, facendo segno con le chiavi della macchina, e tu hai scarabocchiato il tuo numero di telefono su un foglietto e me lo hai passato, fatti vivo, ho parlato solo io, non so nemmeno come stai, e te ne sei uscita di corsa senza voltarti.
Due mesi dopo eravamo in una camera d’albergo a fissare il soffitto in silenzio dopo aver fatto l’amore.
Ero passato da amico a niente e poi ad amante in soli tre bruschi passaggi, non sapevo cosa sarebbe capitato, lasciavo che le cose andassero senza nutrire aspettative.
Quando la passione sessuale svanì, e non ci volle molto, cominciasti ad essere ossessiva, a parlare di progetti. Mi chiamavi sul lavoro, mi aspettavi fuori dalla palestra, mi cercavi a ogni ora del giorno.
Ti aggrappavi a me, terrorizzata all’idea del mio abbandono, pur cosciente della mia vile incapacità di andarmene lasciando macerie.
Così proseguimmo ancora, vedemmo un altro inizio di primavera, e poi, sorpresa, fosti tu ad andartene maledicendomi per tutto quello che ti avevo illuso e che non ti avrei saputo dare.
Rimasi zitto, ero rimasto zitto per quasi tutta la storia e non era certo il momento di iniziare a parlare, pensai che forse avevi trovato un’altra persona, mi dissi che era meglio così.
Ti guardai uscire e sparire, un’altra volta, dal mio spazio di esistenza.

Ora è quasi buio nella tua stanza.
Tua sorella è qui e ti fissa dallo stipite della porta con aria disperata. Ogni tanto passa lo sguardo su di me e ancora mi torna all’orecchio la sua voce al telefono, in quel mattino di primavera, solo tre giorni fa.
Stavo correndo in tribunale e allo squillo ho sperato che fosse la cancelleria per avvisarmi dell’annullamento dell’udienza, era invece un numero sconosciuto, il tuo, che avevo cancellato dalla rubrica quando te ne eri andata la seconda volta.
Risposi e dall’altra parte sentii una voce che non conoscevo ripetere un nome di donna, nominare un ospedale, chiedere aiuto, corri subito da lei, subito.
Prima ancora che capissi cosa stava succedendo c’è stato una fitta di dolore e mi sono fermato per respirare.
Poi, quando le parole hanno preso forma e ho capito che quel nome eri tu, sono corso in ospedale.
Tua sorella era appoggiata fuori dal Pronto Soccorso e fumava guardando il viavai della ambulanze, gli occhi asciutti, la bocca tirata.
Quando mi ha riconosciuto ha soffocato alcuni singhiozzi e mi ha messo una mano sulla spalla, nello stesso punto ti eri appoggiata tanto tempo prima, e ha iniziato a raccontare.
Mi ha raccontato del bambino, che non volevi avere e che invece stava per arrivare, e di te che avevi tirato fuori a sorpresa il mio nome che non dicevi da anni, glielo dobbiamo dire quando nascerà, chissà come sarà contento.
Mi ha raccontato del giorno in cui lo hai perso, delle urla di tuo marito stravolto dal dolore che partoriva l’odio che aveva nascosto in sé tutto quel tempo, incapace di contenerlo, tu stordita da un dolore che non aveva più spazio e ignorava la sua rabbia.
Alla fine lui se ne è andato, un addio tra persone civili come voleva lui, sentiamoci, e tu avevi confuso la libertà con la felicità.
In quei giorni parlavi di me, mi ha detto tua sorella, ma non mi avevi voluto chiamare, aspetterò il momento giusto e stavolta non me ne andrò più.
A volte, mi ha detto, ti interrogavi sulla mia vita che quando eravamo amanti ti era sembrata così normale da essere insopportabile e spesso mi detestavi per questo e con la stessa forza mi invidiavi e cercavi di capire se me la meritavo davvero, questa vita insopportabile e normale, o se fossi stato solo fortunato.
Se mi avessi chiamato avrei provato a spiegarti, a lenire il tuo male che cresceva mentre ti rendevi conto di non riuscire a ripartire, ti avrei detto che io non valgo un cazzo, sono solo uno che gli va tutto bene nella vita, che non ho meriti per quello che mi è stato regalato.
Ma non mi hai chiamato.
E’ toccato a tua sorella farlo poco dopo averti trovata per terra, nel bagno in mattonelle rosa della casa che tuo marito ti ha lasciato, il sangue attorno alle tue braccia e alle tue mani che sporcava il tappeto di ciniglia sotto il lavandino.
Sei rimasta così per cinque ore, ha detto il dottore, cinque ore nelle quali io, se non fossi stato altrove, avrei potuto cercarti, fermarti un attimo o una vita prima. Cinque ore in cui sei stata sola e ora tua sorella se ne prende la colpa perché, dice il dottore, cinque ore sono tante.
Le dico di non pensarci, che non serve a niente, ripeto che nessuno ha colpa e altre banalità che sono sempre stato bravissimo ad infilare.
Ora il tempo è fermo, non ci sono più ore, minuti, primavere.
Bisogna solo aspettare, fissare le gocce della flebo che scendono in te come le lacrime di allora e aspettare che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, aspettare.
Oggi iniziamo per la terza volta, Ester, e questa volta non ti lascerò andare.

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In-attesa

Qualcuno può pensare, sbagliando, che il momento più difficile sia il salto.
Certo, qualche difficoltà c’è, ma niente di paragonabile a tutto quello che c’è prima, alla scelta del posto da cui ti butterai.
Quello sì è un lavoro faticoso, perchè anche se non ne sai di balistica devi riuscire a trovare un luogo che sia abbastanza alto da garantirti un botto, “il” botto decisivo.
Quindi niente ostacoli che si mettono di mezzo, balconi, auto posteggiate, tende di negozio.
Noi non stiamo cercando gambe rotte o traumi cranici. Stiamo cercando di ammazzarci.
Alla fine, se sei fortunato, lo trovi e tiri quasi un sospiro di sollievo simile a quello che tirano quelli del bungee quando trovano il ponte perfetto, anche se in verità loro poi tornano su.
Comunque, dicevo, il momento del salto è il meno. Sai che ti aiuta la forza di gravità e a volte basta sbilanciarsi un po’ e va da solo.
La fregatura, almeno per me, è stata il dopo.
Perchè mi aspettavo un istante di volo e poi che finisse tutto.
Invece da qualche parte qualcuno ha deciso che per chi si butta il tempo si ferma in una specie di lungo stand-by, in un’antipatica pausa che ti divide dall’agognato arrivo del suolo che mette fine al tuo progetto.
In quei momenti, superata la prima fase di comprensibile stupore, non sei abbastanza lucido per vedere il film della tua vita o cazzate del genere.
Non sei nemmeno dell’umore adatto per ripensare alle ragioni che ti hanno portato qui – e a questo punto chi se ne frega – o a rimpiangere quello che hai perso.
Non chiedi seconde chance. Niente di tutto questo.
Sei solo incazzato – e vagamente annoiato – per questa attesa inattesa che sembra durare all’infinito.
Poi, grazie al cielo, arrivi.

***

Questo post potrebbe partecipare all’EDS Attesa, se solo sapessi di cosa si tratta e non copiassi, al solito, da Hombre e da Melusina.

PS. Ci sono anche firulì firulà, Lillina e Speakermuto
E Dario.

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Quest’anno niente

Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito. Era ancora inizio settembre e già compariva sul telefonino l’sms con cui lo chiamavano a rapporto.
Vi siete abituati bene, aveva pensato, ma quest’anno dovrete fare a meno di me.
In realtà non lo sapeva nemmeno lui il motivo per cui quest’anno, per la prima volta negli ultimi dieci anni, non avrebbe scritto nulla per Natale. Tra sé e sé si diceva che era necessario un periodo di stacco, che odiava le ripetizioni, che aveva già detto tutto quello che doveva dire.

Il racconto spiritoso lo aveva fatto, ed era pure piaciuto. Ancora adesso qualcuno ai buffet, appena lo riconosceva, si avvicinava e dando di gomito ripeteva “Quel Tommaso… quante risate mi ha fatto fare”. Che lui già odiava i buffet, non essendo mai stato capace di tenere in equilibrio piattino e tartine con il panico che qualcosa finisse per terra, specie se il coglione di turno lo sgomitava per dirgli di Tommaso. Poi figurati se uno diceva che quelle quattro baggianate gli avevano procurato delle risa. Passava la fame.
Comunque quel filone lo aveva abbondantemente sfruttato e di questi tempi sapeva scrivere solo cose amare.

Solo che anche il racconto di Natale strappalacrime lo aveva già fatto. E, non per vantarsi, non sarà stato Dickens ma più di una, ai buffet, si aggrappava al suo gomito per sussurrargli sospirando “Ah, Sabrina, che ragazza sfortunata…”. Il che, oltre a causare nuovi sussulti al precario castello di salatini e vulevant, gli ricordava quell’odioso personaggio che era stato tentato di uccidere prima di optare per un più redditizio lieto fine.
In ogni caso, anche su quel fronte, nessuna possibilità.

Per un po’ se l’era giocata con la satira strettamente legata all’attualità, tipo il politico di turno che si trasformava in un Babbo Natale al contrario calandosi dal camino per portare via anziché per donare. Non staremo a dirvi dei fruitori di buffet più sagaci che, vedendolo da dietro, gli aggrappavano la spalla per avvicinarsi all’orecchio e dirgli che era un genio, forse persino il legittimo erede di Forattini. Cosa che gli causava una specie di convulsione alla mano destra e allora sì che le tartine se ne cadevano da sole.
Insomma, non c’era nessuna buona idea, pensava in quel mezzogiorno di settembre sulla spiaggia di Villasimius quando ricevette il messaggino. Che, anche volendo, con quel caldo porco, uno non riesce a concentrarsi sulla neve, le renne e tutto l’ambaradan.

Niente, non farò niente, si disse, solo che un attimo dopo la moglie spuntò dalla sdraio per ricordargli che la settimana successiva ci sarebbe stato il suo compleanno e di quella borsetta che aveva visto e lui capì che qualcosa doveva fare anche quest’anno.
Con un moto di disperazione pensò di riciclare qualcosa degli anni precedenti, ma lo avrebbero sgamato subito e non avrebbero nemmeno aspettato il buffet per dirglielo. Pensò di copiare qualcosa da un collega che stimava, ma sapeva che lui lo leggeva e non se la sentiva di rischiare la figuraccia (“Quando ti ispiri a qualcuno finisci per fare di peggio”, avrebbe detto davanti a tutti). Pensò di rifare qualche classico adattandolo ai tempi moderni, ma con l’ignoranza che impera nessuno l’avrebbe riconosciuto, probabilmente nemmeno il suo editor.

Alla fine si sdraiò al sole e si assopì. Al risveglio tutto era chiaro. Prese la rivista di sua moglie, una penna e, prima di dimenticarselo, appuntò l’incipit.
“Quest’anno non ce l’ho il racconto di Natale, aveva pensato da subito.”

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Coco Pops (un racconto)

Il primo ad accorgersi che non c’ero è stato il mio maestro.
E’ entrato in classe e ha borbottato un saluto senza staccare gli occhi dalla Gazzetta. Si è seduto, ha allungato la mano verso il registro, ha battuto le dita sulla scrivania per far capire che era il momento di sedersi. Poi finalmente ha alzato lo sguardo sugli alunni e, atteso qualche istante che gli ultimi prendessero posto, ha cominciato a leggere i nomi.
Presente, presente, presente, finché è arrivato il mio e non ha risposto nessuno. Il maestro ha lanciato un’occhiata verso il mio banco, ha arricciato il naso per un impercettibile istante e poi ha continuato l’elenco, dopo aver appuntato la mia assenza.
Quando è arrivata la ricreazione quasi non pensava più alla cosa, se non avesse incrociato nel corridoio la segretaria. Si ricordò che era amica di mia mamma e distrattamente le chiese se avesse mie notizie.
Niente.
Il maestro alzò le spalle e si allontanò nel corridoio. Ma ormai il meccanismo era messo in moto.
La segretaria rientrò in ufficio e mentre sorseggiava il caffè della macchinetta digitò rapidamente un sms a mia mamma. Tutto ok, chiese, Gabriele sta bene?
Certo, rispose mia mamma, ci sono problemi? C’è che non è a scuola, rispose quella, e in un attimo nella testa di mia mamma cominciarono a girare le rotelline.
Provò a ripensare alla mattina, scorrendola all’indietro come un film. La riunione con l’odiosa direttrice, e prima il collega che ci provava con lei aspettandola in ascensore, e prima ancora l’autobus con la vecchia sudata che spingeva alle spalle.
E prima? Il portone, e prima ancora la colazione in casa, la rassegna stampa in tv, lei che pensava alla riunione che ci sarebbe stata nel pomeriggio e… aspetta, ma Gabriele non c’era a colazione, pensò all’improvviso. Nella sua mente distratta e affollata c’era il fotogramma con la tavola apparecchiata per due ma, boh, mancavo io. E non ricordava neppure, se è per quello, di essermi venuta a svegliare, di aver insistito due o tre volte come ogni mattina, di avermi sollevato di peso per portarmi in bagno.
Niente.
Dopo un attimo di panico mia mamma, alla quale si può riconoscere una certa distrazione ma certo non la mancanza di autocontrollo, cominciò a mettere ordine nell’improvvisa anomalia che le metteva sottosopra la giornata.
E individuò l’unica risposta possibile. Doveva essere colpa di mio padre.
Prese il telefono e lo chiamò immediatamente. Non poteva venire, disse la segretaria, stava devitalizzando. Allora mia mamma urlò come sa fare lei e lui smise di devitalizzare.
La cosa buona di mia mamma, oltre all’autocontrollo, è la sua capacità di sintesi. Bastò sentire il suo tono e decodificare le parole “Dove hai lasciato Gabriele, coglione” e a mio padre si aprì una voragine di senso di colpa.
Perché lui è fatto così. Prima ancora di realizzare che quel giorno era giovedì (e io il giovedì dormo sempre dalla mamma, perché lui il mercoledì sera ha il tennis), prima ancora di capire cosa stesse succedendo iniziò a cercare la scusa che avrebbe minimizzato il danno.
Ma questa volta, purtroppo, non c’era nessuna possibile via d’uscita. Papà non aveva nessuna idea di dove fossi.
Semplicemente sapeva, e se ne sentiva inconsciamente sollevato, che non ero con lui. La sera prima era al cinema con Marina, anche se doveva dire che era andato al tennis. Poi aveva dormito e stamani era venuto di filato al lavoro.
Giusto per togliersi l’ultimo dubbio scostò la tendina dello studio e guardò verso la sua auto, ferma nel parcheggio. Il seggiolino era vuoto, notò tirando un sospiro di sollievo. Non era uno di quei padri che dimenticava il figlio in macchina, almeno.
La telefonata, a quel punto, divenne convulsa. Papà e mamma si urlarono addosso usando i tradizionali argomenti dei loro litigi.
Lei tirò fuori le donne, il calcio, quella volta sulla superstrada (che non mi hanno mai spiegato cosa fosse successo, perciò la devo prendere così com’è). Lui maledisse la fissazione maniacale di mamma per il lavoro, che la distraeva da ogni altra cosa – figli inclusi! – e si vide costretto a ricordarle di quando mi mandò a scuola con il pigiama sotto i pantaloni, il che forse non era pertinente alla discussione ma si sa che quando si litiga si dicono cose poco sensate.
Poi mamma fece una specie di singhiozzo, e allora per la prima volta si resero conto che non sapevano dov’ero finito e smisero di litigare. Papà mollò a metà la devitalizzazione e la raggiunse.
A casa chiamarono le mamme di un paio di miei amici, che qualche volta mi avevano ospitato, ma nessuno aveva notizie. I loro figli erano a scuola, io non c’ero andato? Non è che potevano dirgli che non lo sapevano, quindi presero tempo.
Chiamarono i nonni, usando il tatto necessario per non spaventarli troppo. E si beccarono i loro insulti, che ai loro tempi i bimbi non si perdevano mica, che è colpa di questi computer, che le donne devono lavare i piatti a casa, che sono degli irresponsabili, eccetera.
Niente. Dai cuginetti niente. Dalla vicina di casa niente. Niente.
Alla fine per disperazione tornarono a scuola, che era quasi l’ora di pranzo. Arrivarono alla porta della mia aula, bussarono ed entrando mi videro, seduto al mio posto.
Mamma disse qualcosa tipo “ora facciamo i conti”, anche se io non capivo per cosa, visto che ancora non sapevo nulla di quello che era successo. Papà le chiese se ora poteva tornare alla devitalizzazione, il cliente doveva essere infuriato. Mamma disse di tacere e di aspettare.
Il maestro approfittò dell’attimo di impasse per dare un’occhiata alle probabili formazioni della giornata successiva, ma fu prontamente investito da mamma che lo tacciò di incompetenza per non sapere nemmeno se suo figlio fosse in classe o no. Aveva detto che era assente e invece suo figlio era qua.
Assente?, disse il maestro, che aveva già dimenticato quanto accaduto solo poche ore prima.
Assente?, dissi io. Veramente non ero assente. Sono stato nella quarta fino alla ricreazione perché il maestro mi aveva detto di seguire la lezione sulla guerra di Troia, in modo da raccontarla ai miei compagni nelle ore successive.
Giusto, disse il maestro, che ora si ricordava perché non c’ero all’appello.
Tutto, alla fine, era chiaro. Mamma liberò papà che scomparve in un attimo in direzione dello studio. Poi attese fuori che suonasse la campanella.
Quando uscii la vidi, in fondo al corridoio, che mi fissava con una faccia strana, come se ancora le mancasse qualcosa da capire.
Si accucciò per arrivare alla mia altezza, mi avvicinò al mio orecchio e mi chiese, in un sussurro, cosa avessi mangiato a colazione.
I soliti Coco Pops, risposi.
Fece sì con la testa e mi sembrò rassicurata.

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Scusi, a che ora è

Il giorno del giudizio la gente se ne accorse subito, perchè il meteo del telegiornale aveva messo sicuro bello in tutta Italia e invece c’era dappertutto nuvoloso.
E poi era un nuvoloso strano, c’era questo colore violaceo che sembrava da un momento all’altro venisse giù il cielo ma si capiva che questa volta quel modo di dire – venisse giù il cielo – andava preso in modo letterale.
La borsa perse subito il venticinque per cento e il petrolio sfondò quota mille dollari al barile, e fin qui eravamo nella norma e nessuno si stupì.
A contribuire ad aumentare il panico come al solito furono i mass media. Specie quelli che avevano travisato e uscirono in edizione straordinaria dicendo che stava arrivando il comunismo.
Via via che si capiva che invece si trattava di altro le reazioni furono molto diverse.
Quelli che per tutta la vita avevano fatto del bene cominciarono a interrogarsi se il bene che avevano fatto fosse sufficiente. Quelli che invece erano convinti di aver fatto del bene, pur non avendo mai fatto un cazzo per il prossimo, si ritennero soddisfatti.
I preti erano i più preoccupati, e questo non fu un bene perchè davano l’idea di non aver creduto granchè a quello di cui avevano parlato fino a poco prima. Persino il Papa uscì con un comunicato generico, che secondo qualcuno gli aveva scritto l’addetto stampa e lui chissà dov’era.
Le nuvole, intanto, tremavano come ai concerti quando capisci che sta per iniziare.
Gli animali si muovevano nervosi, si dice che sentano prima degli altri le catastrofi. E in più tra loro si era sparsa la voce che stavolta non ci sarebbe stato Noè.
I politici vararono alcuni decreti, che stavolta nessuno poteva dirgli che mancasse il requisito dell’urgenza.
Un cantante scrisse una canzone sul tema, anche stavolta una cover dei REM. Schizzò subito in testa alla classifica.
Qualcuno fece l’amore, ogni scusa è buona. Qualcuno rimise i propri debiti, le banche nel dubbio decisero di aspettare qualche giorno. Intanto bloccarono i prelievi.
Infine la terra sembrò scaldarsi e tutti guardarono verso l’alto.
Il cielo si squarciò, sfilarono alcuni plotoni di angeli che si disposero dai lati controllando che tutto fosse pronto.
Poi fecero un cenno.
Lui uscì, e ciascuno lo vide come se lo aspettava e ne fu sollevato.
Qualcuno alzò la mano per dire una cosa a sua discolpa ma Lui fece cenno con la mano che ormai non c’era più tempo. Letteralmente.
Poi si schiarì la voce, una, due volte.
Allargò le braccia, prese un profondo respiro e con una voce antica, profonda e, va detto, intonata cantò.
“NON RESTARE CHIUSO QUI…”
E solo chi conosceva la risposta fu salvato.

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Posizione
Sono due cicatrici, abbastanza simili.
Quella che si vede è sotto l’ombelico, sopra il pube, ed è lunga una decina di centimetri.
Quella che non si vede è da qualche parte lì attorno.

Cause
Mi piacerebbe dire che la notte in cui sei nato è stata la più emozionante della mia vita, ma non sarebbe vero. Ce ne sono state altre, di notti strane, prima e dopo.
Di sicuro la notte in cui sei nato è stata unica, scusa la banalità, perché in nessun altro momento mi sono sentita così felice e triste nello stesso momento.
A ripensarci mi sembra di sentire il momento in cui il bisturi del medico incideva il mio addome per il cesareo, che è impossibile che lo sentissi perché ero mezza rintronata dall’anestesia.
Eppure riesco persino a immaginare il calore della mani dell’infermiera che preparano la parte da incidere e spalmano il dinfettante, la luce della sala, il freddo della lama che mi taglia in orizzontale.
Riesco a immaginare te, che sei lì dentro e vuoi uscire, e a immaginare me, o almeno una parte di me, che spera che tu rimanga lì, che magari ti rifiuti di venire fuori, che non ce la fai a nascere per qualche inconveniente, che mi sollevi per aver evitato questa cazzata.
Invece sei nato, te ne sei fottuto dei miei pensieri malati e sei nato.
Per fortuna, dico oggi.
Allora ero solo una ragazzina terrorizzata, che sentiva il sangue uscire dalle sue nuove ferite.
Quella del cesareo, che qualcuno in qualche modo avrebbe richiuso, e quell’altra, dentro, che sarebbe toccato a me tamponare, cucire, asciugare.
Poi mi hai guardato, per la prima volta, nel modo mezzo cieco con cui guardano i neonati, e mi sono rassicurata che ce l’avrei fatta, a sistemarla.

Conseguenze
Mi piacerebbe dire che quelle sono le mie uniche due cicatrici, ma non sarebbe vero. Ce ne sono state altre, prima e dopo. E io ho imparato, anche grazie a te, a volergli bene alle mie cicatrici.
Specie a quella che non si vede, che mi ricorda di quando non ti ho voluto e di quanto, ora, ti voglio.

(Barabba, quello di “Schegge di liberazione” e di “Cronache di una sorte annunciata”, ci chiama di nuovo all’ibucchismo e ci chiede di raccontare/inventare/immaginare la storia di una cicatrice, specificandone la posizione, la causa e le conseguenze. Qui c’è l’e-book per intero. E’ gratis, ancora stavolta.)

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